Articoli con tag: Museo Egizio di Torino

Analisi su una mummia di Torino rivelano che l’imbalsamazione era praticata già 5600 anni fa

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Foto: torino.repubblica.it

Quando visitate il Museo Egizio di Torino, dopo esser saliti al secondo piano, la prima cosa che incontrate è la mummia ritratta in foto (non quella sulla sinistra che è il sottoscritto). Si tratta del corpo di un uomo, morto 5600 anni fa durante il periodo Naqada I, portato da Gebelein nella città sabauda da Schiaparelli nel 1901. In questo caso, così come per le altre mummie predinastiche (ad esempio “Ginger” del British Museum), di solito si parla di mummificazione naturale: il cadavere, infatti, si sarebbe mantenuto casualmente grazie al clima arido del deserto e all’effetto della sabbia a diretto contatto con i tessuti molli.

Questo almeno è ciò che si pensava finora perché recenti esami, effettuati proprio sul ‘paziente’ di Torino, confermerebbero il sospetto che processi intenzionali d’imbalsamazione fossero utilizzati in Egitto già 1000 anni prima della data tradizionalmente accettata (IV dinastia, 2600 a.C. circa). Ad effettuare lo studio sono stati Stephen Buckley, chimico della University of York, Jana Jones, egittologa della Macquarie University di Sidney, e altri esperti da Oxford, Warwick, Marsiglia, Tübingen, Trento, Pisa e Torino. Gli stessi ricercatori avevano avanzato un’ipotesi simile nel 2014, lavorando su campioni prelevati da resti umani del Bolton Museum provenienti da Mostagedda, ma questa volta hanno potuto effettuare il check-up completo di una mummia perfettamente conservata.

Il Carbonio-14 ha fornito una datazione collocabile tra il 3700 e il 3500 a.C., mentre l’osservazione al microscopio elettronico e diverse analisi chimico-fisiche hanno rilevato un composto speciale che impregnava il lino in cui era avvolto il corpo. In particolare, grazie alla gascromotografia-spettrometria di massa, è stato possibile risalire alla ricetta scelta per proteggere il morto dalla decomposizione:

  • olio vegetale, probabilmente di sesamo;
  • estratti di piante aromatiche (es. balsamo di radice di giunchi);
  • gomma naturale, forse dagli alberi di acacia;
  • resina di conifere.

La resina, forse di pino, oltre ad avere chiare proprietà antibatteriche, testimonia così antichissimi scambi commerciali con il Levante, l’area di approvvigionamento più vicina per quel materiale. Ovviamente siamo lontani dal processo completo d’imbalsamazione che prevedeva l’asportazione degli organi interni e l’essiccazione del corpo nel natron, ma gli ingredienti riscontrati e il loro dosaggio risultano molto simili a ciò che si vedrà solo 2500 anni dopo.

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Ringrazio molto Federica Ugliano, egittologa Post-Doc dell’Università di Pisa e tra gli autori della pubblicazione, per le informazioni fornite:

Jones J. et al., A prehistoric Egyptian mummy: evidence for an ‘embalming recipe’ and the evolution of early formative funerary treatments, in Journal of Archaeological Science 2018

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Il custode della cultura materiale egiziana: il Museo Egizio di Torino

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Foto di La Fune

L’articolo che segue fornisce una interessante panoramica generale sulla nascita e l’evoluzione del Museo Egizio di Torino, la cui collezione è seconda solo a quella del Cairo. L’autrice del pezzo è Elisabetta Colombo, laureata magistrale in Egittologia proprio nella città dove sorge il museo, presso l’Università degli Studi di Torino.

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Il fascino dell’antico Egitto ha colpito ripetutamente nel corso dei secoli. La magnificenza dei monumenti sopravvissuti, assunti a testimoni di un passato glorioso, unita al mistero emanato dalla scrittura geroglifica, per molto tempo rimasta incomprensibile, hanno contribuito ad accrescerne il prestigio. L’Egitto appariva, in un certo senso, come uno scintillante scrigno chiuso da una combinazione impossibile da decriptare. Proprio per questo motivo, le dinastie europee del XVI secolo guardavano a quel mondo come a un universo mitico e inarrivabile, utile a nobilitare il proprio potere: non fa eccezione quella Savoia, impegnata proprio in quegli anni nella fortificazione della nuova capitale del proprio Ducato: Torino. A seguito della scoperta di una iscrizione recante il nome della dea Iside, gli intellettuali del tempo si profusero in fantasiose genealogie mitologiche, secondo cui Augusta Taurinorum avrebbe avuto origini egiziane. Tra costoro si possono citare Filiberto Pingone o Emanuele Tesauro.  È tuttavia solo nel XVII secolo che i Savoia decisero di abbellire la città con un gran numero di opere d’arte, inaugurando la “Grande Galleria” delle antichità greche e romane, in cui sarebbe stata ospitata anche parte della collezione reale. Quest’ultima era costituita da oggetti di diversa provenienza, alcuni dei quali acquistati dai sovrani, in particolare da Carlo Emanuele I. 800px-Bembine_Table_of_IsisTra i reperti probabilmente presenti in questo ensemble, si annovera anche quello che è ritenuto l’oggetto fondante della collezione del futuro Museo Egizio: la Mensa Isiaca (disegno a destra tratto da “Œdipus Ægyptiacus” di Athanasius Kircher). Si tratta di una tavola d’altare in bronzo ageminato in argento, rame e niello, riportante raffigurazioni e segni egittizzanti, all’epoca scambiati per veri geroglifici. La tradizione vuole che sia stata salvata dal sacco di Mantova del 1527 e che, dopo essere stata di proprietà del cardinale Pietro Bembo, sia stata venduta dal figlio ai Gonzaga. I Duchi di Mantova l’avrebbero poi donata ai Savoia. La provenienza dell’oggetto è tuttavia misteriosa, dal momento che negli atti del 1631 non viene menzionata, sebbene si ritenga che sia stata donata tra il 1626 e il 1630; si può quindi verosimilmente ipotizzare che non facesse parte del nucleo di Carlo Emanuele I, ma che avesse una provenienza diversa, per noi, oggi, ancora ignota. Lo stupore e la curiosità prodotti da tale oggetto fomentarono la propaganda sabauda di una “Torino egiziana”, rimasta poi anche nei secoli successivi e testimoniata dal carro funebre reale, di sapore decisamente egittizzante. Studiosi e intellettuali cercarono di decifrare i segni riportati sulla Mensa, ma non riuscirono ad arrivare a una conclusione soddisfacente. Ad oggi sappiamo che la tavola bronzea non è di fattura egiziana, bensì di probabile produzione romana: risalirebbe al I secolo d.C. e risponderebbe al gusto occidentale per i culti isiaci, molto in voga in quell’epoca. Si ipotizza addirittura che potesse essere collocata nell’ Iseo Campense di Roma per la sua ricchezza tanto di materiali quanto di particolari.

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Disegno di M. Nicolosino (1832) che ricostruisce il primo allestimento della collezione Drovetti

Nel 1724, Vittorio Amedeo II fece poi spostare tutta la collezione, composta come descritto sopra, nel nuovo Museo dell’Università: vi erano qui ben cinque aree distinte, di cui una dedicata agli oggetti rari. Nel nucleo sabaudo emerse allora un altro oggetto che destò notevole curiosità: si tratta di una testa, attribuita ad Iside, con incisioni misteriose sul volto. Ritenendo tali segni geroglifici, gli studiosi avvalorarono sempre di più l’ipotesi di una “Torino egizia”. Anche questa volta, però, si trattò di un errore. La testa in questione era in realtà seicentesca e i segni presenti riconducibili alla cabala. Pochi anni dopo, tuttavia, Carlo Emanuele III, immerso in un clima culturale nuovo e misterioso come quello della massoneria e dell’esoterismo, decise di finanziare una spedizione in Egitto con un duplice scopo: in primis, informarsi su quali fossero le condizioni del paese da un punto di vista delle risorse primarie per appurare se fosse possibile trarne qualche vantaggio economico; in secondo luogo, acquisire oggetti e opere antiche insieme a conoscenze naturalistiche per la creazione di un Orto botanico. Per questa spedizione fu scelto Vitalino Donati, giovane botanico il cui Giornale di Viaggio

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Iside di Coptos

originale non è purtroppo giunto fino a noi, sebbene ve ne siano due copie che ci consentono di conoscerne il contenuto. Oltre all’ingente opera di catalogazione dello studioso, quello che ritornò in patria furono tre pezzi artistici, fondamentali per la costituzione del futuro Museo Egizio: una statua di Iside trovata a Coptos (immagine a destra) e risalente alla XVIII dinastia, una statua di faraone incedente, di epoca tutmoside ma riutilizzata in epoca ramesside, ritrovata a Karnak e quella che viene descritta come «la schiava nera», ovvero una Sekhmet seduta, rinvenuta nel tempio di Mut nella medesima località della precedente. Oltre a questi reperti di notevole importanza, furono riportati anche altri oggetti minori che arricchivano la collezione. Alla fine del ‘700, quindi, la collezione del futuro Museo Egizio era costituita dalla Mensa Isiaca e dai reperti riportati da Donati. È tuttavia l’‘800 ad essere il secolo in cui l’insieme dei reperti raggiunse un numero e un’importanza tali da diventare secondo solo a quello del Cairo. Questo fu possibile grazie a due brillanti personalità: Bernardino Drovetti prima ed Ernesto Schiaparelli poi.

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Bernardino Drovetti

Drovetti arrivò in Egitto nel 1803 come fervente sostenitore di Napoleone Bonaparte e con il titolo ufficiale di Sottocommissario alle Relazioni Commerciali per la Francia. La situazione dell’Egitto era però ormai disastrosa: dopo la battaglia di Abukir del 1801 e la disfatta delle truppe francesi, gli Inglesi avevano requisito le antichità raccolte dai nemici, mandandole in Inghilterra. Tra queste vi era anche la famosa Stele di Rosetta, la cui scoperta stimolò una corsa alla decifrazione dei geroglifici, conclusasi soltanto nel 1822 ad opera di Champollion. Divenuto amico del viceré Mohammed Ali, Drovetti iniziò un’attività di raccolta di antichità ed oggetti preziosi con l’ambizione e la speranza di poterli vendere alle casate reali europee, le quali, a quel tempo, gareggiavano per accaparrarsi i pezzi migliori. Egli intraprese pertanto un viaggio lungo tutto l’Egitto, visitando alcuni siti e lasciando segni indelebili del suo passaggio: l’archeologia scientificamente strutturata non esisteva ancora, purtroppo.

 

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Incisione di Jean-Pierre Granger che testimonia l’incontro tra Drovetti e il conte de Forbin

Nel 1818, si svolse un incontro decisivo: Drovetti e il Conte di Forbin, Direttore dei Musei Reali di Francia, si incontrarono a Tebe per discutere i dettagli della compravendita della collezione fino ad allora creata. Complice la cattiva fama del funzionario italiano, dovuta principalmente alle sue simpatie politiche per Napoleone, ormai sconfitto, e la cifra esorbitante richiesta, la Francia non si aggiudicò i reperti. Essi furono invece acquistati l’anno successivo dai Savoia su consiglio di Carlo Vidua: questa avrebbe reso l’Italia un grande paese, dotato di una grande collezione romana a Roma, una rinascimentale a Firenze e una egiziana a Torino.

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Ernesto Schiaparelli

La collezione sabauda si ampliò dunque notevolmente grazie alle ricerche di Drovetti, ma il nucleo maggiore di reperti si deve all’opera di ricerca di Ernesto Schiaparelli, direttore del Museo dal 1894 al 1928: sono più di 40 000 i reperti riportati dalle campagne di scavo intraprese da costui in Egitto, durate per più di vent’anni. L’attività sul campo, condotta sotto l’egida della M.A.I., la Missione Archeologica Italiana, fondata da Schiaparelli stesso nel 1903, è testimoniata in tutti i suoi particolari dai diari di scavo. A questi si affiancano poi lastre fotografiche ad oggi importantissime, dal momento che permettono di contestualizzare correttamente i manufatti nel luogo di ritrovamento. Tra i ritrovamenti più importanti vanno indubbiamente citati la città di Deir el-Medina – chiamata in antico Set-Maat, «il Luogo della verità», sede di 120 famiglie di operai impiegati nella decorazione delle tombe della Valle dei Re e delle Regine –  e la vicina tomba intatta di Kha, capo architetto del Nuovo Regno, il cui corredo comprendeva ben 550 oggetti.

 

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Lo “Statuario” nel 1900

La storia del Museo Egizio durante il ‘900 è più difficile da ricostruire, soprattutto per quanto riguarda gli anni delle due guerre mondiali. Sotto la direzione di Giulio Farina tuttavia l’attività di ricerca continuò in modo molto proficuo: il sito di Gebelein fu indagato a fondo e fu scoperta la cosiddetta Tela di Gebelein costituita, ad oggi, da frammenti di tessuto di epoca predinastica con disegni di barche e ippopotami. L’antichità del reperto, seppur frammentario, ha generato molto stupore nella comunità scientifica che, dopo un restauro radicale, si è subito profusa in uno studio attento e puntuale del manufatto. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, dopo le numerose pressioni del direttore al Governo Italiano affinché concedesse l’evacuazione dei reperti per salvarli dai bombardamenti, il Museo ottenne l’autorizzazione per spostare la collezione nel Museo di Agliè, dove rimase fino a che le condizioni furono idonee per un ritorno in città.

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E oggi? Dopo un grande restauro e una massiccia risistemazione dell’intero Museo negli anni ’90, nel 2015 si è proceduto a un nuovo allestimento della collezione. La cultura materiale di cui questa istituzione è custode viene ora reinterpretata secondo due categorie: prosopografica, ovvero seguendo la storia degli individui cui sono correlati gli oggetti, e archeologica, mediante la descrizione di siti e ricostruzione di alcuni contesti. A questi si aggiungono i disiecta membra, ovvero tutti gli oggetti che appartengono a corpora un tempo unitari e che oggi sono stati smembrati nei diversi musei del mondo. La ricchissima collezione torinese, composta quindi dai grandi nuclei di Donati, Drovetti e Schiaparelli e della M.A.I., è così di nuovo al centro dell’attenzione. Il nuovo approccio moderno permette infatti di affiancare didattica e ricerca, intrattenimento e arricchimento, in un’ottica di fruizione culturale diretta sia a specialisti sia ad amatori. Non possiamo che augurare d !

Elisabetta Colombo

Bibliografia per approfondire

  • AA. VV., Museo Egizio, Catalogo, Modena 2015.
  • Greco C., Il nuovo Museo Egizio: tra passato e futuro, in Rivista MuseoTorino 7 (2014), 32-35;
  • Moiso B., La storia del Museo Egizio, Modena 2016;

 

 

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Nuova mostra all’Egizio di Torino: “Anche le statue muoiono” (9 aprile – 9 settembre 2018)

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Source: Museo Egizio, Torino

Domani (8 marzo) alle 18:00, sarà inaugurata la terza mostra temporanea della nuova gestione del Museo Egizio di Torino. Come promesso alla fine del riallestimento dell’edificio, ogni anno gli spazi del piano soppalcato sono stati usati per un’esposizione speciale (“Il Nilo a Pompei” e “Missione Egitto 1903-1920”) che stavolta avrà il titolo: “Anche le statue muoiono. Conflitto e patrimonio tra antico e contemporaneo”. L’evento, che durerà dal 9 marzo al 9 settembre 2018, è stato organizzato in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e i Musei Reali – le altre due sedi di questo progetto espositivo diffuso -, oltre al Centro Scavi dell’Università di Torino. Citando il direttore Christian Greco – curatore della mostra insieme a Paolo Del Vesco, Enrica Pagella, Elisa Panero, Stefano De Martino e Irene Calderoni – l’evento porterà a «una riflessione sulla fragilità dei tesori d’arte, sul museo come luogo di memoria e conservazione, ma anche di distruzione, in un dialogo tra reperti del passato e creazioni contemporanee». Reperti antichi saranno esposti accanto a lavori di artisti di paesi mediorientali come Siria, Egitto, Libano, Turchia.

 

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Il segreto per una piega perfetta è nella cera d’api

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Tunica plissettata, S. 14087, V-VI din., Gebelein (ph: torino.corriere.it)

Una delle cose che stupisce di più i visitatori che si apprestano ad attraversare il secondo piano del Museo Egizio di Torino è lo straordinario stato di conservazione di alcuni abiti che, nonostante i loro 4000 anni, sembrano essere stati confezionati l’altro ieri. In particolare, colpisce come alcune tuniche di lino abbiano mantenuto la plissettatura originaria senza sostanziali danni.

Le tuniche plissettate sono un fiore all’occhiello del museo piemontese che ne conserva il più cospicuo gruppo al mondo, cioè 12 di cui 6 complete. Alcune vestivano mummie, altre erano ripiegate e deposte in tombe, per lo più femminili, che vanno dalla V all’XI dinastia (2500-2000 a.C. circa). Questi capi sono composti da tre pezzi di tela cuciti insieme, uno per la gonna e due per le maniche, e presentano uno scollo a V sia frontale che posteriore. Ma il particolare che colpisce maggiormente riguarda le pieghe, rivolte per metà verso l’alto e per metà verso il basso (per maggiori informazioni: Museo Egizio, 2015, p. 243), che si sono mantenute addirittura meglio di quelle che non riesco a far andar via quando stiro le camicie… Tuttavia, la vera incognita di una così alta perizia sartoriale era la natura della sostanza utilizzata come appretto che, però, sembra sia stata finalmente individuata.

Pochi giorni fa, infatti, durante il X Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Archeometria (AIAr), sono stati presentati i risultati preliminari di uno studio portato avanti da ricercatori di Università di Palermo e Torino, CNR di Messina e Centro conservazione e restauro La Venaria Reale. Dopo analisi con spettroscopia infrarossa e risonanza magnetica nucleare, è emerso che la sostanza che ha reso le pieghe perfette per 4000 anni è la cera d’api. In ogni caso, la ricerca continuerà allargando il campo di studi a ulteriori esemplari.

 

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L’Università di Pisa propone due summer school di Egittologia

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Segnalo due ottime occasione rivolte agli studenti che vogliano approfondire diversi aspetti dello studio dell’Egittologia durante la pausa delle lezioni universitarie. Quest’estate, l’Università di Pisa organizza ben due summer school, una di filologia e l’altra di museologia.

La prima Summer School, ormai giunta alla sua terza edizione, è dedicata allo ieratico. Dal 23 al 28 luglio, insegnanti dell’ateneo e altri docenti stranieri daranno lezioni sulla grammatica del medio-egizio (2000-1500 a.C.) e sulla forma di scrittura ‘corsiva’ che difficilmente si trova nei piani di studio universitari italiani. Per questo, “Reading Middle Egyptian Hieratic” risulta una rara possibilità per imparare a leggere e studiare i documenti della quotidianità del Medio Regno.

Per maggiori info: https://hieraticsummerschoolunipi.wordpress.com

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L’altra proposta è organizzata in collaborazione con il Museo Egizio di Torino e si terrà proprio nei locali dell’istituzione piemontese dal 6 al 13 settembre. “Egyptologists as museum curators: an immersive training”  toccherà tutte quelle tematiche relative allo studio dei reperti e alla loro esposizione in un museo. Le lezioni verranno impartite dalla prof.ssa Marilina Betrò, dal dr. Gianluca Miniaci (Università di Pisa), dal direttore Christian Greco e dagli altri curatori dell’Egizio.

Per maggiori info: https://egyptologistsascurators.wordpress.com/

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Contro l’attacco al Museo Egizio di Torino

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Source: museoegizio.it

Avrei voluto evitare di tornare sull’argomento, lasciando la mia opinione a qualche breve post sui social, ma evidentemente il messaggio non è passato. E, mentre scrivo queste parole, sono ancora titubante sulla loro effettiva utilità perché i professionisti della polemica si nutrono di condivisioni e risposte, a favore o contrarie che siano. In un mondo ideale, una tra le maggiori istituzioni culturali e scientifiche italiane non dovrebbe essere costretta a rispondere ad attacchi strumentali scagliati da uno o più partiti politici. In un mondo ideale – multiculturale, aggiungo -, un’iniziativa d’inclusione sociale (con ovvi risvolti di marketing, nessuno lo nega) non sarebbe sfruttata per fomentare pregiudizi xenofobi. In un mondo ideale, le persone s’informerebbero prima di sputare veleno sul web. Per questo ho deciso di fare un po’ di chiarezza, sperando di ‘convincere’ almeno uno di quelli che si è trovato a scrivere sulla propria bacheca facebook «Perché gli Arabi entrano gratis e gli Italiani no?».

Ricapitolando brevemente, il Museo Egizio di Torino, così come l’anno scorso, ha lanciato una campagna promozionale temporanea a favore degli oltre 30.000 cittadini di lingua araba residenti nella provincia: 2 biglietti al prezzo di 1 per le coppie. Apriti cielo! Un determinato schieramento politico ha colto la palla al balzo, seguito questa volta da un altro partito alleato, per fare campagna elettorale in vista del 4 marzo. Reiterando una collaudata strategia populistica, ha cercato di colpire allo stomaco gli elettori, provocando indignazione e facendo presa sullo spirito nazionalistico. «È una discriminazione nei confronti degli Italiani!» hanno tuonato esponenti politici che, solo qualche mese fa, sembravano ben lontani da quest’orgoglio patriottico e molto più concentrati sul proprio orticello quando si opponevano al trasferimento di alcuni reperti dell’Egizio a Catania. L’odio nei confronti del museo è poi cresciuto esponenzialmente con la pubblicazione di un video, a quanto pare fake, che ha costretto la Fondazione Museo delle Antichità Egizie a cautelarsi per vie legali.

Fortunatamente, in questi giorni sono state molte le prese di posizione in difesa dell’Egizio, a partire dallo stesso ministro Franceschini. Oggi stesso, sulle pagine della Stampa (23/01/2018, pag. 27), è stata pubblicata una lettera in merito firmata da Andrea Augenti (Università di Bologna), Maria Rosaria Barbera (presidentessa del Comitato tecnico-scientifico per l’Archeologia del MiBACT), Marilina Betrò (Università di Pisa e presidentessa del Comitato scientifico del Museo Egizio), Daniele Manacorda (Università di Roma Tre), Valentino Nizzo (direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia), Carlo Tosco (Politecnico di Torino) e Giuliano Volpe (Università di Foggia e presidente del Consiglio Superiore “Beni Culturali e Paesaggistici” del MiBACT, che già si era espresso su Huffington Post). Proprio da questo articolo voglio partire per fare alcune considerazioni:

  • In uno scenario geopolitico sempre più funestato da un anacronistico scontro tra civiltà, l’apertura reciproca e la diffusione della conoscenza tra le diverse comunità, veicolate dalla cultura, sono le uniche soluzioni al problema dell’integrazione degli immigrati.
  • A tal proposito, è sbagliato tirare in ballo la religione perché non tutti gli arabofoni sono musulmani. Molti egiziani, ad esempio, sono cristiani copti, senza considerare i non credenti. Tuttavia, mi permetto di fare una piccola critica – che comunque non giustifica in nessun modo la strumentalizzazione politica – a chi ha elaborato la campagna pubblicitaria: la presenza di una donna in hijab sui cartelloni equivale all’utilizzo di un cliché islamico che ha scoperto il fianco agli attacchi di chi non aspettava altro. È triste ammetterlo, ma ormai la maggior parte delle persone si ferma alle immagini e ai titoli degli articoli e chi si occupa di comunicazione deve tenerne conto.
  • Bisogna ricordare che i reperti del Museo Egizio provengono, per l’appunto, dall’Egitto ed è in tal senso che si è cercato, anche attraverso – primo caso in Europa – didascalie e audioguide in arabo, di coltivare il legame con i cittadini del paese di origine di questo straordinario patrimonio storico-archeologico. Qualcuno fiaterebbe se il Louvre pensasse a sconti diretti ai nostri connazionali per andare a vedere la Galleria dei pittori italiani?
  • Passando a questioni più venali, ogni museo cerca di allargare il proprio pubblico andando a pescare, con strategie ad hoc, in nuovi bacini di utenza. Oltre alle classiche riduzioni, iniziative analoghe sono state prese per visitatori di lingua inglese; inoltre, l’ingresso è gratuito per tutti nel giorno del proprio compleanno e il 2×1 funziona per ogni coppia a San Valentino. Al di là delle intenzioni filantropiche, si tratta di puro marketing atto a fidelizzare i visitatori e aumentare il numero di biglietti strappati…
  • …biglietti che rendono l’Egizio, caso più unico che raro, completamente autosufficiente. Non sono “le nostre tasse a pagare l’ingresso degli arabi” perché, dal 2015, gli incassi coprono il 112% delle spese del museo. Questo surplus di budget è impiegato per restaurare gli oggetti, assumere nuovi giovani curatori, finanziare borse di dottorato e assegni di ricerca.

Fortunato chi parla arabo? No, fortunato chi ragiona con il cervello e non con la pancia. Ora alzate le dita dalla tastiera e andate a visitarlo, l’Egizio; avrete modo di farvi un’opinione libera dagli slogan propagandistici che, statene certi, spariranno dopo il 4 marzo (per ricomparire alle prossime elezioni).

 

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Firmato accordo tra Museo Egizio di Torino e Comune di Catania

Source: MiBACT

Nella mattina del 24 novembre, presso la sede romana del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, è stato finalmente sottoscritto il protocollo d’intesa tra Museo Egizio di Torino e Comune di Catania. Si arriva così alla tanto attesa formalizzazione dell’impegno del museo piemontese a prestare alcuni reperti alla città siciliana per la mostra temporanea “Missione Egitto 1903-1920“. E questa volta, visto il comunicato ufficiale del MiBACT, non dovrebbero esserci smentite come quanto successo mesi fa. Insieme al padrone di casa Dario Franceschini, erano presenti tutti i rappresentanti delle istituzioni coinvolte per firmare l’accordo: Evelina Christillin, presidentessa della Fondazione Museo delle Antichità Egizie, Enzo Bianco, sindaco di Catania, e Luisa Papotti, Soprintendente della città metropolitana di Torino.

L’accordo, oltre all’organizzazione della mostra nel Convento dei Crociferi, prevede anche la consulenza scientifica dei curatori torinesi nello studio dei rapporti tra cultura materiale egiziana e quella ellenistica siciliana e lo sviluppo di un non specificato nuovo progetto. Quindi, al momento, non si è parlato chiaramente della creazione di una succursale etnea del Museo Egizio.

http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_1607539313.html

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Marilina Betrò nuovo presidente del Comitato Scientifico del Museo Egizio di Torino

betro2.jpgLa Prof.ssa Marilina Betrò, ordinario di Egittologia presso l’Università di Pisa, è il nuovo presidente del Comitato scientifico del Museo Egizio di Torino. Designata dal ministro Dario Franceschini, ricoprirà il ruolo che era occupato dal Prof. Antonio Loprieno. Inoltre, il nuovo Comitato sarà composto da altri illustri professori e direttori di musei internazionali: Susanne Bickel (Universität Basel), Diana Craig Patch (dir. del Dipartimento di Arte Egiziana del Metropolitan Museum di New York), Vincent Rondot (dir. del Dipartimento di Antichità Egiziane del Louvre), Friederike Seyfried (dir. del Ägyptisches Museum und Papyrussammlung di Berlino), Neal Spencer (dir. del Dipartimento di Antichità dell’Egitto e del Sudan del British Museum) e Willemina Z. Wendrich (University of California – Los Angeles).

Come indicato sullo Statuto della “Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino”: «Il Comitato scientifico è nominato dal Collegio dei Fondatori ed è presieduto da uno studioso di chiara fama in egittologia, designato dal Ministro per i beni e le attività culturali, su proposta del Direttore generale per i beni archeologici del Ministero. Esso è composto, oltre che dal Presidente, da sei membri scelti tra personalità di riconosciuto prestigio nel campo della cultura e dell’arte e dotate di specializzazione professionale, comprovata esperienza e specifica competenza, in particolare, nei settori di attività della Fondazione» e «si pronuncia in ordine agli indirizzi, ai programmi ed alle attività scientifiche e culturali della Fondazione ».

Alla Professoressa vanno le mie personalissime congratulazioni, ancor più sentite in quanto suo fiero studente e dottorando.

Biografia e pubblicazioni: http://egittologia.cfs.unipi.it/it/staff-scientifico/marilina-betro/

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Kha e Merit tornano insieme per una TAC

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Source: Museo Egizio di Torino

Non è la prima volta che, negli ultimi mesi, si vede un grosso camion bianco parcheggiato in Via Accademia delle Scienze (foto in basso); questa volta, però, c’è una particolarità “romantica”. Con la giornata di oggi, si chiude un’altra tornata di analisi nel laboratorio mobile del “Mummy Conservation Project”, utilizzato per effettuare TAC alle mummie umane e animali del Museo Egizio di Torino. Il progetto – portato avanti, insieme all’Egizio, dalla Soprintendenza, dal centro Eurac di Bolzano, dal team medico statunitense del gruppo Horus e dal Curt Engelhorn Zentrum Archäeometrie di Mannheim – ha come scopo lo  studio delle tecniche d’imbalsamazione e dello stato di conservazione dei corpi conservati nel museo. Oltre alla TAC, si effettueranno analisi del DNA e datazioni al C14. Tra le mummie analizzate nell’ultima settimana, tornando alla particolarità odierna, figurano anche quelle di Kha e Merit (immagine in alto), l’architetto di XVIII dinastia e sua moglie ritrovati da Schiaparelli nella loro tomba intatta (TT8) di Deir el-Medina nel 1906.

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MOSTRA: “Missione Egitto 1903-1920” (Museo Egizio di Torino)

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Quando due anni fa veniva inaugurato il nuovo Museo Egizio di Torino, il direttore Christian Greco si riproponeva di trasformarlo da una semplice, seppur importantissima, raccolta di oggetti a un’istituzione attiva, volta alla ricerca. Tra gli strumenti optati per portare avanti questa ‘rivoluzione’, ci sono le grandi esposizioni temporanee che permettono di porre l’accento, ogni anno, su un particolare aspetto delle collezioni. Questa volta, dopo la fortunata “Il Nilo a Pompei”, si torna letteralmente alle origini con una mostra dedicata alle prime campagne di scavo del Museo nella Valle del Nilo: “Missione Egitto 1903-1920. L’avventura archeologica M.A.I. raccontata”.

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Dall’11 marzo al 10 settembre, sarà possibile fare un viaggio all’indietro nel tempo verso il primo ventennio del Novecento, quando la Missione Archeologica Italiana (ecco spiegato il gioco di parole nel titolo), guidata dal direttore dell’Egizio Ernesto Schiaparelli, lavorava in siti come Deir el-Medina, Eliopoli, Ermopoli, Giza, Hammamiya, Qau el-Kebir, Assiut, Gebelein e la Valle delle Regine. Da questi siti, provengono alcuni dei tesori che arricchirono il Museo dopo le prime acquisizioni ottocentesche, come il corredo della tomba di Kha e Merit, scoperta integra nel 1906.

Ero presente all’affollata anteprima del 10 marzo, ma ho preferito tornare di nuovo il giorno dopo per apprezzare al meglio una mostra che va vista con calma; infatti, non si tratta della classica esposizione di reperti archeologici (ce ne sono, ma non corrispondono alla parte principale) da visitare camminando. Filmati d’epoca, fotografie in bianco e nero, lettere, diari di scavo, disegni e altri documenti d’archivio vanno osservati con attenzione alla ricerca del particolare curioso e inaspettato che spieghi l’operato di Schiaparelli e dei suoi collaboratori. Per questo, apprezzeranno soprattutto gli addetti ai lavori.

Si parte da una sezione introduttiva in cui, con oggetti d’antiquariato, viene presentata la Torino dell’epoca, città in pieno fermento economico e culturale. Ovviamente, non poteva mancare un riferimento alla principale azienda cittadina con una FIAT 505 del 1920 sulla scalinata che porta alle biglietterie (il proprietario dell’auto è Beppe Moiso, curatore della mostra insieme a Paolo Del Vesco). Poi ci si sposta nell’Egitto degli inizi del XX secolo, dove Schiaparelli, dopo aver convinto Vittorio Emanuele III, riesce a farsi finanziare missioni di acquisizione e finalmente di scavo. L’attrezzatura da campo, i carteggi con le autorità locali, i registri delle presenze degli operai egiziani (e immagino, perché non le ho provate, le audioguide affidate alla Scuola Holden) riescono a far rivivere l’atmosfera polverosa dei cantieri e i mille problemi logistici e burocratici nascosti dietro ogni grande scoperta.

La seconda metà della mostra – forse un po’ sacrificata per gli spazi limitati del piano soppalcato (quanto sarebbe stata suggestiva una stanza degli specchi dedicata alla Valle delle Regine più grande!) – è quella in cui ci si addentra nei principali siti tramite la documentazione originale degli archeologi italiani: le necropoli di Giza ed Eliopoli, la Valle delle Regine con la tomba di Nefertari, Deir el-Medina con la sepoltura di Kha e Merit, Gebelein con le tombe degli Ignoti e di Ini, Assiut con gli ipogei di Antico e Medio Regno. Infine, dopo una sala dedicata agli studi antropologici di Giovanni Marro (mummie e scheletri a volontà), il percorso si chiude tornando idealmente a Torino con i nuovi progetti di allestimento del Museo, divenuti necessari per far spazio a tutti i reperti scoperti in 20 anni di attività.

http://www.museoegizio.it/missione-egitto/

Categorie: mostre/musei | Tag: , , , , , , | 3 commenti

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