Articoli con tag: Museo Egizio di Torino

Lanciato il progetto di sviluppo del Museo Egizio del Cairo

Tutti quelli che erano preoccupati per un possibile smantellamento del Museo Egizio del Cairo possono tirare un sospiro di sollievo. Infatti, nonostante la costruzione del Grand Egyptian Museum e del National Museum of Egyptian Civilization e la conseguente perdita di numerose antichità, l’edificio storico di Piazza Tahrir continuerà a mantenere il suo ruolo.

La settimana scorsa – alla presenza del ministro delle Antichità Khaled el-Enany, della ministra degli Investimenti Sahar Nasr e dell’ambasciatore dell’Unione Europea al Cairo Ivan Surkoš (foto in basso) – è stato lanciato ufficialmente il progetto che prevede lo sviluppo del “vecchio” Museo Egizio. Grazie a un finanziamento UE di 3,1 milioni di euro e alla consulenza di esperti da Museo Egizio di Torino (capofila del gruppo), British Museum, Louvre, Ägyptisches Museum und Papyrussammlung di Berlino e Rijksmuseum van Oudheden di Leida, nei prossimi 36 mesi si creerà un nuovo percorso espositivo.

Chi ha visitato recentemente il museo si è accorto che i cambiamenti sono già in corso d’opera. Ad esempio, lo spostamento dei reperti del corredo di Tutankhamon verso il GEM ha fatto sì che la galleria fosse occupata dagli oggetti della tomba di Yuia e Tuia. Per il futuro, invece, è previsto un ripensamento generale delle sale del piano terra (nn. 43, 48, 47, 46, 51, 49, 50) e della stanza dedicata al tesoro delle tombe reali di Tanis al primo piano.

Inoltre, il gruppo di esperti europei aiuterà i tecnici locali a potenziare la biblioteca, digitalizzare gli archivi e promuovere la comunicazione in Egitto e all’esterno. Infine, non sarà tralasciato il ruolo formativo del museo all’interno della società, coinvogendo scuole e i giovani in generale.

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Source: see.news

 

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ARCHEOLOGIA INVISIBILE: la nuova mostra del Museo Egizio di Torino racconta la “biografia degli oggetti” grazie alla scienza

Archeologia Invisibile, Museo Egizio di Torino

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Fotogrammetria, tomografia neutronica, indagine multispettrale, spettroscopia Raman, radiografia, TAC, modellazione 3D: astrusi tecnicismi rubati* agli scienziati, paroloni che, di tanto in tanto, leggete singolarmente sul mio blog ma che, tutti insieme, potrebbero spaventare i non addetti ai lavori. Non è questo il caso. Perché la nuova mostra temporanea del Museo Egizio di Torino, “ARCHEOLOGIA INVISIBILE” (13 marzo 2019 – 6 gennaio 2020), è tutto tranne che autoreferenziale, mirata ai soli esperti; al contrario, riesce nel difficile compito di spiegare al grande pubblico, in maniera semplice e pratica,  l’apporto della scienza al campo dell’archeologia. 

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La prima sala della mostra durante l’inaugurazione

Premetto che non è semplice descrivere ciò che ho visto ieri durante l’anteprima stampa dell’inaugurazione perché l’esposizione è realmente innovativa – soprattutto per l’Italia -, e non solo negli strumenti tecnologici adottati. L’attenzione è rivolta verso gli “oggetti”, volutamente pochi per valotizzarli con più spazio e per non caricare il visitatore di troppi dati che dimenticherà appena uscito dall’edificio. Prima dell’ingresso della mostra vera e propria, vengono addirittura fatti parlare in prima persona con discorsi diretti usciti dalla “bocca” di moderni pezzi di vita quotidiana che, in futuro, diventeranno a loro volta reperti archeologici. La ormai anacronistica funzione meramente espositiva dei musei è superata fornendo alle persone tutte quelle informazioni che l’Egizio ha acquisito negli ultimi anni grazie a progetti di studio dei reperti che hanno visto l’apporto di discipline scientifiche quali la fisica, la chimica e/o l’informatica. Informazioni non percepibili ad occhio nudo – ed ecco il significato del titolo – che spiegano la vera storia dei pezzi svelandone l’origine, la composizione, la funzione, gli eventuali rimaneggiamenti. Informazioni nate grazie alla collaborazione con università e istituti di ricerca di tutto il mondo (MIT di Boston, Università di Oxford, Centro Conservazione e Restauro della Venaria Reale, Musei Vaticani, CNR ecc.), già pubblicate sulle principali riviste scientifiche ma ora finalmente divulgate in modo intuitivo per tutti. Una tale collaborazione è esemplificata dalle parole del direttore Christian Greco: “Lo scienziato e l’umanista devono lavorare sempre di più assieme per cercare di dipanare la complessità del mondo contemporaneo”.

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Foto d’epoca della tomba di Nerfertari

Il coordinatore scientifico della mostra, Enrico Ferraris, durante la conferenza stampa si è definito un sarto per aver cucito insieme i contributi dei vari curatori che hanno portato le proprie esperienze e specializzazioni. Il percorso espositivo, infatti, si divide in tre macro-settori, ognuno dedicato alla vita archeologica di un reperto: scoperta, studio e conservazione. Si inizia quindi con la documentazione degli scavi che va dalle belle foto d’epoca – anche se qui proposte in 3D – della Missione Archeologica Italiana in Egitto (1903-1920) ai prodigi della fogrammetria – tecnica utilissima per rilevare velocemente i contesti archeologici e riportarli in modelli digitali – applicata agli scavi di Saqqara.

I sette contenitori di alabastro ancora sigillati dalla tomba di Kha e Merit

Poi si passa alle analisi diagnostiche effettuate, nell’ambito del “TT8 Project”, al corredo funerario della tomba di Kha e Merit, vero fiore all’occhiello del Museo Egizio. Ed ecco che, grazie a strumenti scientifici, si può guardare l’invisibile: XRF e ultravioletti permettono di studiare i pigmenti, le pennellate, le varie mani di pittura sovrapposte; la tomografia neutronica sbircia all’interno di vasi in alabastro sigillati da oltre 3400 anni (foto in alto); radiografie e TAC ‘sbendano’  mummie senza il pericolo di danneggiarle, scoprendo lo stato fisico dei defunti, le tecniche d’imbalsamazione e la presenza di amuleti.

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La radiografia alla mummia di Kha mette in evidenza la presenza di gioielli…

…gioielli poi riprodotti con la stampa 3D

Così, i corpi dell’architetto Kha e della moglie Merit sono affiancati da schermi che mostrano quest’autopsia virtuale che sfoglia, strato dopo strato, la copertura delle mummie. Grazie a questa tecnica è stato perfino possibile ricreare i gioielli dei coniugi, senza toccarli, grazie alla stampa 3D (foto a destra). Non siamo più di fronte alla caccia all’oggetto o agli “unwrapping party” vittoriani, ma a uno studio più etico e rispettoso dell’integrità del reperto. Stesso ragionamento si applica anche alle mummie animali che testimoniano pratiche religiose tipiche soprattutto del Periodo Tardo. Ma accanto a gatti, coccodrilli, ibis e babbuini, non è inusuale incontrare anche falsi, realizzati – come mi racconta Federica Facchetti, curatrice della sala dedicata all’argomento – sia nell’antico Egitto che, a scopo di truffa commerciale, in epoche più vicine a noi. Quella che, ad esempio, sembra una mummia di un feto si è invece rivelata essere il corpo di un rapace, evidentemente meno appetibile di un bambino nel mercato antiquario ottocentesco (foto in basso).

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La mummia di feto è in realtà un falso

Il terzo settore illustra il fondamentale ruolo dell’indagine archeometrica nello studio dei materiali e nella scelta delle tecniche da adottare per conservazione e restauro dei reperti più delicati, come le superfici parietali dipinte (esempio principale è la decorazione della tomba di Iti e Neferu da Gebelein), papiri (e l’unica pergamena conservata all’Egizio) e antichi tessuti che possono essere toccati con mano, ovviamente in riproduzioni moderne.

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L’istallazione finale del sarcofago di Butehamon

SPOILER ALERT: il percorso si conclude con una vera e propria sorpresa. Tutte le esperienze mostrate finora, infatti, vengono riassunte in un caso studio emblematico, quello del sarcofago di Butehamon, nella maniera più scenica e, aggiungerei, didattica possibile. La cassa antropoide dello scriba reale di III Periodo Intermedio (1070-712 a.C.) all’apparenza sembra un oggetto omogeneo, ma in realtà è il frutto dell’assemblamento di pezzi riciclati da almeno cinque sarcofagi più antichi e della sovrapposizione di diverse stesure di pittura ormai non più visibili. Ma tutti questi interventi, riscoperti grazie a indagini diagnostiche non invasive, tornano a palesarsi direttamente su una copia a grandezza naturale, sulla quale vengono proiettate immagini. Così, mentre i due schermi laterali spiegano tutte le fasi di realizzazione dell’oggetto, il sarcofago si trasforma e il nudo legno si ricopre gradualmente di geroglifici, scene, colori. Una scelta museale sicuramente innovativa, quasi spaziale… e non è un caso che la proiezione sia accompagnata dalla colonna sonora del film “Interstellar”.

 

*Cito la divertente provocazione di Andrea Augenti che scrive nel catalogo della mostra (da notare la geniale trovata della sopracopertina opaca che rende quasi invisibili le immagini della copertina): “gli archeologi rubano. […] Rubano agli altri mestieri gli attrezzi e il lessico; rubano persino le leggi che regolano il metodo del loro stesso lavoro!”

 

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Analisi su una mummia di Torino rivelano che l’imbalsamazione era praticata già 5600 anni fa

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Foto: torino.repubblica.it

Quando visitate il Museo Egizio di Torino, dopo esser saliti al secondo piano, la prima cosa che incontrate è la mummia ritratta in foto (non quella sulla sinistra che è il sottoscritto). Si tratta del corpo di un uomo, morto 5600 anni fa durante il periodo Naqada I, portato da Gebelein nella città sabauda da Schiaparelli nel 1901. In questo caso, così come per le altre mummie predinastiche (ad esempio “Ginger” del British Museum), di solito si parla di mummificazione naturale: il cadavere, infatti, si sarebbe mantenuto casualmente grazie al clima arido del deserto e all’effetto della sabbia a diretto contatto con i tessuti molli.

Questo almeno è ciò che si pensava finora perché recenti esami, effettuati proprio sul ‘paziente’ di Torino, confermerebbero il sospetto che processi intenzionali d’imbalsamazione fossero utilizzati in Egitto già 1000 anni prima della data tradizionalmente accettata (IV dinastia, 2600 a.C. circa). Ad effettuare lo studio sono stati Stephen Buckley, chimico della University of York, Jana Jones, egittologa della Macquarie University di Sidney, e altri esperti da Oxford, Warwick, Marsiglia, Tübingen, Trento, Pisa e Torino. Gli stessi ricercatori avevano avanzato un’ipotesi simile nel 2014, lavorando su campioni prelevati da resti umani del Bolton Museum provenienti da Mostagedda, ma questa volta hanno potuto effettuare il check-up completo di una mummia perfettamente conservata.

Il Carbonio-14 ha fornito una datazione collocabile tra il 3700 e il 3500 a.C., mentre l’osservazione al microscopio elettronico e diverse analisi chimico-fisiche hanno rilevato un composto speciale che impregnava il lino in cui era avvolto il corpo. In particolare, grazie alla gascromotografia-spettrometria di massa, è stato possibile risalire alla ricetta scelta per proteggere il morto dalla decomposizione:

  • olio vegetale, probabilmente di sesamo;
  • estratti di piante aromatiche (es. balsamo di radice di giunchi);
  • gomma naturale, forse dagli alberi di acacia;
  • resina di conifere.

La resina, forse di pino, oltre ad avere chiare proprietà antibatteriche, testimonia così antichissimi scambi commerciali con il Levante, l’area di approvvigionamento più vicina per quel materiale. Ovviamente siamo lontani dal processo completo d’imbalsamazione che prevedeva l’asportazione degli organi interni e l’essiccazione del corpo nel natron, ma gli ingredienti riscontrati e il loro dosaggio risultano molto simili a ciò che si vedrà solo 2500 anni dopo.

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Ringrazio molto Federica Ugliano, egittologa Post-Doc dell’Università di Pisa e tra gli autori della pubblicazione, per le informazioni fornite:

Jones J. et al., A prehistoric Egyptian mummy: evidence for an ‘embalming recipe’ and the evolution of early formative funerary treatments, in Journal of Archaeological Science 2018

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Il custode della cultura materiale egiziana: il Museo Egizio di Torino

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Foto di La Fune

L’articolo che segue fornisce una interessante panoramica generale sulla nascita e l’evoluzione del Museo Egizio di Torino, la cui collezione è seconda solo a quella del Cairo. L’autrice del pezzo è Elisabetta Colombo, laureata magistrale in Egittologia proprio nella città dove sorge il museo, presso l’Università degli Studi di Torino.

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Il fascino dell’antico Egitto ha colpito ripetutamente nel corso dei secoli. La magnificenza dei monumenti sopravvissuti, assunti a testimoni di un passato glorioso, unita al mistero emanato dalla scrittura geroglifica, per molto tempo rimasta incomprensibile, hanno contribuito ad accrescerne il prestigio. L’Egitto appariva, in un certo senso, come uno scintillante scrigno chiuso da una combinazione impossibile da decriptare. Proprio per questo motivo, le dinastie europee del XVI secolo guardavano a quel mondo come a un universo mitico e inarrivabile, utile a nobilitare il proprio potere: non fa eccezione quella Savoia, impegnata proprio in quegli anni nella fortificazione della nuova capitale del proprio Ducato: Torino. A seguito della scoperta di una iscrizione recante il nome della dea Iside, gli intellettuali del tempo si profusero in fantasiose genealogie mitologiche, secondo cui Augusta Taurinorum avrebbe avuto origini egiziane. Tra costoro si possono citare Filiberto Pingone o Emanuele Tesauro.  È tuttavia solo nel XVII secolo che i Savoia decisero di abbellire la città con un gran numero di opere d’arte, inaugurando la “Grande Galleria” delle antichità greche e romane, in cui sarebbe stata ospitata anche parte della collezione reale. Quest’ultima era costituita da oggetti di diversa provenienza, alcuni dei quali acquistati dai sovrani, in particolare da Carlo Emanuele I. 800px-Bembine_Table_of_IsisTra i reperti probabilmente presenti in questo ensemble, si annovera anche quello che è ritenuto l’oggetto fondante della collezione del futuro Museo Egizio: la Mensa Isiaca (disegno a destra tratto da “Œdipus Ægyptiacus” di Athanasius Kircher). Si tratta di una tavola d’altare in bronzo ageminato in argento, rame e niello, riportante raffigurazioni e segni egittizzanti, all’epoca scambiati per veri geroglifici. La tradizione vuole che sia stata salvata dal sacco di Mantova del 1527 e che, dopo essere stata di proprietà del cardinale Pietro Bembo, sia stata venduta dal figlio ai Gonzaga. I Duchi di Mantova l’avrebbero poi donata ai Savoia. La provenienza dell’oggetto è tuttavia misteriosa, dal momento che negli atti del 1631 non viene menzionata, sebbene si ritenga che sia stata donata tra il 1626 e il 1630; si può quindi verosimilmente ipotizzare che non facesse parte del nucleo di Carlo Emanuele I, ma che avesse una provenienza diversa, per noi, oggi, ancora ignota. Lo stupore e la curiosità prodotti da tale oggetto fomentarono la propaganda sabauda di una “Torino egiziana”, rimasta poi anche nei secoli successivi e testimoniata dal carro funebre reale, di sapore decisamente egittizzante. Studiosi e intellettuali cercarono di decifrare i segni riportati sulla Mensa, ma non riuscirono ad arrivare a una conclusione soddisfacente. Ad oggi sappiamo che la tavola bronzea non è di fattura egiziana, bensì di probabile produzione romana: risalirebbe al I secolo d.C. e risponderebbe al gusto occidentale per i culti isiaci, molto in voga in quell’epoca. Si ipotizza addirittura che potesse essere collocata nell’ Iseo Campense di Roma per la sua ricchezza tanto di materiali quanto di particolari.

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Disegno di M. Nicolosino (1832) che ricostruisce il primo allestimento della collezione Drovetti

Nel 1724, Vittorio Amedeo II fece poi spostare tutta la collezione, composta come descritto sopra, nel nuovo Museo dell’Università: vi erano qui ben cinque aree distinte, di cui una dedicata agli oggetti rari. Nel nucleo sabaudo emerse allora un altro oggetto che destò notevole curiosità: si tratta di una testa, attribuita ad Iside, con incisioni misteriose sul volto. Ritenendo tali segni geroglifici, gli studiosi avvalorarono sempre di più l’ipotesi di una “Torino egizia”. Anche questa volta, però, si trattò di un errore. La testa in questione era in realtà seicentesca e i segni presenti riconducibili alla cabala. Pochi anni dopo, tuttavia, Carlo Emanuele III, immerso in un clima culturale nuovo e misterioso come quello della massoneria e dell’esoterismo, decise di finanziare una spedizione in Egitto con un duplice scopo: in primis, informarsi su quali fossero le condizioni del paese da un punto di vista delle risorse primarie per appurare se fosse possibile trarne qualche vantaggio economico; in secondo luogo, acquisire oggetti e opere antiche insieme a conoscenze naturalistiche per la creazione di un Orto botanico. Per questa spedizione fu scelto Vitalino Donati, giovane botanico il cui Giornale di Viaggio

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Iside di Coptos

originale non è purtroppo giunto fino a noi, sebbene ve ne siano due copie che ci consentono di conoscerne il contenuto. Oltre all’ingente opera di catalogazione dello studioso, quello che ritornò in patria furono tre pezzi artistici, fondamentali per la costituzione del futuro Museo Egizio: una statua di Iside trovata a Coptos (immagine a destra) e risalente alla XVIII dinastia, una statua di faraone incedente, di epoca tutmoside ma riutilizzata in epoca ramesside, ritrovata a Karnak e quella che viene descritta come «la schiava nera», ovvero una Sekhmet seduta, rinvenuta nel tempio di Mut nella medesima località della precedente. Oltre a questi reperti di notevole importanza, furono riportati anche altri oggetti minori che arricchivano la collezione. Alla fine del ‘700, quindi, la collezione del futuro Museo Egizio era costituita dalla Mensa Isiaca e dai reperti riportati da Donati. È tuttavia l’‘800 ad essere il secolo in cui l’insieme dei reperti raggiunse un numero e un’importanza tali da diventare secondo solo a quello del Cairo. Questo fu possibile grazie a due brillanti personalità: Bernardino Drovetti prima ed Ernesto Schiaparelli poi.

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Bernardino Drovetti

Drovetti arrivò in Egitto nel 1803 come fervente sostenitore di Napoleone Bonaparte e con il titolo ufficiale di Sottocommissario alle Relazioni Commerciali per la Francia. La situazione dell’Egitto era però ormai disastrosa: dopo la battaglia di Abukir del 1801 e la disfatta delle truppe francesi, gli Inglesi avevano requisito le antichità raccolte dai nemici, mandandole in Inghilterra. Tra queste vi era anche la famosa Stele di Rosetta, la cui scoperta stimolò una corsa alla decifrazione dei geroglifici, conclusasi soltanto nel 1822 ad opera di Champollion. Divenuto amico del viceré Mohammed Ali, Drovetti iniziò un’attività di raccolta di antichità ed oggetti preziosi con l’ambizione e la speranza di poterli vendere alle casate reali europee, le quali, a quel tempo, gareggiavano per accaparrarsi i pezzi migliori. Egli intraprese pertanto un viaggio lungo tutto l’Egitto, visitando alcuni siti e lasciando segni indelebili del suo passaggio: l’archeologia scientificamente strutturata non esisteva ancora, purtroppo.

 

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Incisione di Jean-Pierre Granger che testimonia l’incontro tra Drovetti e il conte de Forbin

Nel 1818, si svolse un incontro decisivo: Drovetti e il Conte di Forbin, Direttore dei Musei Reali di Francia, si incontrarono a Tebe per discutere i dettagli della compravendita della collezione fino ad allora creata. Complice la cattiva fama del funzionario italiano, dovuta principalmente alle sue simpatie politiche per Napoleone, ormai sconfitto, e la cifra esorbitante richiesta, la Francia non si aggiudicò i reperti. Essi furono invece acquistati l’anno successivo dai Savoia su consiglio di Carlo Vidua: questa avrebbe reso l’Italia un grande paese, dotato di una grande collezione romana a Roma, una rinascimentale a Firenze e una egiziana a Torino.

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Ernesto Schiaparelli

La collezione sabauda si ampliò dunque notevolmente grazie alle ricerche di Drovetti, ma il nucleo maggiore di reperti si deve all’opera di ricerca di Ernesto Schiaparelli, direttore del Museo dal 1894 al 1928: sono più di 40 000 i reperti riportati dalle campagne di scavo intraprese da costui in Egitto, durate per più di vent’anni. L’attività sul campo, condotta sotto l’egida della M.A.I., la Missione Archeologica Italiana, fondata da Schiaparelli stesso nel 1903, è testimoniata in tutti i suoi particolari dai diari di scavo. A questi si affiancano poi lastre fotografiche ad oggi importantissime, dal momento che permettono di contestualizzare correttamente i manufatti nel luogo di ritrovamento. Tra i ritrovamenti più importanti vanno indubbiamente citati la città di Deir el-Medina – chiamata in antico Set-Maat, «il Luogo della verità», sede di 120 famiglie di operai impiegati nella decorazione delle tombe della Valle dei Re e delle Regine –  e la vicina tomba intatta di Kha, capo architetto del Nuovo Regno, il cui corredo comprendeva ben 550 oggetti.

 

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Lo “Statuario” nel 1900

La storia del Museo Egizio durante il ‘900 è più difficile da ricostruire, soprattutto per quanto riguarda gli anni delle due guerre mondiali. Sotto la direzione di Giulio Farina tuttavia l’attività di ricerca continuò in modo molto proficuo: il sito di Gebelein fu indagato a fondo e fu scoperta la cosiddetta Tela di Gebelein costituita, ad oggi, da frammenti di tessuto di epoca predinastica con disegni di barche e ippopotami. L’antichità del reperto, seppur frammentario, ha generato molto stupore nella comunità scientifica che, dopo un restauro radicale, si è subito profusa in uno studio attento e puntuale del manufatto. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, dopo le numerose pressioni del direttore al Governo Italiano affinché concedesse l’evacuazione dei reperti per salvarli dai bombardamenti, il Museo ottenne l’autorizzazione per spostare la collezione nel Museo di Agliè, dove rimase fino a che le condizioni furono idonee per un ritorno in città.

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E oggi? Dopo un grande restauro e una massiccia risistemazione dell’intero Museo negli anni ’90, nel 2015 si è proceduto a un nuovo allestimento della collezione. La cultura materiale di cui questa istituzione è custode viene ora reinterpretata secondo due categorie: prosopografica, ovvero seguendo la storia degli individui cui sono correlati gli oggetti, e archeologica, mediante la descrizione di siti e ricostruzione di alcuni contesti. A questi si aggiungono i disiecta membra, ovvero tutti gli oggetti che appartengono a corpora un tempo unitari e che oggi sono stati smembrati nei diversi musei del mondo. La ricchissima collezione torinese, composta quindi dai grandi nuclei di Donati, Drovetti e Schiaparelli e della M.A.I., è così di nuovo al centro dell’attenzione. Il nuovo approccio moderno permette infatti di affiancare didattica e ricerca, intrattenimento e arricchimento, in un’ottica di fruizione culturale diretta sia a specialisti sia ad amatori. Non possiamo che augurare d !

Elisabetta Colombo

Bibliografia per approfondire

  • AA. VV., Museo Egizio, Catalogo, Modena 2015.
  • Greco C., Il nuovo Museo Egizio: tra passato e futuro, in Rivista MuseoTorino 7 (2014), 32-35;
  • Moiso B., La storia del Museo Egizio, Modena 2016;

 

 

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Nuova mostra all’Egizio di Torino: “Anche le statue muoiono” (9 aprile – 9 settembre 2018)

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Source: Museo Egizio, Torino

Domani (8 marzo) alle 18:00, sarà inaugurata la terza mostra temporanea della nuova gestione del Museo Egizio di Torino. Come promesso alla fine del riallestimento dell’edificio, ogni anno gli spazi del piano soppalcato sono stati usati per un’esposizione speciale (“Il Nilo a Pompei” e “Missione Egitto 1903-1920”) che stavolta avrà il titolo: “Anche le statue muoiono. Conflitto e patrimonio tra antico e contemporaneo”. L’evento, che durerà dal 9 marzo al 9 settembre 2018, è stato organizzato in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e i Musei Reali – le altre due sedi di questo progetto espositivo diffuso -, oltre al Centro Scavi dell’Università di Torino. Citando il direttore Christian Greco – curatore della mostra insieme a Paolo Del Vesco, Enrica Pagella, Elisa Panero, Stefano De Martino e Irene Calderoni – l’evento porterà a «una riflessione sulla fragilità dei tesori d’arte, sul museo come luogo di memoria e conservazione, ma anche di distruzione, in un dialogo tra reperti del passato e creazioni contemporanee». Reperti antichi saranno esposti accanto a lavori di artisti di paesi mediorientali come Siria, Egitto, Libano, Turchia.

 

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Il segreto per una piega perfetta è nella cera d’api

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Tunica plissettata, S. 14087, V-VI din., Gebelein (ph: torino.corriere.it)

Una delle cose che stupisce di più i visitatori che si apprestano ad attraversare il secondo piano del Museo Egizio di Torino è lo straordinario stato di conservazione di alcuni abiti che, nonostante i loro 4000 anni, sembrano essere stati confezionati l’altro ieri. In particolare, colpisce come alcune tuniche di lino abbiano mantenuto la plissettatura originaria senza sostanziali danni.

Le tuniche plissettate sono un fiore all’occhiello del museo piemontese che ne conserva il più cospicuo gruppo al mondo, cioè 12 di cui 6 complete. Alcune vestivano mummie, altre erano ripiegate e deposte in tombe, per lo più femminili, che vanno dalla V all’XI dinastia (2500-2000 a.C. circa). Questi capi sono composti da tre pezzi di tela cuciti insieme, uno per la gonna e due per le maniche, e presentano uno scollo a V sia frontale che posteriore. Ma il particolare che colpisce maggiormente riguarda le pieghe, rivolte per metà verso l’alto e per metà verso il basso (per maggiori informazioni: Museo Egizio, 2015, p. 243), che si sono mantenute addirittura meglio di quelle che non riesco a far andar via quando stiro le camicie… Tuttavia, la vera incognita di una così alta perizia sartoriale era la natura della sostanza utilizzata come appretto che, però, sembra sia stata finalmente individuata.

Pochi giorni fa, infatti, durante il X Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Archeometria (AIAr), sono stati presentati i risultati preliminari di uno studio portato avanti da ricercatori di Università di Palermo e Torino, CNR di Messina e Centro conservazione e restauro La Venaria Reale. Dopo analisi con spettroscopia infrarossa e risonanza magnetica nucleare, è emerso che la sostanza che ha reso le pieghe perfette per 4000 anni è la cera d’api. In ogni caso, la ricerca continuerà allargando il campo di studi a ulteriori esemplari.

 

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L’Università di Pisa propone due summer school di Egittologia

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Segnalo due ottime occasione rivolte agli studenti che vogliano approfondire diversi aspetti dello studio dell’Egittologia durante la pausa delle lezioni universitarie. Quest’estate, l’Università di Pisa organizza ben due summer school, una di filologia e l’altra di museologia.

La prima Summer School, ormai giunta alla sua terza edizione, è dedicata allo ieratico. Dal 23 al 28 luglio, insegnanti dell’ateneo e altri docenti stranieri daranno lezioni sulla grammatica del medio-egizio (2000-1500 a.C.) e sulla forma di scrittura ‘corsiva’ che difficilmente si trova nei piani di studio universitari italiani. Per questo, “Reading Middle Egyptian Hieratic” risulta una rara possibilità per imparare a leggere e studiare i documenti della quotidianità del Medio Regno.

Per maggiori info: https://hieraticsummerschoolunipi.wordpress.com

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L’altra proposta è organizzata in collaborazione con il Museo Egizio di Torino e si terrà proprio nei locali dell’istituzione piemontese dal 6 al 13 settembre. “Egyptologists as museum curators: an immersive training”  toccherà tutte quelle tematiche relative allo studio dei reperti e alla loro esposizione in un museo. Le lezioni verranno impartite dalla prof.ssa Marilina Betrò, dal dr. Gianluca Miniaci (Università di Pisa), dal direttore Christian Greco e dagli altri curatori dell’Egizio.

Per maggiori info: https://egyptologistsascurators.wordpress.com/

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Contro l’attacco al Museo Egizio di Torino

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Source: museoegizio.it

Avrei voluto evitare di tornare sull’argomento, lasciando la mia opinione a qualche breve post sui social, ma evidentemente il messaggio non è passato. E, mentre scrivo queste parole, sono ancora titubante sulla loro effettiva utilità perché i professionisti della polemica si nutrono di condivisioni e risposte, a favore o contrarie che siano. In un mondo ideale, una tra le maggiori istituzioni culturali e scientifiche italiane non dovrebbe essere costretta a rispondere ad attacchi strumentali scagliati da uno o più partiti politici. In un mondo ideale – multiculturale, aggiungo -, un’iniziativa d’inclusione sociale (con ovvi risvolti di marketing, nessuno lo nega) non sarebbe sfruttata per fomentare pregiudizi xenofobi. In un mondo ideale, le persone s’informerebbero prima di sputare veleno sul web. Per questo ho deciso di fare un po’ di chiarezza, sperando di ‘convincere’ almeno uno di quelli che si è trovato a scrivere sulla propria bacheca facebook «Perché gli Arabi entrano gratis e gli Italiani no?».

Ricapitolando brevemente, il Museo Egizio di Torino, così come l’anno scorso, ha lanciato una campagna promozionale temporanea a favore degli oltre 30.000 cittadini di lingua araba residenti nella provincia: 2 biglietti al prezzo di 1 per le coppie. Apriti cielo! Un determinato schieramento politico ha colto la palla al balzo, seguito questa volta da un altro partito alleato, per fare campagna elettorale in vista del 4 marzo. Reiterando una collaudata strategia populistica, ha cercato di colpire allo stomaco gli elettori, provocando indignazione e facendo presa sullo spirito nazionalistico. «È una discriminazione nei confronti degli Italiani!» hanno tuonato esponenti politici che, solo qualche mese fa, sembravano ben lontani da quest’orgoglio patriottico e molto più concentrati sul proprio orticello quando si opponevano al trasferimento di alcuni reperti dell’Egizio a Catania. L’odio nei confronti del museo è poi cresciuto esponenzialmente con la pubblicazione di un video, a quanto pare fake, che ha costretto la Fondazione Museo delle Antichità Egizie a cautelarsi per vie legali.

Fortunatamente, in questi giorni sono state molte le prese di posizione in difesa dell’Egizio, a partire dallo stesso ministro Franceschini. Oggi stesso, sulle pagine della Stampa (23/01/2018, pag. 27), è stata pubblicata una lettera in merito firmata da Andrea Augenti (Università di Bologna), Maria Rosaria Barbera (presidentessa del Comitato tecnico-scientifico per l’Archeologia del MiBACT), Marilina Betrò (Università di Pisa e presidentessa del Comitato scientifico del Museo Egizio), Daniele Manacorda (Università di Roma Tre), Valentino Nizzo (direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia), Carlo Tosco (Politecnico di Torino) e Giuliano Volpe (Università di Foggia e presidente del Consiglio Superiore “Beni Culturali e Paesaggistici” del MiBACT, che già si era espresso su Huffington Post). Proprio da questo articolo voglio partire per fare alcune considerazioni:

  • In uno scenario geopolitico sempre più funestato da un anacronistico scontro tra civiltà, l’apertura reciproca e la diffusione della conoscenza tra le diverse comunità, veicolate dalla cultura, sono le uniche soluzioni al problema dell’integrazione degli immigrati.
  • A tal proposito, è sbagliato tirare in ballo la religione perché non tutti gli arabofoni sono musulmani. Molti egiziani, ad esempio, sono cristiani copti, senza considerare i non credenti. Tuttavia, mi permetto di fare una piccola critica – che comunque non giustifica in nessun modo la strumentalizzazione politica – a chi ha elaborato la campagna pubblicitaria: la presenza di una donna in hijab sui cartelloni equivale all’utilizzo di un cliché islamico che ha scoperto il fianco agli attacchi di chi non aspettava altro. È triste ammetterlo, ma ormai la maggior parte delle persone si ferma alle immagini e ai titoli degli articoli e chi si occupa di comunicazione deve tenerne conto.
  • Bisogna ricordare che i reperti del Museo Egizio provengono, per l’appunto, dall’Egitto ed è in tal senso che si è cercato, anche attraverso – primo caso in Europa – didascalie e audioguide in arabo, di coltivare il legame con i cittadini del paese di origine di questo straordinario patrimonio storico-archeologico. Qualcuno fiaterebbe se il Louvre pensasse a sconti diretti ai nostri connazionali per andare a vedere la Galleria dei pittori italiani?
  • Passando a questioni più venali, ogni museo cerca di allargare il proprio pubblico andando a pescare, con strategie ad hoc, in nuovi bacini di utenza. Oltre alle classiche riduzioni, iniziative analoghe sono state prese per visitatori di lingua inglese; inoltre, l’ingresso è gratuito per tutti nel giorno del proprio compleanno e il 2×1 funziona per ogni coppia a San Valentino. Al di là delle intenzioni filantropiche, si tratta di puro marketing atto a fidelizzare i visitatori e aumentare il numero di biglietti strappati…
  • …biglietti che rendono l’Egizio, caso più unico che raro, completamente autosufficiente. Non sono “le nostre tasse a pagare l’ingresso degli arabi” perché, dal 2015, gli incassi coprono il 112% delle spese del museo. Questo surplus di budget è impiegato per restaurare gli oggetti, assumere nuovi giovani curatori, finanziare borse di dottorato e assegni di ricerca.

Fortunato chi parla arabo? No, fortunato chi ragiona con il cervello e non con la pancia. Ora alzate le dita dalla tastiera e andate a visitarlo, l’Egizio; avrete modo di farvi un’opinione libera dagli slogan propagandistici che, statene certi, spariranno dopo il 4 marzo (per ricomparire alle prossime elezioni).

 

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Firmato accordo tra Museo Egizio di Torino e Comune di Catania

Source: MiBACT

Nella mattina del 24 novembre, presso la sede romana del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, è stato finalmente sottoscritto il protocollo d’intesa tra Museo Egizio di Torino e Comune di Catania. Si arriva così alla tanto attesa formalizzazione dell’impegno del museo piemontese a prestare alcuni reperti alla città siciliana per la mostra temporanea “Missione Egitto 1903-1920“. E questa volta, visto il comunicato ufficiale del MiBACT, non dovrebbero esserci smentite come quanto successo mesi fa. Insieme al padrone di casa Dario Franceschini, erano presenti tutti i rappresentanti delle istituzioni coinvolte per firmare l’accordo: Evelina Christillin, presidentessa della Fondazione Museo delle Antichità Egizie, Enzo Bianco, sindaco di Catania, e Luisa Papotti, Soprintendente della città metropolitana di Torino.

L’accordo, oltre all’organizzazione della mostra nel Convento dei Crociferi, prevede anche la consulenza scientifica dei curatori torinesi nello studio dei rapporti tra cultura materiale egiziana e quella ellenistica siciliana e lo sviluppo di un non specificato nuovo progetto. Quindi, al momento, non si è parlato chiaramente della creazione di una succursale etnea del Museo Egizio.

http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_1607539313.html

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Marilina Betrò nuovo presidente del Comitato Scientifico del Museo Egizio di Torino

betro2.jpgLa Prof.ssa Marilina Betrò, ordinario di Egittologia presso l’Università di Pisa, è il nuovo presidente del Comitato scientifico del Museo Egizio di Torino. Designata dal ministro Dario Franceschini, ricoprirà il ruolo che era occupato dal Prof. Antonio Loprieno. Inoltre, il nuovo Comitato sarà composto da altri illustri professori e direttori di musei internazionali: Susanne Bickel (Universität Basel), Diana Craig Patch (dir. del Dipartimento di Arte Egiziana del Metropolitan Museum di New York), Vincent Rondot (dir. del Dipartimento di Antichità Egiziane del Louvre), Friederike Seyfried (dir. del Ägyptisches Museum und Papyrussammlung di Berlino), Neal Spencer (dir. del Dipartimento di Antichità dell’Egitto e del Sudan del British Museum) e Willemina Z. Wendrich (University of California – Los Angeles).

Come indicato sullo Statuto della “Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino”: «Il Comitato scientifico è nominato dal Collegio dei Fondatori ed è presieduto da uno studioso di chiara fama in egittologia, designato dal Ministro per i beni e le attività culturali, su proposta del Direttore generale per i beni archeologici del Ministero. Esso è composto, oltre che dal Presidente, da sei membri scelti tra personalità di riconosciuto prestigio nel campo della cultura e dell’arte e dotate di specializzazione professionale, comprovata esperienza e specifica competenza, in particolare, nei settori di attività della Fondazione» e «si pronuncia in ordine agli indirizzi, ai programmi ed alle attività scientifiche e culturali della Fondazione ».

Alla Professoressa vanno le mie personalissime congratulazioni, ancor più sentite in quanto suo fiero studente e dottorando.

Biografia e pubblicazioni: http://egittologia.cfs.unipi.it/it/staff-scientifico/marilina-betro/

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