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“L’Egitto di Provincia”: il Museo Archeologico Nazionale e il Museo Archeologico di Capo Colonna

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Source: mycalabria.it

Come avevo anticipato, questo sarebbe stato un articolo fuori dai normali schemi della rubrica “L’Egitto di Provincia” perché scritto dopo aver già parlato di persona a Crotone della piccola collezione di oggetti egizi ed egittizzanti conservati presso i musei della città. Così, qui di seguito, riporterò un breve riassunto degli argomenti trattati durante l’incontro L’Egitto a Crotone, organizzato lo scorso 18 giugno grazie alla dott.ssa Margherita Corrado, archeologa e referente locale del FAI.

DSCN2598.JPGIl Museo Archeologico Nazionale di Crotone espone reperti che illustrano la millenaria storia della città con maggiore attenzione, ovviamente, verso il periodo magno-greco. Il museo è stato fondato nel 1968, dopo che le vecchie collezioni del Museo Civico erano passate allo Stato. Tra gli oggetti del nucleo originario, ci sono anche due ushabti in faience di Epoca Tarda (foto a sinistra) che appartenevano al marchese Eugenio Filippo Albani, sindaco di Crotone e collezionista di antichità grazie al quale venne istituito il Civico nel 1910. Proprio perché acquistate nel mercato antiquario, le statuette non sono accompagnate da dati sul contesto di ritrovamento.

Diverso discorso va fatto per tutti quei pezzi scoperti in scavi nell’area del crotonese e riferibili al Periodo orientalizzante (VIII-VI sec. a.C.) o all’epoca romana. La maggior parte proviene dal Tempio di Hera Lacinia a Capo Colonna, uno dei più importanti santuari della Magna Grecia dall’età arcaica fino a quella ellenistica. In particolare, nel cosiddetto Edificio B, sono stati ritrovati diversi scarabei e una statuina di ariete utilizzati come ex voto alla dea. Tra questi, il più interessante è senza dubbio uno scarabeo in faience (vedi sotto) che presenta un crittogramma acrofonico, cioè un vero e proprio rebus che ‘nasconde’ il nome di Amon. Altre offerte egizie o egittizzanti individuate nel tempio, anche per epoche successive, sono conservate nel nuovo Museo Archeologico di Capo Colonna vicino all’area archeologica: è il caso di una statuina in faience di leone, uno scarabeo e un piede di braciere che rappresenta Bes-Sileno.

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Dal Tempio di Apollo Aleo a Cirò Marina, invece, proviene una testa di una statua marmorea che potrebbe appartenere ad Arpocrate, Horus bambino, una delle divinità egizie più apprezzate dal mondo romano. Tuttavia, la frammentarietà del pezzo e le somiglianze con Eros ne rendono meno sicura l’identificazione. Ma il reperto più importante della raccolta è la Stele di Horus sui coccodrilli (immagine in basso), trovata casualmente in un cantiere nei pressi dell’ospedale civile e finita, attraverso il mercato nero, al Museo Egizio di Milano. Solo grazie al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, la stele è tornata a ‘casa sua’ nel 2012 e da sabato, proprio in occasione della conferenza, è esposta nel Museo Nazionale. Si tratta di un piccolo amuleto in basalto, databile tra la fine della XXX dinastia e l’inizio del periodo tolemaico (seconda metà del IV sec.), completamente ricoperto di figure tutelari e di testi magici che servivano a proteggersi dagli animali velenosi che, come si vede in primo piano, Horus stringe tra le mani.

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Sist L., Una stele di “Horo sui coccodrilli”, in OA 22 (1983), p. 252

Per le foto degli altri oggetti: https://www.facebook.com/DjedMedu/photos/?tab=album&album_id=1045097255537795

Il servizio del TGR Calabria che parla della conferenza (min. 16:38): http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-065b22d3-428f-4df1-96b7-6e6c742f314c.html#p=

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“L’Egitto di Provincia”: Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo della Sapienza (Roma)

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A quasi un anno dall’inaugurazione del nuovo allestimento (19 marzo 2015), sono finalmente riuscito a visitare il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo della “Sapienza” – Università di Roma (e c’è mancato poco che non ce la facessi nemmeno questa volta*). In realtà, il mio è stato un ritorno perché, quando ero ancora una matricola, potei apprezzare la collezione nella vecchia sede di Via Palestro grazie a una “guida” d’eccezione, il Prof. Alessandro Roccati. L’allora Museo del Vicino Oriente era stato fondato da due pilastri dell’accademia italiana, Sabatino Moscati e Sergio Donadoni, per esporre, quando era ancora possibile esportarli, i reperti delle missioni archeologiche dell’Istituto del Vicino Oriente dell’ateneo romano e qualche acquisizione dal mercato antiquario. In 50 anni e oltre 30 campagne di scavo all’estero, sono stati raccolti circa 4000 pezzi da Iraq, Turchia, Siria, Palestina, Giordania, Egitto, Sudan, Tunisia, Algeria, Malta e Cipro, più Sicilia e Sardegna. Oltre all’evidente vastità dei contesti della raccolta, si aggiunge anche l’esteso range cronologico di riferimento che va dalla Preistoria al Medioevo.

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ph. Valentina Di Rienzo

L’attuale collocazione nel palazzo del Rettorato (Piazzale Aldo Moro 5) è il frutto del lavoro del Prof. Lorenzo Nigro, docente di  Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico e direttore del museo. Gli spazi espositivi sono minori rispetto a quelli di Via Palestro ma sicuramente più funzionali. Infatti, nonostante la gran varietà, geografica e cronologica, del materiale, il percorso è chiaro e ordinato in 29 vetrine e 6 pedane, con foto, pannelli, tabelle esplicative, modelli e un touch screen a migliorare l’esperienza del visitatore. Inoltre, è possibile approfondire le informazioni con il proprio smartphone grazie a un QR code per ogni gruppo di oggetti. In ogni caso, ci sono sempre studenti di archeologia pronti a dare spiegazioni.

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Sarcofago di XXVI dinastia (ph. Valentina Di Rienzo)

La collezione egizia occupa metà del museo, dalla Vetrina 16 alla 29 e dalla Pedana 4 alla 6. La quasi totalità dei pezzi proviene dalle campagne in Egitto e Sudan del Prof. Donadoni, recentemente scomparso all’età di 101 anni. In particolare, alcuni oggetti sono stati donati dallo stesso Stato nordafricano come ringraziamento per l’opera di documentazione e salvaguardia in siti nubiani a rischio durante la costruzione della Grande Diga di Assuan: la necropoli predinastica e la città paleocristiana di Tamit e la chiesa copta di Sonqi Tino. Poi ci sono i ritrovamenti da Arsinoe/Crocodilopolis, da Antinopoli, dalla tomba di Sheshonq (TT 27) a el-Asasif (Tebe Ovest), da Napata e la Nubia meroitica. Ultimo reperto del percorso ma sicuramente primo per importanza è il piatto in pietra tufacea con il nome di Hotepsekhemuy (2850 a.C.), faraone iniziatore della II dinastia. Completano la raccolta alcuni calchi in gesso e copie varie, come il busto incompleto di Nefertiti (l’originale a Berlino; visibile nella prima foto), il busto della statua della regina Tuya (Musei Vaticani, seconda foto), i rilievi della tomba di Sheshonq, la sfinge dell’epoca di Thutmosi III (Museo Barracco) e il leone dell’ingresso del Palazzo di Natakamani a Gebel Barkal.

Sito ufficiale: http://www.lasapienzatojericho.it/

Per il resto del reportage fotografico: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.985036541543867.1073741846.650617941652397&type=3

 

*Piccola nota polemica, non così marginale: il normale orario di apertura è martedì, giovedì e sabato 10:00-17:00;  il 12 marzo, però, immagino per la concomitanza del concerto del pianista Yund Li nell’adiacente Aula Magna, il museo è stato aperto dalle 17:00 alle 20:30. Nessuna comunicazione di questa variazione era presente sulla porta, che ho trovato sbarrata di mattina, né sul sito internet o sulla pagina Facebook (il cui amministratore, a dir la verità, ha risposto più tardi alle mie richieste con un messaggio privato). Io sono stato costretto a tornare nel pomeriggio; altri forse non l’avrebbero fatto.

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Inaugurato museo archeologico nell’aeroporto del Cairo

Da qualche giorno, chi deve aspettare un volo all’Aeroporto Internazionale del Cairo ha un’alternativa in più per ingannare il tempo. A inizio mese, il ministro El-Damaty ha inaugurato un piccolo museo archeologico nella sala d’attesa del Terminal 3. Si tratta di una raccolta di 38 reperti, dall’epoca faraonica alla conquista araba, provenienti da tre musei della capitale ed esposti in un’area di 60 m²: 20 pezzi dal Museo Egizio di Piazza Tahrir, 6 dal Museo Copto (manoscritti e altri oggetti liturgici) e 12 dal Museo d’Arte Islamica (lampade, candelabri, piatti e una copia del Corano). L’iniziativa è pensata per dare una spinta al turismo egiziano, ma, in realtà, non è nuova perché era stata prevista per la fine del 2014 dal precedente ministro delle Antichità, Mohamed Ibrahim. Il biglietto d’ingresso costa 3 dollari.

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“L’Egitto di Provincia”: Museo Missionario Etnografico Francescano di Fiesole (FI)

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Quest’articolo parlerà di un museo che non ho mai visitato. Poco male, internet è pieno di gente che scrive di cose che non conosce. Naturalmente scherzo. Pur volendo, non posso recarmi in ogni collezione egittologica d’Italia perché, come abbiamo visto, le si può trovare ovunque. Così, mi piacerebbe che anche chi segue il mio blog possa contribuire alla rubrica inviandomi la propria esperienza e la recensione delle piccole esposizioni di zona (se non si fosse capito, è un invito che vi faccio!). Questa volta, lascerò spazio a una persona di cui mi fido ciecamente. L’autrice del pezzo e delle foto che lo accompagnano è Julie Santoro, studentessa di egittologia nonché mia amica. Buona lettura.

 

Fiesole, che dai suoi 300 metri s.l.m. domina con una vista mozzafiato la città di Firenze, non è soltanto la Faesulae romana protagonista degli antagonismi che dal 91 a.C. caratterizzarono la guerra sociale. Questa cittadina fu, infatti, già un importante centro etrusco durante il IV sec a.C. e la sua storia, che si intreccerà in seguito con quella delle invasioni barbariche, si legherà anche alle vicende longobarde, in un periodo, quello altomedioevale, durante il quale i vescovi di Fiesole andarono acquisendo prestigio e potere. Un percorso storico-culturale durato secoli le cui testimonianze si conservano oggi nel Museo Archeologico di Fiesole ubicato all’interno dei 35.000 mq del sua suggestiva Area Archeologica.

Questa città può, però, offrire qualche ulteriore piacevole sorpresa. In una posizione panoramica, laddove un tempo sorgeva l’antica rocca etrusca, si trova, infatti, il complesso conventuale di San Francesco, il cui primo nucleo risale al 1125 e presso il quale, intorno al 1390, si stabilirono i frati Francescani Osservanti. Il complesso, visitabile nella sua interezza, attualmente comprende, oltre la chiesa, i tre chiostri e le celle dei frati (che nel 1418 ospitarono San Bernardino da Siena) e un piccolo Museo Etnografico.

Il primo nucleo di questa collezione nacque quando, agli inizi del XX sec., alcuni lavori di ripristino riportarono alla luce un certo numero di reperti archeologici di vario genere che Padre Cristoforo Giani ebbe la sensibilità di raccogliere insieme ad altri rinvenuti nel pozzo dell’orto del convento.

In realtà, un vero e proprio museo vide la luce solo qualche tempo dopo, quando, nel 1920, Padre Ambrogio Ridolfi venne destinato a questo convento e portò con sé alcune antichità cinesi inviate, sul finire dell’Ottocento, al Convento di Santa Margherita a Cortona (AR). Nel tempo, a questi cimeli se ne aggiunsero altri, sempre provenienti dalla Cina, inviati da altri confratelli impegnati come missionari in quelle terre lontane.

fParallelamente a questa raccolta proveniente dall’estremo oriente, grazie alla cooperazione fra Padre Sebastiano Bastiani (1891-1974) e Ernesto Schiapparelli (1856-1928), direttore dal 1881 al 1893 della sezione egizia del Museo Archeologico di Firenze e dal 1893 fino alla sua morte del Museo Egizio di Torino, se ne costituiva un’altra di antichità provenienti dall’Egitto.

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Fra i vari oggetti di questa piccola collezione, che conta diversi amuleti, alcuni ushabti, una maschera in cartonnage di epoca romana (vedi in alto) e alcune statuette di epoca tarda, un reperto spicca fra gli altri. Infatti, come ogni collezione egiziana che si rispetti, anche quella del Museo Missionario di Fiesole ha la sua mummia.

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In un sarcofago di ignota provenienza, il cui studio tipologico ha però permesso di ipotizzarne l’attribuzione alla XXV dinastia (747-664), è collocato un corpo avvolto in bende. Uno studio antropologico non invasivo della mummia effettuato nel 2007 all’interno dei locali dello stesso Museo dal Prof. Matteo Borrini (antropologo forense), dal Dott. Pier Paolo Mariani (archeologo e antropologo) e dal Dott. Massimo Rossini (medico radiologo), ha permesso di stabilire, attraverso l’analisi morfometrica del distretto pelvico e del cranio, il sesso del defunto che, nonostante il tipico appellativo femminile di nb.t pr (=“Signora della casa”) presente sul sarcofago, era in realtà un uomo morto fra i 25 e i 40 anni. È dunque possibile che questa mummia sia stata associata ad un sarcofago che non le apparteneva per fini legati a esigenze prima commerciali e poi museali (il periodo in cui la collezione si è formata non è lontano da quell’epoca durante la quale fare archeologia era, nella migliore delle ipotesi, rispondere unicamente a delle necessità di tipo collezionistico-antiquario, senza alcuna riflessione sulla metodologia scientifica), ma è anche possibile che si sia in presenza di una pratica lungamente attestata in Egitto come quella del “riutilizzo” e che questa strana coppia mummia-sarcofago sia stata il frutto di un’azione compiuta in antico. In ogni caso, l’individuo presenta una massiccia, precoce perdita dentaria, un’evidente degenerazione artrotica coxo-femorale sul lato sinistro ed evidenti esiti di periartrite della scapola destra. L’esame radiologico ha permesso di stabilire che il soggetto venne bendato con le braccia distese lungo i fianchi e che subì ablazione del cervello tramite sfondamento dello sfenoide. Inoltre, nella parte posteriore del bendaggio, era presente un foro, chiaro indizio del tentativo di accedere agli amuleti collocati all’interno della cavità toracica da parte dei ladri.

BIBLIOGRAFIA:

BORRINI M., MARIANI P.P., ROSATI G., ”Autopsia virtuale di due mummie egizie delle collezioni fiorentine: un’analisi antropologica preliminare”, in AAVV, 1961-2011: Cinquant’anni di congressi, passato, presente e futuro dell’Antropologia, vol. 2, Torino 2011, pp. 106-107.

BORRINI M., MARIANI P.P., ROSATI G., “Skeletal trauma by modern profanations on Egyptian mummies from Florentine colletion”, in 1st Mummy congress “Mummies and life sciences” abstract book, Bolzano 2009.

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Inaugurato il museo della “Valle delle Balene”

Concedetemi un piccolo sconfinamento di disciplina (ricordo che gli archeologi non sono paleontologi; non scavano dinosauri o qualsiasi altro tipo di fossile), ma la notizia è interessante e riguarda anche l’Italia. Alla presenza delle autorità locali, è stata appena inaugurata la messa in posa della prima pietra del Museo dello Wadi el-Hitan, esposizione all’aperto nella cosiddetta “Valle delle Balene” (deserto occidentale, governatorato del Fayyum). Il sito paleontologico, patrimonio UNESCO dal 2005, è caratterizzato dalla presenza di centinaia di fossili di archeoceti, antenati delle balene vissuti 42 milioni di anni fa (decisamente più antichi dei reperti di cui parlo di solito in questo blog). Il progetto del museo, invece, nasce da una collaborazione del Ministero dell’Ambiente egiziano e il governo italiano e comprende anche la costruzione di una centrale a pannelli solari nella riserva naturale.

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“L’Egitto di Provincia”: Museo Barracco, Roma

 

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Source: zetema.it

Roma è sicuramente la città meno provinciale che ci sia in Italia sia per il numero di abitanti che per il ruolo centrale che ha sempre ricoperto. Ma, nella sconfinata offerta di siti e musei famosi in tutto il mondo, alcuni luoghi interessanti rischiano di essere dimenticati, proprio come le piccole collezioni civiche di centri minori. Uno di questi è sicuramente il Museo Barracco, o meglio “Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco”, situato in Corso Vittorio Emanuele II, a due passi da Campo de’ Fiori. Il Museo nacque dalla volontà di Giovanni Barracco, nobile latifondista calabrese che donò la sua sconfinata collezione di antichità al comune di Roma nel 1902. L’originario Museo di Scultura Antica, dopo l’inaugurazione del 1905, fu spostato nel 1948 nell’attuale sede della Farnesina a Baullari (vedi immagine in alto), stupendo palazzo cinquecentesco progettato dall’architetto Jean de Chenevières.

Barracco scoprì l’amore per l’archeologia e la storia dell’arte a Napoli dove conobbe Giuseppe Fiorillo, il celebre direttore degli scavi di Pompei. Quando poi, nel 1861, fu eletto deputato nel primo parlamento italiano a Torino, ebbe il suo secondo colpo di fulmine, il più intenso: quello per l’Egitto. Visitando il Museo Egizio, decise di studiare egittologia (scrisse alcune pubblicazioni sull’argomento) imparando anche a leggere i geroglifici. Per questo, gli oggetti da lui acquistati nel mercato antiquario hanno una grande importanza perché lui ne conosceva il valore. Trasferitosi definitivamente a Roma, continuò a comprare reperti di ogni tipo (mesopotamici, fenici, ciprioti, etruschi, greci, romani e medievali), concentrandosi soprattutto sulla statuaria con l’intento di «formare un piccolo museo di scultura antica comparata».

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Source: museobarracco.it

La sezione egittologica è quella a cui il barone si dedicò maggiormente ed occupa due delle nove sale del museo con 87 pezzi, soprattutto di Antico Regno. Alcuni reperti erano già presenti a Roma da millenni, come la rarissima sfinge femminile (vedi in alto) ritrovata nell’area dell’Iseo di Campo Marzio. In granito grigio, la sfinge ha il volto di una donna di alto lignaggio della corte di Thutmosi III. Sempre nella Sala I, sono esposte varie stele funerarie, due vasi canopi, statuette e le teste delle sculture di due faraoni, Seti I e Amenofi II.

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Nella Sala II, condivisa con l’arte mesopotamica, è possibile ammirare tra le altre cose una maschera di mummia tolemaica, due ushabti, un sarcofago in calcare, un frammento di sarcofago dipinto di XXI dinastia e la bellissima clessidra ad acqua (nella foto), anch’essa ritrovata nell’Iseo Campense. L’oggetto, realizzato in basalto sotto Tolomeo II Filadelfo (285-246 a.C.), presenta all’interno sette serie di tacche che costituiscono le scale orarie mensili; sulla faccia esterna, invece, ad ogni fascia corrisponde una divinità protettiva.

Per un’esauriente descrizione delle opere esposte:   http://www.museobarracco.it/collezioni/percorsi_per_temi/arte_egizia#c

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“L’Egitto di Provincia”: Museo di Scienze Naturali e Umane, L’Aquila

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Convento di S.Giuliano, chiostro maggiore

Andrebbe aggiunto un sottotitolo, “Recensione di un museo non visitabile”, ma andiamo per ordine.

Approfittando del bel tempo e delle “Giornate FAI di Primavera”, stamattina ho deciso di visitare uno dei luoghi aperti per l’occasione (qui la lista delle 750 aperture straordinarie tra oggi e domani), il più vicino a casa mia: il convento di San Giuliano a L’Aquila. Il monastero, che sorge nella periferia nord della città ai piedi del monte di Castelvecchio, fu fondato nel 1415 da Giovanni da Stroncone ed è il primo complesso abruzzese dell’Ordine dei frati minori. La struttura, come in molti altri casi, ha subito numerose modifiche nel corso dei secoli e per questo appare disomogenea dal punto di vista architettonico. L’originale chiesa neo-gotica, infatti, si presenta oggi con l’aspetto barocco della fine del ‘600. Ci sono due chiostri, il più grande dei quali (vedi foto in alto) è decorato con scene affrescate della vita di San Giovanni da Capestrano. Il nucleo più antico,invece, è costituito dal Conventino, piccolo edificio simile a un eremo. Purtroppo sono ancora evidenti i segni del tristemente famoso terremoto del 6 aprile 2009 e il restauro è ancora lontano dall’essere completato.

Nonostante l’edificio sia un piccolo gioiello, lo scopo principale della mia “gita” era il Museo di Scienze Naturali ed Umane ospitato in locali annessi al convento. L’allestimento risale al 1997, quando Padre Gabriele Marini decise di rendere fruibile al pubblico il materiale didattico del liceo classico del Seminario. Queste collezioni scientifiche, raccolte a partire dagli anni ’30 del XIX sec., si dividono in 5 sezioni: etnologico-artistica (arte sacra dal XVI al XVIII sec.), biologica (animali imbalsamati dell’entroterra abruzzese), mineralogica, paleontologica (compresa una zanna di Elephas meridionalis) e archeologica. Quest’ultima comprende reperti appartenenti ai siti dell’aquilano e a civiltà del Mediterraneo e del Mesoamerica, “souvenir” delle missioni apostoliche in giro nel mondo, compreso l’Egitto. Per questo motivo mi sono svegliato presto, ho fatto un’ora in pullman, ho camminato per un’altra ora tra i vicoli ancora spettralmente deserti del centro storico (tra cui Vicolo della Sfinge); ma, arrivato, mi sento dire che il museo è chiuso e che, diversamente da quello che è scritto sul sito del FAI, la visita comprende solo il convento. Viaggio a vuoto? Fortunatamente no perché, grazie al gentilissimo Padre Marco, ho potuto vedere lo stesso la piccola collezione egittologica.

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I reperti egizi sono solo una trentina (non ho capito se ce ne siano altri impacchettati) e occupano la parte superiore della vetrina che, come si vede, non è stata toccata per quasi cinque anni ed è sommersa da scatoloni di oggetti ancora in attesa di essere ricollocati. Fanno parte della collezione di Padre Gabriele Giamberardini che aveva completato gli studi classici a S.Giuliano e che, tra il 1950 e il 1969, aveva ricoperto varie cariche istituzionali al Cairo (fra le altre cose, fu Direttore del Centro di Studi Orientali Cristiani). Durante il suo soggiorno in Egitto, il frate raccolse una gran quantità di antichità, purtroppo prive di dati sull’acquisizione, prima conservate presso il Pontificio Ateneo “Antonianum” di Roma e poi, alla sua morte nel 1978, trasferite in parte all’Aquila.

036I reperti sono tutti di dimensioni ridotte e di bassa qualità e, in generale, di Epoca Tarda o greco-romana. Solo in pochissimi casi è conosciuta la provenienza. Ci sono quattro scarabei, due piccole stele, due stampi fittili, cinque amuleti in faience (tra cui un ibis e Bes), cinque ushabti e una statuetta di Khnum (a sinistra) in ceramica, due bronzetti di Osiride, un frammento di sarcofago dipinto, una sfinge in calcare, un vaso cinerario doppio con sfinge (s’intravede a sinistra), un ostrakon con una lettera in copto di un monaco (VI sec.), un frammento in calcare con testo geroglifico (in basso)  e una mummia di ibis in cattivo stato di conservazione. E’ inutile aggiungere che per la normale visita del museo ci vorranno ancora anni.

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Grand Egyptian Museum, chiesti altri 400 milioni di dollari al Giappone

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Source: blooloop.com

Ormai, la costruzione del Grand Egyptian Museum può essere paragonata alla realizzazione delle vicine piramidi di IV dinastia. Il progetto, che porterà al più grande museo archeologico del mondo, risale al 2002 e la data di fine lavori che era stata programmata per il 2015 è stata spostata di nuovo, questa volta al primo trimestre del 2016. Sempre che arrivino 400 milioni di dollari… Infatti, il Ministero delle Antichità ha chiesto un altro prestito al Giappone per riuscire a chiudere il cantiere. La Japan International Cooperation Agency aveva già erogato la stessa somma nel 2006 con un tasso d’interesse al 1,5% per 30 anni. La richiesta è stata fatta martedì durante una conferenza stampa presso l’Ambasciata Giapponese al Cairo.

Il GEM sorgerà su un terreno di 470 mila m² a 2 km dalla Piana di Giza. L’edificio stesso, di 170.000 m², sarà allineato con le piramidi di Cheope e Micerino. L’area espositiva accoglierà 100.000 reperti e si stima che, condizioni ambientali permettendo, sarà visitata dai 4 agli 8 milioni di turisti l’anno. Gli oggetti saranno divisi in categorie storiche: Preistoria, Antico Regno, Medio Regno, Nuovo Regno, Periodo Tardo e Greco-Romano. In una grande sala all’ingresso, si potranno ammirare le statue dalle dimensioni maggiori, mentre una galleria sarà dedicata all’attrazione principale, l’intero corredo funerario di Tutankhamon. Il progetto di creare un museo così all’avanguardia, però, è stato forse troppo ambizioso per un paese ancora non pronto e, per di più, funestato da anni d’instabilità politica e di scontri che sfiorano la guerra civile.

Il sito ufficiale: http://gem.gov.eg/index.htm

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“L’Egitto di Provincia”: Castello del Buonconsiglio, Trento

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Source: buonconsiglio.it

Viaggiando per l’Italia, mi è capitato spesso di visitare piccoli musei locali e di trovarvi un ushabti, un udjat o un frammento di sarcofago. Tutti conoscono le grandi collezioni egittologiche di Torino, Firenze, Milano o Bologna, ma sembra che ogni raccolta civica abbia il suo pezzo d’Egitto. Sono sempre stato curioso di conoscere la storia di questi oggetti e il percorso che li ha portati anche in paesini sperduti, così, ho deciso di inaugurare una nuova rubrica del blog, “L’Egitto di Provincia”, in cui parlerò, di volta in volta, di una di queste collezioni sconosciute ai più. Naturalmente saranno inclusi anche i musei di grandi città che, però, sono poco noti al pubblico.

Inizierò occupandomi del posto in cui mi è venuta l’idea e chiedo scusa da subito per la qualità delle foto, ma non mi aspettavo di trovarmi di fronte a reperti egizi nel Castello del Buonconsiglio a Trento.

Il castello è la risultante della stratificazione di opere difensive ed edifici residenziali che si sono susseguiti nel corso degli anni. Luogo pregno di storia, dal XIII secolo fino alla fine dell’XVIII, è stato l’abitazione dei principi vescovi di Trento, per poi diventare caserma militare dell’esercito austriaco. Proprio qui, infatti, nel 1916 vennero processati e giustiziati gli irredentisti Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa.

Ogni parete è ricoperta dagli affreschi tardo-medievali e rinascimentali, tra cui spicca il celeberrimo “Ciclo dei Mesi”  attribuito al maestro Venceslao che l’avrebbe realizzato intorno al 1400. La cima della Torre dell’Aquila è decorata con pitture che rappresentano uno spaccato di vita quotidiana, ricchissimo di particolari, attraverso 11 mesi dell’anno (Marzo era stato realizzato su un supporto ligneo andato perso in un incendio). Ogni quadro è accompagnato dal segno zodiacale corrispondente.

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Le sale, opere d’arte in sé, conservano collezioni di diverso tipo: quadri, mobili, sculture, maioliche, monete e codici. Esiste anche una collezione archeologica che racconta la storia del Trentino dal Paleolitico Superiore all’Alto Medioevo. E qui, con mio grande stupore, ho trovato due belle stanze (le prime che s’incontrano dopo l’ingresso) dedicate a reperti provenienti dalla Valle del Nilo. Evidentemente gli antichi Egizi non sono mai andati a sciare a Madonna di Campiglio e questa raccolta ha una spiegazione comune a tante altre in Europa: l’egittomania ottocentesca. Taddeo Tonelli, ufficiale asburgico nato a Levico (TN) nel 1778, come tanti suoi nobili coevi, passò la prima metà del XIX sec. a raccogliere opere d’arte di ogni tipo, mirabilia e antichità esotiche. Alla sua morte, nel 1858, il Comune di Trento ebbe in eredità 36 casse di legno di reperti catalogati in 64 fascicoli.

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Tra tutti questi oggetti, ci sono centinaia di amuleti (soprattutto scarabei) e ushabti che costituiscono la quasi totalità della collezione egittologica. E’ possibile ammirare anche una maschera funeraria in foglia d’oro della XVI din. (vedi sopra), frammenti di sarcofagi, stele funerarie e parti di mummie umane (piedi, mani e perfino un pene, testimonianze del commercio a scopo farmaceutico-afrodisiaco di questi pezzi di cadavere).

Infine, una vetrina (vedi foto a sinistra) è dedicata a una mummia di gatto (XXVI-XXX din.) in perfetto stato di conservazione accompagnata da alcune statuette di Bastet. I resti dell’animale sono stati analizzati presso l’ospedale Santa Chiara di Trento e i risultati della TAC sono mostrati attraverso foto e un video.
 

http://www.buonconsiglio.it/index.php/it/Castello-del-Buonconsiglio

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Frammento di benda della mummia di Ramesse II spunta in Repubblica Ceca

Un rarissimo e inestimabile frammento di lino appartenente al bendaggio della mummia di Ramesse II (1279-1212 a.C.) potrebbe essere finito nel Museo Etnografico di Olomouc, città ceca della Moravia. Il direttore, Bretislav Holasek, ha raccontato ai giornalisti che il reperto è spuntato fuori durante l’ispezione del materiale su cui lavorava un vecchio dipendente del museo. Il tessuto è conservato tra due vetri ed è accompagnato da un cartellino con una nota in tedesco che è, per il momento, l’unica prova che confermerebbe la straordinaria scoperta.

Nessuno ha idea di come il pezzo sia finito in Repubblica Ceca. Il proprietario sarebbe stato Richard Buchta, esploratore e fotografo austriaco che visitò l’Egitto alla fine del XIX secolo e che avrebbe assistito allo sbendaggio della mummia nel 1886, cinque anni dopo la scoperta di Maspero nella cachette di Deir el-Bahari (DB320, la tomba di Pinedjem II). La lettera racconta proprio l’avvenimento; inoltre, bisogna ricordare che la Cecoslovacchia era, al tempo, sotto l’Impero austro-ungarico, quindi Buchta potrebbe aver portato qui la benda dall’Egitto. Per verificare l’effettiva età del reperto, sono stati già programmati analisi scientifiche, ma, intanto, la notizia sensazionalistica è già stata lanciata e il museo sfrutterà la pubblicità con una mostra straordinaria fino a marzo.

http://www.vmo.cz/rubriky/akce-a-vystavy/necekany-nalez-textilie-z-mumie-ramesse-ii

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