Articoli con tag: oro

Scoperte 83 tombe nel Delta orientale

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Source: Ministry of Tourism and Antiquities

A Kom el-Khilgan, sito predinastico della provincia di Daqahlliya nel Delta orientale, gli archeologi egiziani hanno scoperto 83 tombe, per lo più antiche di oltre 5000 anni. La necropoli era stata individuata e scavata già nei primi anni 2000 dall’IFAO, mettendo in luce un’importante fase di transizione verso l’unificazione, almeno culturale, dell’Egitto grazie alla presenza di ceramica della cultura Buto-Maadi, tipica del Nord, e quella meridionale di Naqada III.

84660238_2848669718511993_7513813609521086464_n79 delle nuove tombe scoperte dal team di Sayed Fathi el-Talhawi, direttore generale delle Antichità di Daqahlliya, risalgono proprio al IV millennio e sono composte da fosse ovali scavate nella sabbia con il defunto deposto in posizione fetale, spesso all’interno di casse funerarie in terracotta. Questa particolarità è un unicum per il periodo e l’area ed è solo il secondo caso noto dopo quello individuato a Tell el-Farkha dagli egittologi polacchi. Ad accompagnare i morti c’erano in genere vasi di diverse forme, ma sono stati trovati anche piccoli modellini d’imbarcazione in ceramica, due conchiglie di ostrica e due palette in pietra – una rettangolare e una tonda – con un ciottolo per macinare i minerali da trucco (foto a sinistra, angolo in basso a destra).

Molto più recenti sono invece i resti di forni ed edifici in mattoni crudi risalenti al II Periodo Intermedio (1650-1550 a.C.). Le fondazioni di una di queste strutture si istallano su quattro sepolture, tre di adulti e una di un bambino (foto in basso a sinistra), come da tradizione asiatica che comincia a vedersi in Egitto con gli Hyksos. Tra gli oggetti di corredo spiccano amuleti in oro e pietre semi-preziose come l’ametista (foto in basso a destra).

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Il Metropolitan restituisce all’Egitto il sarcofago di Nedjemankh

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Source: Daily Mail

Lo scorso febbraio, con un vero e proprio colpo di scena, il Metropolitan Museum of Art di New York chiudeva in anticipo la fortunata mostra temporanea “Nedjemankh and His Gilded Coffin” che si avviava a superare il mezzo milione di visitatori in soli sei mesi. Infatti, il pezzo principale dell’esposizione, il sarcofago dorato di Nedjemankh per l’appunto, risultava essere uscito illegalmente dall’Egitto e arrivato negli USA attraverso il mercato nero. Così, una volta appurata la falsità dei documenti ottenuti con l’acquisto, il presidente del MET, Daniel Weiss, aveva subito chiesto scusa al popolo egiziano e si era impegnato a restituire al più presto il prezioso reperto.

Ieri si è finalmente concretizzata questa promessa con una conferenza stampa e la consegna ufficiale dell’oggetto alle autorità egiziane, alla presenza del ministro degli Esteri, Sameh Hassan Shoukry, del procuratore distrettuale di Manhattan, Cyrus Vance, e dell’agente incaricato della Homeland Security Investigations, Peter C. Fitzhugh.

La novità dell’operazione sta proprio nei protagonisti che, per una volta, non si sono mossi dopo una richiesta di restituzione dall’Egitto ma attraverso una serie di indagini interne dell’Antiquities Trafficking Unit che ha scandagliato a lungo i percorsi sommersi che portano opere d’arte a gallerie, case d’asta e musei della Grande Mela.

Nedjemankh era sommo sacerdote del dio dalla testa di ariete Herishef, vissuto nel I secolo a.C. a Herakleopolis, città a sud del Fayyum. Il grande valore del suo sarcofago non è dato solo dal materiale con cui è realizzato, ma soprattutto dalla rarità del modello. L’intera superficie della bara, infatti, è coperta da testi e scene religiose incise su uno strato dorato di cartonnage che, a sua volta, decora la struttura in legno. Nella parte interna si trova, a protezione del volto del defunto, addirittura una foglia d’argento, metallo che in Egitto era ancora più prezioso dell’oro.

Il sarcofago è stato probabilmente trafugato durante il caos scaturito dopo la rivoluzione del 2011 nell’area di Minya. In quel periodo perfino il museo della città era stato assaltato da una folla senza controllo e non tutti i suoi reperti sono stati ancora recuperati. In ogni caso, il sarcofago sarebbe finito prima negli Emirati Arabi, poi in Germania e infine a Parigi, in particolare nella casa d’aste Christophe Kunicki dove è stato acquistato dal Metropolitan nel 2017, per 4 milioni di dollari.

Ad accompagnare il pezzo c’era una serie di documenti rivelatisi falsi, come una licenza di esportazione del 1971, data precedente alla promulgazione della legge 117 del 1983 sulla tutela delle antichità egiziane.

Secondo quanto detto dal ministro Shoukry, il sarcofago sarà rimpatriato nei prossimi giorni in Egitto, dove sarà esposto nel 2020

Aggiornamento (01/10/2019):

Arrivato in Egitto, stamattina il sarcofago di Nedjemankh è stato ufficialmente presentato a stampa e ambasciatori stranieri presso il National Museum of Egyptian Civilization di Fustat, museo dove sarà esposto al pubblico già nei prossimi mesi.

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Source: MoA

Aggiornamento (30/06/2020):

Le indagini sono andate avanti in Francia e hanno coinvolto nomi altisonanti, non tutti fatti trapelare: sono stati arrestati il noto esperto d’archeologia del Mediterraneo e membro del comitato della Société Française d’Égyptologie Christophe Kunicki e il marito e socio Richard Sampaire, un ex curatore del dipartimento del Vicino Oriente del Louvre, il presidente della Pierre Bergé & Associés, una delle case d’asta più amose al mondo e un altro banditore parigino.
 
Oltre al sarcofago di Nedjemankh, sarebbero molti altri i reperti provenienti da paesi in guerra o sconvolti dalla primavera araba, come Egitto, Libia, Siria e Yemen, venduti illegalmente a inconsapevoli musei, Louvre di Abu Dhabi o il già citato Metropolitan tra tutti, e privati.
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Iniziato il restauro del sarcofago esterno di Tutankhamon

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Source: MoA

Dopo oltre 95 anni dalla sua scoperta, uno degli ultimi oggetti del corredo funerario di Tutankhamon rimasti ancora in situ ha lasciato la Valle dei Re per essere trasportato nei laboratori del Grand Egyptian Museum. Era infatti il 12 febbraio 1924, quando gli operai di Howard Carter sollevarono il pesante coperchio della grande bara in quarzite che occupa buona parte della camera funeraria e misero in luce il sarcofago esterno in legno dorato (Carter n. 253) portato al Cairo nei giorni scorsi. Il sarcofago, a sua volta aperto il 13 ottobre 1925, era solo il primo di tre casse antropoidi che rappresentano il faraone defunto in forma osiriaca e che contenevano la mummia di Tutankhamon, per ora lasciata nella KV 62.

Il trasporto è stato effettuato il 12 luglio, sotto la scorta della Polizia Turistica e delle Antichità e utilizzando uno speciale sistema anti-vibrazioni e con controllo di temperatura e umidità. Già a un primo esame preliminare, è emerso un cattivo stato di conservazione dell’oggetto con diverse fratture e parti staccate della superficie dorata dell’intonaco esterno, tamponate momentaneamente già nella tomba dai restauratori del Ministero delle Antichità. Infatti, secondo Eissa Zidan, responsabile del dipartimento di Primo intervento di restauro e Trasporto dei reperti, il 30% del sarcofago sarebbe danneggiato. Una volta al GEM, è stata portata avanti una settimana di quarantena e dal 22 luglio il reperto è sotto una tenda isolante (foto in basso) per le procedure di fumigazione atte a sterilizzare e a eliminare l’eventuale presenza di insetti, funghi e muffe.

Ieri il ministro Khaled el-Enany ha presentato alla stampa la successiva fase di restauro che, in 8 mesi, porterà il sarcofago ad essere pronto per l’esposizione nel nuovo museo che dovrebbe aprire parzialmente nella primavera del 2020 e definitivamente nel 2022, in occasione del centenario dalla scoperta della tomba di Tutankhamon. Prima di tutto, si effettueranno esami non invasivi per definire lo stato dei materiali e scegliere le strategie più adatte. Poi si procederà con la pulizia delle superfici e la ricollocazione dei frammenti staccati.

Il sarcofago sarà esposto presso il GEM insieme ai due che erano nel Museo Egizio del Cairo di Piazza Tahrir e ai 5398 oggetti del corredo funerario di Tutankhamon, di cui 4500 sono già stati trasferiti nella nuova sede.

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Source: MoA

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Delta, scoperto sarcofago con scarabeo d’oro

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Source: MoA

55726295_2223079501071021_7997631178515415040_nA Quesna, sito estrattivo 100 km a nord del Cairo,  una missione egiziana ha scoperto un sarcofago antropoide in calcare che conteneva due mummie. La bara, lunga 2 metri e larga 60 cm, è in buono stato di conservazione, cosa che non si può dire invece dei due corpi disposti l’uno sull’altro al suo interno (foto a sinistra). Tuttavia, su una delle mummie è stata trovata un’applique in oro a forma di scarabeo (foto in basso).

Nell’area, utilizzata per sepolture dell’Antico Regno e dal Periodo Tardo all’Epoca tolemaica, sono stati individuati anche altri corpi accompagnati da diverse tipologie di oggetti che variano a seconda della datazione della tomba: uno scarabeo in faience, tre coperchi di canopi in calcare, vasetti, anfore, piatti, chiodi e monete in bronzo tolemaiche.

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Le decorazioni d’oro dal sarcofago di Alessandria

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Source: MoA

Esattamente un mese fa, le testate giornalistiche di tutto il mondo avevano mostrato ai lettori le immagini forti di tre scheletri che emergevano da uno scuro liquido maleodorante all’apertura di un grande sarcofago scoperto casualmente ad Alessandria d’Egitto.  Ma l’attenzione del pubblico era già stata catalizzata sulla vicenda nelle settimane precedenti, speculando sul possibile proprietario – o, meglio, proprietari – della bara in granito nero.

Oggi sappiamo qualcosa in più dei defunti ritrovati. Gli antropologi del Ministero egiziano delle Antichità, diretti da Zeinab Hashish, hanno infatti terminato gli esami preliminari sui resti ossei dopo averli ripuliti e lasciati asciugare. Grazie alla valutazione morfometrica di crani, bacini e femori, si è risaliti al genere e all’età dei tre individui: una donna di 20-25 anni, alta 1,60-1,64 metri, e due uomini, rispettivamente di 35-39 e 40-44 anni e 1,60-1,66 e 1,79-1,85 metri di altezza.

Inoltre, a un esame più attento, Hashish ha affermato che la lesione sul lato destro del cranio del più anziano non è, come dichiarato in un primo momento, il foro di una freccia ma la probabile traccia di una trapanazione. Tale pratica chirurgica, praticata fin dal Neolitico ma rara in Egitto, prevedeva l’incisione della calotta cranica per scoprire la dura madre, la parte più esterna delle meningi, al fine di curare malattie vere o presunte tali. I bordi del taglio in questione, dal diametro di 1,7 cm, sono arrotondati ed è visibile la formazione di nuovo tessuto osseo, fattori che indicano che l’uomo sopravvisse a lungo all’operazione.

Tuttavia, per il momento non è ancora possibile dare una datazione più precisa alla tomba, comunque collocabile nel periodo greco-romano (332 a.C. – 391 d.C.), anche perché i tre morti potrebbero appartenere ad epoche diverse. Infatti, secondo Mostafa Waziry, segretario generale del Supreme Council of Antiquities, gli scheletri si trovavano uno sull’altro ad indicare almeno due fasi distinte di utilizzo del sarcofago. Maggiori informazioni arriveranno solo dopo la TAC, l’analisi del DNA e, soprattutto, la datazione al carbonio-14.

Verrà esaminato anche il liquido rossastro che copriva gli scheletri, un mix di liquami sversati da una moderna fogna e del rivestimento decomposto delle mummie. Liquido che nascondeva anche ciò che resta del corredo funebre: sottili placche in foglia d’oro di 3×5 cm, decorate con motivi che, secondo Waziry, indicherebbero il rango militare di uno dei defunti. Tuttavia, le incisioni sembrerebbero rappresentare figure legate alla sfera della medicina e della protezione in generale, come una capsula di papavero da oppio all’interno di un tempietto, una spiga di grano o un cespo di lattuga e un agathos daimon (“Spirito buono”), divinità in forma di serpente venerata nel mondo greco e romano perché tutelare di luoghi come campi di cereali, vigneti e la città stessa di Alessandria.

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Source: MoA

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Esposte per la prima volta le lamine d’oro dalla tomba di Tutankhamon

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Source: dainst.org

In un museo sempre più vuoto, nuovi tesori – una volta tanto non è un’esagerazione – a disposizione dei visitatori.

Ieri, in occasione del 115° anniversario dell’apertura del Museo Egizio del Cairo e del 60° della riapertura del Deutsches Archäologisches Institut Kairo (DAIK), il ministro El-Enany ha inaugurato la mostra speciale delle decorazioni in lamina d’oro provenienti dalla tomba di Tutankhamon. Queste 55 piccole lastre auree su cuoio adornavano i carri da guerra, i finimenti dei cavalli e le guaine delle armi trovate nella KV62, ma non erano mai state esposte al pubblico per il loro cattivo stato di conservazione. Il progetto di restauro è stato portato avanti da specialisti del Museo Egizio, del Römisch-Germanisches Zentralmuseum di Mainz, dell’Institut für die Kulturen des Alten Orients dell’Università di Tübingen e del DAIK. I lavori sono iniziati tre anni fa sotto la direzione di Christian Eckmann – che ha rimediato anche al famigerato incidente della maschera – e sono terminati nei tempi previsti. Ma avete poco tempo per ammirarle – almeno per il momento – perché a fine dicembre saranno trasferite presso il Grand Egyptian Museum.

 

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Deir el-Banat, scoperta mummia greco-romana

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Source: MoA

La missione del Centro per gli Studi Egittologici dell’Accademia Russa delle Scienze (CESRAS) ha scoperto un sarcofago con una mummia di età greco-romana. Il ritrovamento è stato effettuato a Deir el-Banat, necropoli situata in pieno deserto oltre il bordo sud-orientale del Fayyum. Nonostante la bara di legno sia piuttosto danneggiata (foto in basso), la mummia, avvolta in un sudario di lino, è fortunatamente in ottimo stato di conservazione e presenta ancora maschera con lamina d’oro per il volto e copertura in cartonnage dai colori vividi (foto in alto, con tanto di dito sull’obiettivo). Mancano iscrizioni, ma sul torso, sotto la parrucca, si vedono il collare usekh, la dea alata del cielo Nut e i 4 figli di Horus (Duamutef, Hapi, Qebehsenuef, Imsety). Le tombe di questo cimitero vanno dal periodo tolemaico a quello copto e sono state quasi tutte depredate, ma gli archeologi del CESRAS, diretti da Galina Belova, hanno individuato diverse sepolture intatte.

http://www.cesras.ru/deyatelnost/arheologiya/fajjum-dejr-al-banat

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Source: MoA

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Un nuovo studio sui frammenti dorati del sarcofago della KV55

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Source: gettyimages, MSA

Una vecchia cassa di legno dimenticata contenente 500 piccoli frammenti di foglia d’oro, due pezzi di cranio umano e una nota poco chiara scritta a mano in francese. Un sarcofago con la maschera intenzionalmente strappata di cui non si conosce il proprietario. Sono ingredienti che creano uno scontato alone di mistero, soprattutto se si pensa che il sarcofago (immagine a sinistra) è stato ritrovato nell’enigmatica KV55 e che da alcuni, forse troppo liberamente, viene attribuito ad Akhenaton. In realtà, il Ministero delle Antichità sta lanciando uno studio scientifico – finanziato dall’American Research Center in Egypt con 28.500 $ – atto proprio a verificare se, come sembra, quei frammenti dorati appartengano alla bara conservata presso il Museo Egizio del Cairo. La scatola in questione è spuntata l’anno scorso dai magazzini del museo durante le fasi di trasferimento dei reperti verso il nuovo Grand Egyptian Museum di Giza.

La KV55, nella Valle dei Re, fu scavata nel 1907 da Edward Ayrton e Theodore Davis senza un’adeguata documentazione che ha reso ancora più problematica un’identificazione già di suo difficile per la cattiva conservazione della sepoltura e i segni di damnatio memoriae. Inoltre, sembra che Davis abbia addirittura permesso ad alcuni visitatori di prendere come ricordo frammenti della foglia d’oro che erano sparsi a terra. La mummia stessa, mal conservata, fu danneggiata dagli archeologi. Molto più recentemente, uno studio sul DNA del corpo, portato avanti da Zahi Hawass, identificherebbe il defunto con il figlio di Amenofi III, con il padre di Tutankhamon e, quindi, con Akhenaton, ma molti genetisti hanno messo in discussione metodi e risultati.

Così, questa nuova ricerca – che prevede la partecipazione anche di Mark Gabold  (Université Paul-Valéry Montpellier 3) – potrebbe contribuire a dirimere tutti questi dubbi. L’appunto trovato nella scatola, infatti, parla di un sarcofago reale senza indicarne il nome, ma la data coinciderebbe con quella della missione di Ayrton-Davis.

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Luxor, Scoperto tesoro di monete d’oro bizantine

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Source: dainst.org

Spesso, quando si parla di scoperte archeologiche, si grida troppo facilmente al “tesoro”; questa volta, però, non esiste definizione più esatta. Infatti, gli archeologi tedeschi che lavorano nell’antico monastero di Deir el-Bachît (Dra Abu el-Naga nord, nella West Bank di Luxor) hanno tirato fuori dalla sabbia 29 monete d’oro bizantine: 18 solidi (come nella foto) e 11 tremissi (1/3 del solido). Le monete, tutte in perfetto stato di conservazione, erano avvolte in un panno e nascoste in un vano sotto la colonna di arenaria che fungeva da supporto per l’altare.

Gli imperatori raffigurati sono Valente (364-378), Valentiniano II (375-392), Giustino I (518-527) e Giustiniano I (527-565), quindi il deposito è databile al VI sec. Aldilà dell’importanza intrinseca degli oggetti, questa datazione conferma l’antichità del monastero di S.Paolo, cappella copta inserita in una precedente tomba egizia, primo eremo di tutta Tebe Ovest.

http://www.dainst.org/de/node/33647

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