Articoli con tag: papiro

Fayyum, scoperto eremo cristiano di 1300 anni

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Source: scienceinpoland.pap.pl

A Deir el-Naqlun, nel Fayyum, gli archeologi polacchi diretti da Włodzimierz Godlewski (Università di Varsavia) hanno scoperto un eremo cristiano risalente a 1300 anni fa. L’insediamento fa parte del gruppo di eremi della collina vicina al convento dell’Arcangelo Gabriele, fondato alla metà del V sec. e rimasto attivo fino alla fine del XX secolo, quando è stato abbandonato dagli ultimi due monaci. Dallo scavo sono emerse tre stanze ricavate dalla roccia che comprendono un’area giorno intonacata e con diverse nicchie (vedi foto in alto), una camera da letto e una piccola cucina con un profondo pozzo arieggiato per la conservazione del grano. L’eremo è stato abitato da un solo monaco, tra il VI e l’inizio del VII secolo, che forse si chiamava Neilos. Questo nome compare su una lettera scritta in greco su papiro (vedi immagine in basso) perfettamente conservata che, secondo il papirologo Tomasz Derda, sarebbe un invito da parte di un alto esponente della Chiesa locale, forse il vescovo di Arsinoe (l’odierna Medinet el-Fayyum). Insieme allla lettera, sono stati scoperti altri oggetti di vita quotidiana come un paio di sandali in cuoio, frammenti di tessuto e vetro, un set di contenitori ceramici da mensa e anfore da vino.

http://www.archeo.uw.edu.pl/szablon.php?id=858

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Source: scienceinpoland.pap.pl

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In un papiro ramesside la prima osservazione dell’eclisse di Algol

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Source: journals.plos.org

(Premetto subito che mi sto avventurando in un campo molto tecnico che esula dalle mie competenze quindi mi scuso per eventuali inesattezze).

Che gli antichi Egizi fossero ottimi osservatori degli eventi celesti era cosa assodata, ma un recente studio sposta l’asticella un po’ più in là. In realtà, Lauri Jetsu e Sebastian Porceddu (Dip. di Fisica della University of Helsinki) avevano già espresso questa teoria nel 2013, ma una loro nuova pubblicazione sembrerebbe confermarla: in un papiro ramesside scoperto a Deir el-Medina (Cairo 86637, vedi immagine), ci sarebbe la prima documentazione relativa a una stella binaria a eclisse. Il testo in ieratico è tra i Calendari egizi meglio conservati e suddivide i giorni dell’anno (classica ripartizione in tre stagioni, 12 mesi di tre settimane di 10 giorni, più 5 “epagomeni”) in “buoni” e “cattivi”. Praticamente, tenendo in considerazione la concezione ciclica del tempo, un modo per capire in anticipo se fosse o no il caso di uscire di casa! Queste previsioni, fatte tre volte per ogni giorno (quindi, nel corso delle 24 ore, si potevano incontrare momenti positivi o negativi), erano influenzate da credenze religiose ed eventi astronomici. Lo scopo della ricerca finlandese è proprio verificare se le azioni delle varie divinità potessero coincidere con fenomeni realmente esistenti.

Grazie a calcoli statistici, si è visto che periodi particolarmente fausti si ripetono spesso ogni 29,6 e 2,85 giorni, rispettivamente in connessione con Seth e Horus. Se il primo intervallo di tempo è facilmente identificabile con il mese lunare, il secondo ha richiesto maggiori approfondimenti fino all’identificazione con la variabilità di Algol, detta anche β Persei. Il sistema appartiene alla costellazione di Perseo ed è composto da due stelle tra cui quella principale, Algol A, viene eclissata ogni 2,867 giorni da quella secondaria, Algol B (in realtà, attorno al comune centro di massa, ruota anche una terza stella, Algol C). Il conseguente calo di luminosità dura circa 10 ore ed è visibile a occhio nudo. Il papiro, quindi, descriverebbe il fenomeno quasi 3000 anni prima della sua scoperta ufficiale attribuita a Geminiano Montanari (1667) e del calcolo del periodo di John Goodricke (1783). La discordanza di misurazione di 0,017 giorni è stata spiegata con un trasferimento di massa negli ultimi millenni tra i due componenti del sistema stellare.

Una conoscenza più antica della variabilità, però, potrebbe essere suggerita dall’etimologia del nome stesso di Algol che deriva dall’arabo “al-Ghul”, un demone della tradizione islamica, e che ne indicherebbe la natura “irrequieta”.

http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0144140

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“Proposta” sodomitica in un papiro di Ossirinco

Source: bricecjones.com

Source: bricecjones.com

I papiri di Ossirinco non finiscono mai di riservare sorprese (basti pensare alla ricetta con i rimedi per i postumi da sbornia o il frammento usato come carta igienica) e Brice C. Jones, nel suo blog, presenta sempre i casi più curiosi. Questa volta, il papirologo parla di un documento V.M. 18! Si tratta di una lettera scritta in greco nel I secolo d.C. da due uomini, Apione ed Epimaco, allo sfortunato Epafrodito. Infatti, i mittenti lo invitano a farsi sodomizzare per non essere più pestato. Ora, al di là delle preferenze sessuali del destinatario, non sembra che la “gentile” richiesta comprendesse molte scelte. Secondo alcuni studiosi, però, più che al soddisfacimento dei loro appetiti, Apione ed Epimaco potrebbero aver preteso un segno di sottomissione da parte di uno schiavo. E per rendere più chiaro il messaggio, aggiunsero anche un disegnino esplicativo (a destra dell’immagine), in cui si vede un pene che penetra il retto con tanto di didascalie “duro/erezione”, “e ano”.

Per il testo completo e la sua traduzione: http://www.bricecjones.com/blog/porn-on-an-ancient-papyrus

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Pubblicato papiro con rimedio per i postumi da sbornia

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Source: livescience.com

Avete alzato un po’ troppo il gomito ieri sera? Il cervello vi scoppia? Nessun problema! Prendete alcune foglie di Ruscus racemosus, mettetele al collo e aspettate che passi il mal di testa!

Non so quanto possa funzionare (e nemmeno dove trovare quella pianta), ma questo è il rimedio per curare i postumi da sbornia che si trova su un papiro di 1900 anni scoperto a Ossirinco. Il testo, scritto in greco, raccomanda di intrecciare le foglie dell’arbusto (detto anche chamaedaphne alessandrina) e di indossarle a mo’ di collana.

La traduzione di David Leith (University of Exeter) si trova nell’ultimo volume di Oxyrhyncus papyri”, lavoro di pubblicazione che dura ormai da oltre cento anni. Sono compresi altri 23 documenti a carattere medico, datati dal I al VI sec. d.C., con ricette per curare ulcere, mal di denti, emorroidi, reumatismi e perfino con frammenti della descrizione di un’operazione alla palpebra estroflessa. Sono comprese anche copie di opere di Galeno e Ippocrate.

I papiri appartengono all’Egypt Exploration Society e sono conservati presso la Sakler Library dell’Università di Oxford.

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Un papiro con Omero usato come carta igienica

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Source: bricecjones.com

La vita è quasi sempre ingiusta. Il destino che ci si aspetterebbe per un libro di Fabio Volo lo ritroviamo, invece, per una copia dell’Iliade di Omero.

Il papiro P.Oxy. 67.4633 non è stato pubblicato recentemente (Spooner J., Nine Homeric Papyri from Oxyrhynchos, 2002), ma una sua particolare caratteristica, riportata dal papirologo Brice Jones nel suo blog, vi colpirà sicuramente. Si tratta di un frammento risalente al III sec. d.C., scoperto, come tanti altri, in un’antica discarica di Ossirinco. Il testo, come detto, presenta una versione in greco dell’Iliade o, più precisamente, scholia, cioè annotazioni, glosse che spiegano il poema. In realtà, la peculiarità del documento consiste nella sua destinazione d’uso secondaria, quando venne sfruttato per uno scopo non proprio “nobile”. In Egitto, si assiste molto spesso al riciclo del papiro che poteva semplicemente essere iscritto sulla faccia ancora libera o ricoperto da intonaco per la realizzazione di cartonnage.

In questo caso, però, il materiale è stato usato come carta igienica e presenta ancora evidenti tracce di feci che ricoprono gran parte della superficie. C’è stato addirittura uno studio paleobotanico del materiale organico in questione che ha riscontrato la presenza di fibre di grano. Ora pensate al momento in cui, per studiare il papiro trovato accartocciato, lo si è dovuto inumidire per ammorbidirlo e distenderlo…

 

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Maschere funerarie, il più antico vangelo e bagnoschiuma: continua la polemica

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L’archeologia biblica e lo studio di antichi testi religiosi hanno sempre fatto presa sulla gente per i risvolti misteriosi e controversi che vengono amplificati ad arte dai media (non a caso, tra tutti gli articoli che ho scritto su questo blog nel 2014, il più letto è risultato quello sul papiro dell’Ultima Cena). Così, soprattutto nel web, circolano decine di scoop, o sedicenti tali, su vangeli apocrifi, matrimoni di Gesù, Opus Dei e via dicendo. Da un po’ di tempo, leggo una di queste notizie che, se non fosse per le conseguenze disastrose che sta provocando, mi avrebbe strappato più di una risata. Avevo deciso di ignorarla, ma visto che in questo periodo sembra sia balzata di nuovo agli onori della cronaca, è arrivato il momento di chiarire alcuni punti. Qui riportarò le mie riflessioni, sicuramente insufficienti, ma potete leggere le osservazioni molto più autorevoli di studiosi (come Paul BarfordRoberta Mazza e Brice Jones) che, ormai dal 2012, stanno criticando aspramente i risultati di una strana ricerca.

Un gruppo di studiosi guidati da Scott Carroll, ex direttore della “Green Collection” (una raccolta di oltre 40.000 manoscritti biblici e altri reperti correlati conservati presso il “Museum of the Bible” di Washington D.C.), ha ideato un metodo “innovativo” per estrapolare antichi documenti dalle maschere funerarie delle mummie egizie. Infatti, il cartonnage con cui erano realizzate è fatto di strati di lino o papiro ricoperti di stucco dipinto. Il papiro era un materiale molto costoso, quindi si tendeva a riciclare fogli già usati che, a volte, presentano ancora i testi intatti. Il geniale metodo, che permette di sciogliere il collante e conservare l’inchiostro, consiste, come si può vedere dalla foto, nel mettere in ammollo le maschere in acqua e Palmolive (non ho scelto una marca a caso ma quella indicata da Carroll. Sponsorizzazione? Particolari proprietà del sapone? Unico prodotto che era in casa in quel momento?).

In questo modo, si sarebbero recuperati appunti amministrativi, lettere personali, testi filosofici e, addirittura, copie di Omero. Pazienza se, così facendo, le maschere vengono distrutte; ma tanto, come ha affermato Josh McDowell, si tratta di oggetti di scarsa qualità. Una tale distinzione tra “figli e figliastri” nei confronti dei reperti sarebbe come minimo strana in archeologia e, infatti, McDowell non è un addetto ai lavori ma un apologista evangelico e il teorico del gruppo (vi prego, leggetevi i curricula!). Un’altra sua uscita poco felice è stata quella sul rischio di danneggiare supporti così delicati: “Dal momento che i manoscritti sono i nostri, è tutto OK!”. Alcuni pezzi, infatti, appartengono alla sua collezione privata, mentre le altre maschere proverrebbero da musei, università o collezionisti privati che, dopo il procedimento, dovrebbero tornare in possesso dei papiri risultanti. Una porcheria del genere in Italia non sarebbe concepibile, ma, evidentemente, l’apparato legislativo americano permette ai proprietari di fare qualsiasi cosa con le loro antichità.

Tutti i testi studiati saranno pubblicati prima della fine del 2015, anche se i precedenti annunci prevedevano il 2013 e poi il 2014. Ogni persona che partecipa al progetto ha sottoscritto un accordo di riservatezza con il divieto di divulgare qualsiasi dato. Ma, già nel 2012, Dan Wallace, docente presso il Dallas Theological Seminary, aveva fatto trapelare la scoperta più importante (come se non fosse stato tutto previsto…): il più antico vangelo conosciuto. Ad oggi, le prime attestazioni canoniche del Nuovo Testamento risalgono al II secolo (in particolare, il “Papiro 52”, con il Vangelo di Giovanni, al 125 circa), mentre un piccolo frammento del Vangelo di Marco ricavato da una maschera sarebbe stato datato a prima del 90. Tale conclusione sarebbe il frutto di un mix di analisi paleografica e C14, ma, in mancanza del sarcofago e dei nomi degli esperti che hanno effettuato la datazione, sembra solo una congettura. E pur prendendo per buono il radiocarbonio, il papiro, come è successo per le maschere, potrebbe essere stato riutilizzato in seguito.

In attesa della fatidica pubblicazione, è difficile approfondire ulteriormente la faccenda, ma destano non poche perplessità le metodiche dello studio e la presenza ingombrante di McDowell che sta sfruttando queste notizie per confermare le sue tesi estremiste sulla storicità assoluta di ogni nozione scritta sulla Bibbia, compresi Diluvio Universale e creazionismo. E voi vi fidereste di uno studio sulla salubrità degli hamburger finanziato da McDonald’s?

 

 

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Istruzione e lavoro tra gli adolescenti dell’Egitto romano

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Source: pasthorizonspr.com

Analizzando oltre 7500 documenti da Ossirinco, per lo più papiracei, Ville Vuolanto (University of Oslo) e April Pudsey (University of New Castle) hanno fatto scoperte interessanti sull’infanzia e l’adolescenza nell’Egitto romano. Sembra infatti che i ragazzi delle famiglie facoltose (circa il 10-25% della popolazione totale) frequentassero un istituto di formazione, chiamato gymnasium, dove i 14enni imparavano a diventare dei buoni cittadini. L’iscrizione a tale struttura era riservata ad appartenenti a classi sociali piuttosto agiate (la retta era di 12 dracme) e ai soli maschi.

Altri giovani, invece, cominciavano a lavorare presto con contratti di apprendistato che duravano dai due ai quattro anni. Anche i figli degli schiavi potevano sottoscrivere accordi lavorativi senza alcuna differenza con quelli dei loro coetanei liberi. Tra i venti documenti di questo tipo ritrovati, uno riguarda anche una ragazza, ma si tratta veramente di un unicum. Le donne, infatti, lavoravano in casa e l’adolescente in questione fu costretta a fare questa scelta perché rimasta orfana con i debiti del padre sulle spalle.

http://www.sciencedaily.com/releases/2014/11/141105084711.htm

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Scoperto papiro con il più antico riferimento all’Ultima Cena

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Source: bbc.com

Una ricercatrice italiana della University of Manchester ha effettuato una scoperta fondamentale per la storia degli albori del cristianesimo. Presso gli archivi della John Rylands Library, la Dott.ssa Roberta Mazza, esperta in Egitto greco-romano e papirologia, ha individuato un documento risalente al VI secolo (nella biblioteca dal 1901, ma mai studiato) che contiene uno dei primi riferimenti all’Ultima Cena e, al tempo stesso, all’uso della magia nella religione cristiana.

Il frammento di papiro di 1500 anni presenta una combinazione di passi biblici di Nuovo e Vecchio Testamento, in particolare Salmi 78:23-24 e Matteo 26:28-30:

“Temete voi che governate sulla terra.

Sappiate voi nazioni e popoli che Cristo è nostro Dio.

Poiché Egli parlò e le cose vennero in esistenza, Egli comandò e le cose furono create; Egli ha posto ogni cosa sotto i nostri piedi e ci ha liberati dal desiderio dei nostri nemici.

Il nostro Dio ha preparato per il popolo un sacro tavolo nel deserto e ha dato da mangiare la manna della Nuova Alleanza, il corpo immortale del Signore e il sangue di Cristo versato in remissione dei nostri peccati”.

Il testo, scritto in greco, era inserito in un amuleto apotropaico come da tradizione faraonica che, evidentemente, è stata ripresa anche dai primi cristiani. Inoltre, il supporto ha permesso di scoprire l’origine del reperto cioè Tertembuthis, villaggio nelle vicinanze di Ermopoli. La preghiera, infatti, si trova sul retro di una ricevuta di pagamento della tassa sul grano perché, come spesso accadeva anche in epoche più antiche, si riciclavano fogli di papiro già usati a causa dell’alto costo del materiale.

http://www.manchester.ac.uk/discover/news/article/?id=12687

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Il “Vangelo della Moglie di Gesù” è un falso!

papiroVero, Falso, Vero, Vero, Falso… No, non sono le risposte di un quiz per la patente ma le diverse interpretazioni che si sono susseguite sull’autenticità del cosiddetto Vangelo della Moglie di Gesù, frammento di papiro su cui si legge: «Gesù disse loro: “Mia moglie […]». Come per ogni scoperta controversa, era prevedibile un batti e ribatti del genere e avevo volutamente scelto di non parlarne finora perché non completamente convinto della notizia e carente delle basi per analizzarla nel modo adatto. Ripeto, finora, perché pare che Christian Askeland (Institut für Septuaginta- und biblische Textforschung, Università di Wuppertal) abbia trovato le prove che inchiodano il “Vangelo” come falso.

Il clamore era iniziato nel 2012, quando Karen L. King (Harvard Divinity School) aveva annunciato la scoperta durante il Tenth international congress of Coptic studies” proprio a Roma… Apriti cielo! Naturalmente, subito è arrivata la smentita del Vaticano più una serie di commenti scettici da parte di studiosi di tutto il mondo insospettiti dagli errori grammaticali, dall’inchiostro e dal fatto che nessuna lettera sia tagliata dalle fratture (da ignorante nella materia, anche a me era sembrata una coincidenza troppo fortunata). Inoltre, la porzione più importante del testo (evidenziata di rosso nell’immagine: ta-hime, “mia moglie”) sembra volutamente rimarcata con inchiostro più scuro. Altri, invece, meno critici, avevano proposto una traduzione alternativa interpretando la moglie di Cristo come la Chiesa. 

La King (qui il suo articolo sull’ultimo numero dell’Harvard Theological Review) dice di essere stata contattata insistentemente dal collezionista proprietario dai primi anni ’80 del papiro che, però, ha voluto mantenere l’anonimato (due stranezze sospette). Un recente studio ha riacceso i riflettori sul GosJesWif datando l’inchiostro tra il IV e l’VIII sec. (risultati dalla Colombia University, Harvard University e Massachusetts Institute of Technology; solo la University of Arizona è arrivata a una datazione precedente alla nascita di Cristo). Quindi il Vangelo è autentico? No. Tali dati non forniscono una sicurezza del 100%. Inoltre, i falsari avrebbero potuto utilizzare un vero papiro e carbone antico per preparare i pigmenti. Sembra infatti che il testo in copto sia la rielaborazione di frasi prese dal “Vangelo di Tommaso”, documento paleocristiano scoperto in Egitto (a Nag Hammadi) nel 1945.

E qui torniamo alla prova definitiva scoperta da Askeland che prende in considerazione un altro testo, il “Vangelo di Giovanni”, versione in dialetto licopolitano del Qau Codex di Cambridge. Il frammento è stato quasi sicuramente acquistato insieme al GJW perché presenta la stessa calligrafia, stesso inchiostro e stesso strumento di scrittura. Anche la datazione del papiro ha portato a risultati molto simili (VII-IX sec.). Ma, in questo caso, lo studioso americano-tedesco ha individuato la fonte a cui il falsario si sarebbe “ispirato”, l’edizione del Qau Codex di Herbert Thompson (“The Gospel of St. John According to the Earliest Coptic Manuscript”, London 1924). Come si può vedere nella comparazione elaborata da Alin Suciu, corrisponde anche la ripartizione delle linee:

Il GJW, invece, come detto, è la copia rielaborata della pubblicazione in PDF del 2002 di Micheal Grondin del “Vangelo di Tommaso”. In conclusione, sembra che si sia in presenza di un gruppo di falsi realizzati da esperti burloni che hanno preso spunto da documenti realmente esistenti (un po’ come è successo con il “Papiro Tulli” e l’inquietante narrazione di presenze extraterrestri nel cielo che, invece, si è rivelata una bufala costruita con gli esercizi dell’Egyptian Grammar di Gardiner e che è stata sbugiardata da Franco Brussino nella community di egittologia.net). Naturalmente, quest’articolo semplifica molto la questione perché esistono altre motivazioni filologiche e paleografiche che, per chi volesse approfondire, si trovano nei link segnalati nel post.

 

 

 

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Tradotto papiro con contratto di un custode di vigna

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Source: archaeology.org

Un papiro egizio del IV sec. d.C. è stato recentemente tradotto e ha rivelato un antico contratto di lavoro. Il testo, scritto in greco corsivo, reca i termini dell’accordo stipulato dal guardiano di una vigna:

“Confermo di aver sottoscritto un contratto con te sulla condizione che io controlli la tua proprietà, un vigneto nei pressi di Panoouei, da oggi fino al giorno della vendemmia e del trasporto, in modo che non ci sia negligenza e a condizione che io riceva in cambio un pagamento per tutto il tempo di cui sopra […]”

Purtroppo, la lacuna non permette di leggere la somma pattuita e non si conosce nemmeno l’ubicazione della località di Panoouei. Il papiro, che è conservato da circa un secolo presso l’Università del Michigan, è stato pubblicato da Kyle Helms, dottorando dell’Università di Cincinnati, sull’ultimo numero del Bulletin of the American Society of Papyrologists.

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