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Il frammento perduto dell’Obelisco di Montecitorio recuperato dai Carabinieri

Mercoledì scorso, in occasione del Natale di Roma, la puntata di “Ulisse – Il piacere della scoperta” di Alberto Angela è stata dedicata ad alcune meraviglie dell’Urbe di epoca imperiale. Tuttavia, c’è stato spazio anche per l’antico Egitto e in particolare per uno degli obelischi che ormai da secoli sono parte integrante del paesaggio della capitale. D’altronde Roma con i suoi 13 monoliti in granito – originali faraonici o fatti realizzare dagli imperatori romani – è la città con più obelischi egizi al mondo.

Nello specifico, dopo aver parlato dell’Ara Pacis, il famoso divulgatore si è recato presso la caserma “La Marmora” di Trastevere, una delle sedi del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, e ha mostrato un recente “ritrovamento” (dal min. 17.20). Il generale Roberto Riccardi ha infatti presentato in esclusiva il recupero di uno dei frammenti dell’Obelisco di Montecitorio, “perduto dal ‘700” e restituito spontaneamente alle forze dell’ordine da un antiquario romano.

Se stupisce che di una porzione di un monumento attualmente eretto si siano perse le tracce per così tanto tempo, conviene raccontarne in breve la storia. L’obelisco ha ovviamente origine in Egitto ed è stato realizzato con granito rosa d’Assuan per volere del faraone Psammetico II (595-589 a.C.) per Eliopoli. Quasi sei secoli più tardi, però, Augusto, dopo aver conquistato l’Egitto, fu colpito dall’imponenza di questo genere di opere e inaugurò la ‘tradizione’ del trasloco dei monoliti a Roma. Così nel 10 a.C., l’imperatore fece trasportare via nave l’obelisco di Psammetico II e quello Flaminio, oggi a piazza del Popolo.

Il primo divenne lo gnomone del Solarium Augusti, la gigantesca meridiana situata nel Campo Marzio, a circa 200 metri dall’attuale ubicazione dell’obelisco che, per questo, è chiamato anche Campense. Non è chiaro quando, nel Medioevo, sia caduto. Quel che si legge nelle fonti è che nell’VIII secolo l’obelisco era ancora in piedi, per poi crollare a causa di un terremoto nel IX secolo o per il sacco dei Normanni del 1084. I suoi frammenti gradualmente furono interrati e sparirono dalla memoria collettiva fino a ricomparire all’inizio del Cinquecento nella cantina di un palazzo di Largo dell’Impresa, l’odierna Piazza di Monte Citorio.

Papa Sisto V (1585-1590) cercò invano di rinnalzare l’obelisco come aveva fatto già con quelli Vaticano (in realtà solo spostato perché è l’unico ad essere rimasto sempre in piedi), Esquilino, Lateranense e Flaminio. Ma a questo periodo risalgono le prime copie delle iscrizioni che successivamente furono studiate di persona anche dal celebre gesuita Athanasius Kircher (Obelisci Aegyptiaci: nuper inter Isaei romani rudera effossi interpretatio hieroglyphica, Roma 1666, p. 132), uno dei primi studiosi a tentare la decifrazione dei geroglifici.

A riuscire nell’impresa furono papa Benedetto XIV, che nel 1748 affidò il recupero di 5 grandi frammenti a mastro Nicola Zabaglia (illustrazione in basso), e soprattutto Pio VI che, tra 1789 e 1792, chiamò Giovanni Antinori per l’anastilosi del monolito. L’architetto, che si era già occupato degli obelischi del Quirinale e di quello Sallustiano, eresse il monumento alto 21,79 metri di fronte al palazzo della Camera dei Deputati che, in quel periodo, era la sede della Curia Pontificia e di altri istituti giuridici papali. Ma per farlo dovette colmare le vaste lacune con il granito preso dalla Colonna di Antonino Pio. Basta infatti dare un’occhiata alla foto in alto per capire quante porzioni manchino; in particolare, la base e la faccia nord – quella che dà sul Parlamento – sono completamente mancanti. È possibile quindi che alcuni pezzi siano ancora nel sottosuolo e che altri, invece, siano stati reimpiegati già dal XVI secolo.

L’estrazione dell’Obelisco Montecitorio (source: aboutartonline.com)

Almeno da come è apparso nella puntata di Ulisse, sembra che il frammento sia sparito proprio nel XVIII secolo, in occasione delle operazioni di scavo e restauro. D’altronde, è nota un’altra porzione consistente, ma in cattivo stato di conservazione, della parte inferiore dell’obelisco (215 x 63 x 12 cm), appartenuta al cardinale Stefano Borgia (1731-1804) e confluita nel 1817 nel Real Museo Borbonico (oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli; inv. n. 2326).

Guardando più da vicino il reperto recuperato dai Carabinieri e concentrandosi sulla dimensione minore dei geroglifici e sulla presenza di linee divisorie, che invece mancano sulle colonne superiori, si può ipotizzare che anche questo frammento, come quello di Napoli, provenga dalla base. L’attribuzione all’obelisco di Montecitorio è invece certa grazie al cartiglio con il nome “sa-Ra” di Psammetico II, accompagnato da altri geroglifici scarsamente leggibili che ho cercato di ricostruire nell’immagine qui a destra:

  • mri PsmTk anx mi ra
  • “Amato, Psammetico, che vive come Ra”

Questo brevissimo stralcio di testo mi ha permesso di accorgermi che il pezzo in realtà non è inedito. L’egittologo Sergio Bosticco, infatti, lo pubblicò nel 1957 (“Frammento inedito dell’obelisco campense“, Aegyptus 37/1, pp. 63-64), quando fu contattato dal proprietario in persona per farglielo studiare. Il frammento (24 x 44 x 20 cm) appartenenva alla collezione privata dell’avvocato conte Camillo Orlando-Castellano, figlio del più noto Emanuele, tra le altre cose Presidente del Consiglio dal 1917 al 1919.

Orlando-Castellano aveva acquistato sul mercato antiquario all’inizio del ‘900 il reperto che pare sia stato ritrovato nel XIX secolo nei pressi del luogo di caduta dell’obelisco. Lui stesso ne parla nel 1964 in un articolo su una rivista romana (“Frammento dell’Obelisco di Montecitorio”, L’Urbe 27/5, pp. 13-15), in occasione di esami effettuati per verificare la stabilità del monumento. Quindi non si tratta di una vera e propira sparizione secolare, anche se non ho idea di dove sia finito il pezzo negli ultimi 50 anni. Ma l’importante è che il frammento sia finalmente tornato alla collettività e che ora tutti possano ammirarlo.

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