Articoli con tag: restauro

Smentiti danni alla maschera di Tutankhamon (ma un incidente c’è stato lo stesso)

Source: ancient-egypt.co.uk

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Non c’è pace per Tut! Nelle scorse ore, alcuni siti in lingua araba hanno fatto circolare l’allarmante notizia di nuovi presunti danni alla maschera d’oro di Tutankhamon. Il prezioso reperto, ora sotto restauro nella Sala 55 del Museo Egizio del Cairo, sarebbe caduto a terra a causa dell’irruenza di una scolaresca in gita. Oggi, fortunatamente Khaled el-Enany, supervisore generale del museo, ha smentito categoricamente questi rumors; però, allo stesso tempo, ha affermato che l’incidente ha interessato un altro pezzo del corredo del faraone. Ieri, infatti, un gruppo di studenti in visita al tesoro si è accalcato contro la vetrina che conserva, di certo non in modo adeguato, la statua in legno dipinto che rappresenta il sovrano bambino che, come personificazione del dio Nefertum, spunta da un fiore di loto (JE 60723). Le conseguenti vibrazioni contro il vetro avrebbero fatto inclinare leggermente la testa senza altre ripercussioni. El-Enany ha comunque aggiunto che un gruppo di tecnici ha ristabilito la sua posizione originaria dopo circa un’ora.

La maschera d’oro, invece, è stata spostata il 10 ottobre solo per facilitare le operazioni di ripristino e non sarà visibile al pubblico fino al completamento del restauro. Il ministro El-Damaty, però, ha concesso l’accesso alla stampa, da oggi fino alle 15.00 del 20 ottobre, che potrà filmare l’avanzamento dei lavori. Per non creare una pericolosa calca ed evitare che si ripetano di nuovo imprevisti, potranno entrare nella sala solo tre telecamere alla volta.

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La maschera di Tutankhamon sarà restaurata ad agosto

Source: alaraby.co.uk

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La maschera di Tutankhamon sarà finalmente restaurata, anche se bisognerà aspettare ancora poco più di un mese. Dopo la figuraccia mondiale dello scorso gennaio, il ministro El-Damaty ha annunciato che ad agosto si procederà al ripristino dello stato del reperto prima che un incompetente tecnico del Museo Egizio del Cairo rincollasse la barba posticcia con della resina epossidica. Per non ricadere in errori così grossolani, da un mese si stanno effettuando accurati studi sulla maschera per orientare gli interventi di eliminazione dell’errato materiale legante e di restauro della superficie d’oro. Tali analisi sono portate avanti da un comitato scientifico composto dal ministro stesso, da Christian Eckmann, esperto di restauro dei metalli presso il Römisch-Germanisches Zentralmuseum di Mainz, da Tarek Tawfik, direttore del Grand Egyptan Museum, dal responsabile del settore restauro metalli del Museo del Cairo e da un altro tedesco che si occuperà della TAC. Eckmann, poi, si recherà in Germania per creare una replica in gesso della maschera e per provare vari metodi che, in agosto, presenterà in una conferenza internazionale e applicherà sul “paziente”. Quindi, se doveste andare in vacanza in Egitto quest’estate, aspettatevi una teca vuota per un po’ di tempo.

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Il “nuovo” Museo Egizio di Torino: la visita in anteprima del 31 marzo

11111883_830508483663341_7843973572499064817_nIl 31 marzo, quando la sabbia della clessidra di Piazza San Carlo non era ancora completamente scesa, ho avuto l’onore di visitare in anteprima il “nuovo” Museo Egizio di Torino, un giorno prima dell’inaugurazione ufficiale. Grazie all’invito per la preview stampa (eh sì, ormai sono considerato un “giornalista”), ho trovato qualcosa d’inaspettato, un museo completamente diverso da quello che avevo visto in precedenza.

Da mesi, Torino è disseminata di tracce dell’evento. Me ne sono accorto subito, quando, uscito dalla stazione di Porta Susa, a darmi il benvenuto c’era una grande statua di Sekhmet. Tutta la città era proiettata verso il 1 aprile 2015, una data da sottolineare perché, almeno per una volta, si è assistito al rispetto di una scadenza. In poco meno di 4 anni e mezzo, si è riusciti a completare un progetto più che ambizioso che ha portato a un completo restyling degli interni del seicentesco Palazzo dell’Accademia delle Scienze e al raddoppiamento degli spazi espositivi, passati da 6.400 a 10.000 m² grazie all’inglobamento della Galleria Sabauda e alla realizzazione di una nuova sala ipogea sotto la corte centrale. Nonostante la facciata principale sia coperta da impalcature e l’ultimo piano ancora chiuso, i lavori sono terminati nelle tempistiche stabilite, esattamente un mese prima dell’apertura dell’EXPO (e qualcuno, lì a Milano, dovrebbe prendere appunti), per di più, senza chiudere il Museo al pubblico neanche un giorno!

Un successo che si spiega con la natura stessa dell’Egizio. La Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino è il primo esperimento di gestione di un museo italiano con partecipazione di privati; infatti, tra i soci fondatori, oltre a MiBACT, Comune e Provincia di Torino e Regione Piemonte, compaiono anche la Fondazione CRT e la Compagnia di San Paolo che ha fornito la metà dei 50 milioni di euro spesi nel progetto (la stessa somma con cui Della Valle ha finanziato il restauro del Colosseo). E’ triste ammetterlo, ma ormai lo Stato da solo non ha più la capacità (o la voglia?) di badare al nostro patrimonio culturale, cosa rimarcata dal ministro Franceschini presente alla conferenza stampa di fine mattinata.

Sarebbe riduttivo, però, limitare il cambiamento del Museo all’aspetto “formale” della struttura, ora comprendente 15 sale disposte su quattro piani. La vera rivoluzione consiste nel progetto scientifico che, in soli 10 mesi, il nuovo direttore è riuscito a far decollare. Citando proprio le parole del Dott. Christian Greco: “L’Egizio è la seconda collezione al mondo dopo quella del Cairo ma non il secondo museo” perché “un museo archeologico deve fare ricerca”. Il Museo, infatti, tornerà ad avere una missione archeologica in Egitto, proprio come quando, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, l’allora direttore Ernesto Schiaparelli scopriva la tomba di Nefertari e quella ancora intatta di Kha e Merit. Non solo; c’è stato e ci sarà un lavoro di ricerca anche tra le “mura domestiche”. I 6500 reperti esposti sono stati studiati a fondo da Greco e dagli otto curatori egittologi per ricostruire la loro storia, il contesto di ritrovamento e il collegamento con fonti e documenti originali di scavo. Non a caso, ho notato nelle didascalie alcuni cambiamenti nelle attribuzioni dei pezzi.

Grande attenzione è stata riservata anche al rapporto con il pubblico. Come già scritto, ho trovato qualcosa di completamente nuovo, molto simile ai musei anglosassoni; a partire dal logo, moderno e accattivante, che vede le lettere M ed E scritte con l’elaborazione del segno geroglifico “n” (N35 nella lista di Gardiner): il simbolo dell’acqua che mette in relazione i fiumi Po e Nilo. Il sito internet, finalmente rinnovato (anche se ancora in allestimento), ha una bella grafica ed è più chiaro e intuitivo di prima. Per quanto riguarda la visita vera e propria, invece, le audioguide comprendono sei lingue e presto se ne aggiungeranno altre; al tempo stesso, sono disponibili guide per i non udenti tramite applicazioni di Google Glass. La svolta tecnologica continua anche grazie ai tablet con i quali sarà possibile tradurre in tempo reale i testi geroglifici presenti sugli oggetti. Inoltre, per la prima volta in Europa, sono presenti didascalie in arabo nei testi di sala. Un’altra novità consiste nel laboratorio visibile dal pubblico, dove lavorano gli esperti del Centro di Conservazione e Restauro della Venaria Reale. Infine, in collaborazione con l’Istituto IBAM del CNR, sono stati creati spettacolari filmati in 3D che fanno rivivere i momenti delle grandi scoperte di Schiaparelli a partire dalle foto d’epoca.

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Conferenza stampa nella Galleria dei Re

Date tutte queste premesse, non potevo che essere curioso di constatare di persona ogni novità. Così, dopo aver aspettato l’accredito, sono entrato da un ingresso laterale e ho cominciato la visita in anteprima. Il percorso inizia dal piano ipogeo, continua salendo al secondo piano e si conclude scendendo fino al piano terra con lo Statuario “Riflessi di Pietra” dello scenografo premio Oscar Dante Ferretti. Per l’occasione, quest’ultima sala è stata adibita a sede della conferenza stampa in cui erano presenti i rappresentanti dei soci fondatori della Fondazione Museo: la presidentessa Evelina Christellin, il Dir. Greco, il ministro del MiBACT Dario Franceschini, il sindaco Piero Fassino, il governatore della Regione Sergio Chiamparino, Luca Remmert (Pres. CSP) e Massimo Lapucci (Segr. Gen. Fondazione CRT). Vi risparmio i discorsi di rito delle autorità (anche troppo retorici in alcuni casi) e vado subito “sotto terra”, nello spazio ricavato nella corte centrale, dove, dopo il nuovo bookshop, si trova la Sala 1 dedicata alla storia del museo. Questa prima parte molto interessante racconta la formazione della collezione attraverso le storie dei protagonisti: Vitaliano Donati, Bernardino Drovetti, Ernesto Schiaparelli, Luigi Vassalli, Francesco  Ballerini, Virginio Rosa e tanti altri. Qui è possibile ammirare la celebre Mensa Isiaca, primo pezzo del museo (anche se non è un originale egiziano, bensì realizzato a Roma nel I sec. d.C.) ad arrivare a Torino, l’Iside di Coptos e il lunghissimo Papiro di Iuefankh, 18,45 metri di Libro dei Morti, finalmente messo ad altezza d’uomo. Si sale poi con scale mobili verso il II Piano e l’ascesa è allietata dalla vista del “Percorso Nilotico”, altra installazione artistica di Dante Ferretti.

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Sala 1: la storia del Museo

Da qui inizia il classico percorso cronologico, dal Predinastico (4000 a.C.) fino all’Epoca Tardoantica (700 d.C.). Il II piano è diviso in quattro aree (più soppalchi che, per il momento, sono destinati all’esposizione di foto): Sala 2 (Predinastico/Antico Regno), Sala 3 (Tomba degli Ignoti/Tomba di Iti e Neferu), Sala 4 (Medio Regno), Sala 5 (Medio Regno/Nuovo Regno). Personalmente, ho apprezzato molto l’allestimento della Tomba di Iti e Neferu (Gebelein), un grande sepolcro di I Periodo Intermedio composto da 11 stanze affiancate e un porticato che si apriva sulla Valle del Nilo. Nell’attuale ricostruzione, infatti, le splendide pitture sono collocate su pilastri intervallati da una vista del fiume, cosa che dà la sensazione di trovarsi proprio nella tomba.

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Tomba di Iti e Neferu

Scendendo, questa volta attraverso la scalinata originale, si arriva al I Piano, dove sono custoditi i “gioielli” del Museo. Si continua il percorso cronologico con Epoca Tarda (Sala 11), Tolemaica (Sala 12), Romana e Tardoantica (Sala 13), ma incontriamo anche gruppi tipologici: i reperti scoperti a Deir el-Medina (Sala 6 con il meraviglioso Ostrakon della Danzatrice e la Cappella di Maya) e nella Valle delle Regine (Sala 10), la  Tomba di Kha (Sala 7), la Galleria dei Sarcofagi (Sala 8) e la Papiroteca (Sala 9; basta citare il Canone Regio e il Papiro Erotico). In modo particolare, le centinaia di oggetti scoperte da Schiaparelli nella tomba intatta dell’architetto Kha e di sua moglie Merit trovano finalmente uno spazio adeguato che permette al visitatore di apprezzarne ogni particolare (anche se la vecchia disposizione  ricordava di più ciò che gli archeologi italiani videro dopo l’accesso alla camera funeraria).

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Sala 4: Medio Regno

La visita termina tornando al Piano Terra, forse quello più spettacolare nel vero senso della parola. La Galleria dei Re (Sale 14a/b) è ormai una tra le “attrazioni” del museo che affascina maggiormente il grande pubblico grazie all’ambiente buio, agli specchi e ai giochi di luce che evidenziano solo alcuni punti delle statue (per questo non apprezzo molto lo Statuario di Ferretti). Perfino Champollion ne rimase colpito definendo questa raccolta di sculture come “una meravigliosa assemblea di re e divinità”. Infine, prima di uscire, colpisce la presenza di un intero santuario rupestre, il Tempio di Ellesija (Thutmosi III) nella Sala Nubiana (15), donato nel 1966 dall’Egitto per ringraziare l’Italia del fondamentale apporto nel salvataggio dei monumenti minacciati dalle acque del Lago Nasser.

Non posso fare un’analisi più accurata perché il tempo a disposizione è stato esiguo, poco più di un’ora che sarebbe bastata a mala pena per un piano. Inoltre, bisognava fare lo slalom tra fotografi e giornalisti e le vetrine erano costantemente illuminate dai faretti di qualche cameraman. Quindi, non vedo l’ora di tornare a Torino per godermi a pieno un vanto per il patrimonio culturale italiano e, per i tempi che corrono, un vero e proprio miracolo.

Per altre foto della preview: Djed Medu – Blog di Egittologia (pagina Facebook)

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In ricordo di Adriano Luzi per i 110 anni dalla scoperta della tomba di Nefertari

10660079_637758716344424_6434544396943632_nNel 1904, un italiano scopriva nella Valle delle Regine, a Tebe Ovest, quella che probabilmente è la tomba più bella d’Egitto. L’italiano era Ernesto Schiaparelli, l’allora direttore del Museo Egizio di Torino, mentre la tomba apparteneva alla celeberrima Nefertari, la Grande Sposa Reale di Ramesse II (1279-1212).

Nonostante l’opera dei saccheggiatori che lasciarono ben poco del corredo originario, la QV66 resta un gioiello per la sua struttura architettonica, paragonabile a quelle che si trovano nella Valle dei Re, e, soprattutto, per il magnifico ciclo pittorico che abbellisce le pareti e il soffitto. E se oggi, più di 3200 anni dopo, possiamo ammirare colori ancora così vividi, dobbiamo ringraziare altri italiani che, con il loro lavoro, hanno cancellato i segni del tempo e i danni provocati dall’uomo. Tra questi, ne va ricordato uno in particolare che, in questi giorni, non parteciperà alle cerimonie per il 110° anniversario della scoperta della tomba, non perché non sia stato invitato, ma perché, purtroppo, è venuto a mancare prematuramente nel 2003: Adriano Luzi.

Marchigiano di Comunanza (AP), Adriano Luzi è stato uno stimato restauratore che, prima di arrivare in Egitto, si era già occupato di opere di Bernini, Daniele da Volterra e Jacopo Zucchi. Poi, nel 1986, il colpo di fulmine con la regina che può essere spiegato solo con le sue stesse parole:

“Nella tomba di Nefertari ho trascorso cinquecento giorni a tu per tu con la più bella, la più potente, colei per la quale il sole sorge. Nell’arco di sei anni abbiamo lavorato su ogni centimetro di 520 metri quadrati di pareti e soffitti dipinti, pulendo e consolidando, riattaccando frammenti di colore e sostituendo il micidiale cemento, collocato da precedenti restauratori, con impasti di fango e paglia degli antichi Egizi. Dentro quella tomba ho lasciato parte della mia vita, parte di me. Mi sono lasciato affascinare da Nefertari come mi sono lasciato conquistare dall’Egitto”.

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Prima del restauro, le pitture erano in pessime condizioni, soprattutto a causa degli scellerati interventi degli anni ’50 con iniezioni di gesso e vinavil. Così, il Getty Conservation Institute (Los Angeles) investì due milioni di dollari e affidò i lavori di ripristino a Paolo e Laura Mora (Istituto centrale del restauro di Roma). La loro equipe, tra cui c’era Luzi, riportò i dipinti ai vecchi fasti utilizzando solo prodotti naturali come calcare, limo, sabbia, fibre vegetali. Nonostante ciò, per la fragilità della tomba, si è deciso di impedire l’accesso ai turisti, salvo costosi permessi speciali, e, per sopperire alla chiusura al pubblico, a breve (in teoria), dovrebbero partire i lavori di realizzazione di una copia perfetta scala 1:1.

Il legame di Adriano con Luxor non si è interrotto grazie al restauro della TT240 a El-Asasif, la Tomba di Meru (funzionario sotto Mentuhotep II), sotto la direzione del Prof. Alessandro Roccati della “Sapienza” di Roma. E poi ancora il consolidamento degli affreschi della “Chiesa Sospesa” (El Muallaqa, Cairo Vecchia) e, per l’American Research Center in Egypt, dei monasteri copti di Sant’Antonio sul Mar Rosso, di San Paolo l’Eremita sul Mar Rosso e di San Bishoi (il cosiddetto “Monastero Rosso”) a Sohag.

Ma il modo giusto per rendere viva la memoria di un professionista è mostrare il frutto del suo lavoro, cosa possibile grazie a queste splendide foto gentilmente fornitemi da Damiano Luzi, fratello di Adriano, che ringrazio ancora. Le immagini mostrano alcune pitture della tomba di Nefertari prima e dopo il restauro. Il risultato è evidente; non servono ulteriori commenti:

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la regina prima del restaurodopo il restauro1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Saranno restaurate ed esposte per la prima volta decorazioni d’oro dalla tomba di Tutankhamon

pm20140407_tutanchamun_3Sembra strano, ma ci sono ancora alcuni oggetti appartenenti al corredo di Tutankhamon che non sono mai stati esposti al pubblico. Tra questi, anche alcune decorazioni in lamina d’oro su cuoio che adornavano i carri da guerra, i finimenti dei cavalli e le guaine delle armi trovate nella tomba. Per il loro cattivo stato di conservazione, sono rimaste in magazzino fin dal 1922, ma, finalmente, anche grazie al finanziamento della Germania, saranno restaurate e potranno essere ammirate in tutto il loro splendore. Il progetto egiziano-tedesco è stato inaugurato lo scorso 6 aprile e prevede l’intervento di specialisti del Museo Egizio del Cairo, del  Römisch-Germanisches Zentralmuseum di Mainz, dell’Institut für die Kulturen des Alten Orients dell’Università di Tübingen e del Deutsches Archäologisches Institut del Cairo. Fra tre anni, terminati i lavori, i reperti saranno portati al Grand Egyptian Museum. La loro importanza, più che nell’oggettiva bellezza, sta nella commistione di elementi decorativi autoctoni e levantini (come si vede nella scena di caccia a sinistra in cui un cane e un grifone attaccano uno stambecco).

http://www.dainst.org/de/node/33688?ft=all#.U1O-KLqcStQ.facebook

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Intervento italiano per il restauro del Tempio di Mut a Gebel Barkal

Gebel Barkal B300

 

L’Italia continuerà ad aiutare il Sudan nel restauro del Tempio di Mut a Gebel Barkal. Il cosiddetto B300 è un tempio rupestre fatto costruire dal “faraone nero” della XXV dinastia Taharqa (690-664) alle pendici della Montagna Pura (400 km a N di Khartoum) ed è composto da una parte esterna con colonne hathoriche (vedi foto) e una scavata nella roccia.

L’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro dal 2013 coopera con la National Corporation of Antiquities and Museums per la salvaguardia del sito e gli interventi realizzati sono stati: la pulizia dell’architrave del vestibolo che ha rivelato geroglifici dai colori ancora vivaci, la costruzione di una struttura di copertura per proteggere la parte all’aperto dagli agenti atmosferici e lo scavo della seconda camera e di quelle laterali. L’ambasciata italiana, inoltre, ha promosso un seminario sul restauro e la conservazione della pietra diretto ai funzionari locali così che possano, in futuro, operare anche senza aiuti esterni.

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