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“L’Egitto di Provincia”: la Centrale Montemartini di Roma (e Archeoracconto)

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Come spesso succede per questa rubrica, torno a parlare di Roma, città ovviamente ricchissima di musei e da sempre legata all’Egitto. Appartenente al polo espositivo dei Musei Capitolini e -neanche a farlo apposta- a una fermata di metro dalla Piramide Cestia, la Centrale Montemartini è un ottimo esempio di come si possa riconvertire al meglio, per scopi culturali, vecchie aree industriali dismesse, perché già la sede stessa diventa scopo di visita. Infatti, l’ex Centrale Termoelettrica Giovanni Montemartini, attiva dal 1912 al 1963, non è solo un semplice contenitore ma un piacevole connubio tra archeologia classica e industriale, in cui statue e mosaici si integrano alla perfezione con tubi, caldaie e gigantesche turbine. La seconda vita della struttura iniziò nel 1995, quando fu scelta per ospitare temporaneamente alcune sculture dei settori chiusi per restauro di Palazzo dei Conservatori  in Campidoglio; dieci anni dopo, completati i lavori, la Centrale è diventata sede museale permanente con i pezzi rimasti e altri aggiunti.

Tra questi, spicca un ritratto ellenistico (foto in alto) che, sul sito web ufficiale, viene annoverato tra i capolavori del museo. Scoperta nel 1886 in Via Labicana, la testa apparterrebbe a una principessa tolemaica acconciata come Iside, identificata da alcuni con la celebre Cleopatra VII. Egittizzante, invece, è uno splendido mosaico con scena nilotica (foto in basso) scoperto nel 1882 in Via Nazionale. La composizione musiva risale alla seconda metà del I sec. a.C., periodo in cui si diffusero a Roma rappresentazioni del genere; in particolare, ritrarrebbe sacerdoti intenti in un rito religioso in onore di Sobek.

Poi, se si escludono un busto di Antinoo -l’amante dell’imperatore Adriano divinizzato dopo essere affogato nel Nilo- e un’urna con due teste di Giove-Ammone, non ci sono altri reperti riconducibili all’Egitto. Infatti, il motivo per cui sono tornato a visitare questo stupendo museo non è stato per cercare una collezione egizia minore ma per partecipare ad #ArcheoRacconto, progetto ideato dalle amiche Stefania Berutti (Memorie dal Mediterraneo) e Marina Lo Blundo (Generazione di Archeologi) che prevede la visita di un’esposizione e la creazione di racconti, ovviamente a tema storico-archeologico, ispirati all’esperienza (per maggiori info vi rimando alla loro pagina Facebook). Nel secondo volume, quello appunto nato dalla visita alla Centrale Montemartini, c’è anche il mio racconto che riguarda la nostra Cleopatra VII e le sue disavventure con i Romani. Potete leggerlo, insieme a tutti gli altri lavori, scaricando gratuitamente l’ebook al link seguente:

http://www.memoriedalmediterraneo.com/wp-content/uploads/2017/06/Archeoracconto-2.pdf

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Antinoo ritrova la faccia negli USA grazie a un egittologo

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Source: villaludovisi.org

Quando la deformazione professionale non ti abbandona nemmeno in vacanza! È successo durante un viaggio a Roma nel 2005 a W. Raymond Johnson, direttore dell’Epigraphic Survey dell’Oriental Institute di base presso la Chicago House a Luxor. L’egittologo, visitando il Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps, si era imbattuto nel cosiddetto “Antinoo Ludovisi” (inv. n° 8620; immagine a destra), busto marmoreo del II secolo restaurato nel ‘700. La scultura da subito gli era sembrata familiare e non solo perché Antinoo è un personaggio strettamente legato all’Egitto. Il giovane bitinio, infatti, divenuto l’amante preferito di Adriano, lo accompagnò nei suoi lunghi viaggi d’ispezione nelle province orientali fino alla fine di ottobre del 130, quando annegò nel Nilo. La morte nel fiume sacro portò all’identificazione di Antinoo con Osiride e alla conseguente divinizzazione: l’imperatore fondò una città in suo onore, Antinopoli, nel Medio Egitto, vicino il luogo dell’incidente (sempre che di incidente si sia trattato), e fece diffondere il culto del suo amato in tutto l’impero. È per questo motivo che sono così numerosi i suoi ritratti.

chi_cat_9_11.jpegRitornando all’Antinoo Ludovisi, Johnson si era accorto di un particolare che lo collegava a un frammento di statua (immagine in alto a sinistra) conservato presso l’Art Institute of Chicago. Il pezzo era stato acquistato a Roma nel 1898 da Charles L. Hutchinson, primo presidente dell’AIC, quando era ancora inserito di profilo in un rilievo fittizio. Chiaramente attribuibile ad Antinoo per i ricci voluminosi, il ritratto si adatterebbe proprio all’integrazione settecentesca dell’esemplare di Palazzo Altemps. L’ipotesi è stata confermata da analisi di esperti in arte classica e da rilievi con laser scanner che hanno permesso anche l’elaborazione di un modello virtuale. Infine, grazie a una stampante 3D, sono state realizzate copie a grandezza naturale delle due parti finalmente unite dopo secoli (foto a sinistra) e poi un gesso completo senza le lacune provocate dai vecchi restauri. Il prodotto finale e i due ritratti, insieme ad altre statue di Antinoo e Adriano, saranno esposti a Chicago fino al 5 settembre presso la mostra “A Portrait of Antinous, in Two Parts”: http://www.artic.edu/exhibition/portrait-antinous-two-parts

Aggiornamento: la mostra si sposta a Palazzo Altemps

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La mostra – con la dovuta traduzione del titolo – “Antinoo, un ritratto in due parti” si sposta in Italia e i tre pezzi (le due porzioni di Chicago e Roma più la ricostruzione) saranno esposti dal 14 settembre 2016 fino al 15 gennaio 2017 presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps. Un’occasione imperdibile prima che le metà si dividano di nuovo.

http://archeoroma.beniculturali.it/sites/default/files/CS%20ANTINOO.pdf

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MOSTRA: “Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano” (Museo Egizio di Torino)

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La scorsa settimana sono tornato al Museo Egizio di Torino e, con l’occasione, ho visitato la tanto attesa mostra “Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano”. Non a caso, come prima tappa del progetto “Egitto-Pompei”, l’esposizione, in poco più di due mesi dall’inaugurazione (5 marzo), ha raggiunto le 80.000 presenze per merito di un’intelligente campagna pubblicitaria e un argomento molto in voga negli ultimi anni: l’influenza dell’Egitto sulle culture del Mediterraneo e, in particolare, sul mondo romano. Come è chiaro dal titolo, l’attenzione è focalizzata sui siti campani che, come vedremo, sono stati i primi in Italia ad accogliere culti nilotici. Il visitatore si trova a compiere un viaggio dall’Egitto faraonico alla Roma imperiale, passando dall’Alessandria tolemaica e dalla Grecia arcaica e classica, attraverso più di 300 reperti provenienti da 20 musei italiani e stranieri (tra cui, 40 dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e 10 dal Museo del Sannio) esposti nei nuovi spazi al terzo piano (circa 600 m²) intitolati alla memoria di Khaled al-Asaad. Appare ovvio che un percorso del genere non sia sempre così facile da comprendere; d’altronde, nemmeno i Romani capirono a pieno l’essenza dei culti che avevano recepito dall’Oriente. Per questo, conviene prepararsi alla visita, leggere bene le didascalie e le citazioni riportare sui muri e concentrarsi più sul complesso che sul singolo reperto. Io ho avuto la fortuna di contare sulla presenza dei curatori della mostra, i dott.ri Federico Poole e Alessia Fassone, che hanno gentilmente fornito interessanti informazioni sull’organizzazione e sulle scelte a monte dell’esposizione.

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Sala 1: L’Egitto e il mondo greco

Il percorso inizia con una sala piuttosto eterogenea per temi trattati e reperti esposti. Si tratta di un’introduzione che spiega i primi contatti, commerciali e culturali, tra l’Egitto e l’area dell’Egeo e il resto del Mediterraneo a partire dalle influenze minoiche riscontrate in una giara scoperta a Deir el-Medina fino agli aegyptiaca ritrovati nelle tombe italiche durante il “periodo orientalizzante” (VIII-VI sec.). Ciò che salta subito all’occhio è l’accostamento del cosiddetto Apollo Milani e una statua di faraone/dio di età tolemaica che da un lato evidenzia le somiglianze formali tra la statuaria egiziana e quella greca arcaica, dall’altro ne sottolinea le profonde differenze ideologiche. Il resto delle sculture presenti serve a sfatare un luogo comune che persiste dai tempi di Platone secondo cui l’arte egizia è sempre stata uguale per millenni.

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Sala 2: Osiride, Iside e la leggenda osiriaca

La principale causa della presenza di oggetti egiziani o egittizzanti in contesti romani è l’adozione nel pantheon classico di Iside e altre divinità nilotiche. Così, nella seconda sala, la più prettamente egittologica, vengono presentati i miti religiosi originali prima che fossero modificati dall’interpretatio graeca e romana. Troverete quindi statue della triade Iside-Osiride-Horus e papiri che illustrano il loro ruolo nell’immaginario egiziano (nella foto, il Libro dei Morti di Hor, XXVI din.), oltre a un sarcofago di XXI dinastia decorato con scene cosmogoniche. Presente anche uno dei capolavori del Museo Egizio, la statua di Iside-Hathor da Coptos che, di solito, dà il benvenuto ai visitatori al piano interrato, ma che è stata temporaneamente sostituita dall’Iside Pelagia da Pozzuoli, troppo pesante per il pavimento soppalcato del 3° piano.

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Sala 3: Serapide e Iside

Come anticipato, l’Egitto conosciuto dai Romani era quello tolemaico di Alessandria e gli oggetti che arrivarono nella penisola italica risultano spesso decontestualizzati e mal interpretati. Gli stessi dèi subirono una trasformazione che li adattò alla cultura d’adozione e li identificò con figure olimpiche. Abbiamo così gli accostamenti di Iside con Afrodite o con Fortuna, di Anubi o Thot con Hermes, di Amon con Giove, di Arpocrate con Eros ecc. Il simbolo di questo sincretismo, che testimonia un’apertura mentale maggiore rispetto ai moderni monoteismi, è Serapide, dio creato ‘a tavolino’ da Tolomeo I per fondere la tradizione egiziana con la nuova componente greca e che, non a caso, ebbe templi consacrati in tutto l’impero. La quarta sala -la più interessante secondo me- illustra proprio l’evoluzione di questi culti che, diventati misterici, arrivarono intorno alla fine del II sec. a.C. nei siti costieri campani come Pozzuoli e Cuma.

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Sala 4: L’Iseo di Benevento

Più tarda, invece, è l’attestazione della venerazione di Iside a Benevento dove probabilmente si trovava uno degli isei più importanti fuori dall’Egitto. Il condizionale è d’obbligo perché l’edificio non è mai stato individuato, ma la sua presenza nel Sannio è nota già nel 1826, quando Champollion in persona tradusse i geroglifici di due obelischi ritrovati in zona. Il testo, infatti, dice che il tempio fu costruito nell’88-89 per celebrare la vittoria in Dacia di Domiziano (forse rappresentato come faraone nella statua a sinsitra). Iside era diventata la divinità tutelare della dinastia flavia e il ritrovamento in zona di diverse statue importate dall’Egitto (sfingi, sacerdoti, Thot cinocefalo, Osiride-Canopo, Iside Pelasgia, Horus, toro Api) ne attesta l’importante ruolo diventato politico. La particolarità del santuario, che lo discosta dagli altri isei/serapei, sta nell’apparato decorativo che non è tipicamente romano, ma s’ispira a quello tradizionale egiziano.

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Sala 5: Il culto di Iside a Pompei

Infatti, l’iseo di Pompei, ad esempio, perse tutte le caratteristiche egiziane. Il tempio, scoperto nel 1764, sia nell’architettura che nella decorazione, può essere considerato pienamente romano, come si vede dalla scena in alto che si riferisce al mito di Io accolta da Iside a Canopo (affresco asportato dal cosiddetto ekklesiasteiron). Lo stato attuale dell’edificio risale agli interventi del liberto Numerio Popidio Ampliato che lo fece ricostruire completamente dopo il terremoto del 62 d.C., ma il nucleo originario è collocabile intorno al 100 a.C. Dal culto pubblico, si passa poi a quello privato attestato dal ritrovamento di un centinaio di statuine in bronzo o argento di Iside, Serapide, Arpocrate, Bes e Anubi che erano poste nei larari, piccoli tempietti domestici presenti in quasi tutte le case di Pompei.

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Sale 6, 7, 8: La Casa del Bracciale d’Oro, la Casa di Octavius Quartius e altre domus pompeiane

Tuttavia, nella città vesuviana, l’Egitto non era legato solo alla sfera religiosa. Oggetti egittizzanti o scene nilotiche esprimevano una vera e propria egittomania scoppiata dopo la vittoria di Ottaviano ad Azio nel 31 a.C. Sfingi, coccodrilli, pigmei diventarono semplici espedienti per rendere più esotica la propria dimora (come le statue poste ai lati del lungo canale nel giardino della Casa di Octavius Quartius; a destra nella foto) ma anche un simbolo propagandistico, in età augustea, per la celebrazione della conquista di un nuovo territorio. A quest’ultimo caso si riferiscono le splendide pitture del triclinio estivo della Casa del Bracciale d’Oro (a sinistra) che, pochi giorni fa, sono state raggiunte da un altro affresco con sfingi tornato in Italia -insieme a una rara statua di Hermes-Anubi da Cuma- dopo essere stato esposto a Madrid nella mostra “Cleopatra y la fascinación de Egipto”.

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Sala 9: Iside in Piemonte. Il sito di Industria

Il percorso termina chiudendo idealmente un circolo con il ritorno a Torino o, per la precisione, a 30 km dal capoluogo piemontese. L’ultima sala, infatti, è dedicata al sito di Industria, nell’attuale Monteu da Po, colonia romana fondata nel 124-123 a.C. L’insediamento era dedito al commercio e alle attività artigianali, in particolare alla lavorazione del bronzo. Qui, la presenza di numerosi bronzetti a tema egittizzante è stata spiegata con la scoperta, nel 1809, di un Serapeion di età augustea-tiberiana restaurato sotto Adriano.  Il tempio è stato identificato grazie ad alcune fonti epigrafiche, come una lastra bronzea del II sec. d.C. (a sinistra il rilievo) dedicata a Lucius Pompeius Herennianus, patrono del collegio dei pastophoroi (i sacerdoti preposti al culto di Iside).

 

 

 

Detto questo, consiglio caldamente di visitare la mostra perché, al di là del mio interesse personale per l’argomento, illustra con chiarezza le dinamiche che hanno portato la società romana a inglobare aspetti della cultura faraonica e, di conseguenza, spiega come mai tanti musei nostrani espongano reperti egizi o egittizzanti ritrovati in Italia. Avete tempo fino al 4 settembre (prorogata fino al 2 ottobre): http://www.museoegizio.it/nilo-pompei/

(Ringrazio Liliana Coviello per le foto)

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“L’Egitto di Provincia”: Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo della Sapienza (Roma)

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A quasi un anno dall’inaugurazione del nuovo allestimento (19 marzo 2015), sono finalmente riuscito a visitare il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo della “Sapienza” – Università di Roma (e c’è mancato poco che non ce la facessi nemmeno questa volta*). In realtà, il mio è stato un ritorno perché, quando ero ancora una matricola, potei apprezzare la collezione nella vecchia sede di Via Palestro grazie a una “guida” d’eccezione, il Prof. Alessandro Roccati. L’allora Museo del Vicino Oriente era stato fondato da due pilastri dell’accademia italiana, Sabatino Moscati e Sergio Donadoni, per esporre, quando era ancora possibile esportarli, i reperti delle missioni archeologiche dell’Istituto del Vicino Oriente dell’ateneo romano e qualche acquisizione dal mercato antiquario. In 50 anni e oltre 30 campagne di scavo all’estero, sono stati raccolti circa 4000 pezzi da Iraq, Turchia, Siria, Palestina, Giordania, Egitto, Sudan, Tunisia, Algeria, Malta e Cipro, più Sicilia e Sardegna. Oltre all’evidente vastità dei contesti della raccolta, si aggiunge anche l’esteso range cronologico di riferimento che va dalla Preistoria al Medioevo.

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ph. Valentina Di Rienzo

L’attuale collocazione nel palazzo del Rettorato (Piazzale Aldo Moro 5) è il frutto del lavoro del Prof. Lorenzo Nigro, docente di  Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico e direttore del museo. Gli spazi espositivi sono minori rispetto a quelli di Via Palestro ma sicuramente più funzionali. Infatti, nonostante la gran varietà, geografica e cronologica, del materiale, il percorso è chiaro e ordinato in 29 vetrine e 6 pedane, con foto, pannelli, tabelle esplicative, modelli e un touch screen a migliorare l’esperienza del visitatore. Inoltre, è possibile approfondire le informazioni con il proprio smartphone grazie a un QR code per ogni gruppo di oggetti. In ogni caso, ci sono sempre studenti di archeologia pronti a dare spiegazioni.

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Sarcofago di XXVI dinastia (ph. Valentina Di Rienzo)

La collezione egizia occupa metà del museo, dalla Vetrina 16 alla 29 e dalla Pedana 4 alla 6. La quasi totalità dei pezzi proviene dalle campagne in Egitto e Sudan del Prof. Donadoni, recentemente scomparso all’età di 101 anni. In particolare, alcuni oggetti sono stati donati dallo stesso Stato nordafricano come ringraziamento per l’opera di documentazione e salvaguardia in siti nubiani a rischio durante la costruzione della Grande Diga di Assuan: la necropoli predinastica e la città paleocristiana di Tamit e la chiesa copta di Sonqi Tino. Poi ci sono i ritrovamenti da Arsinoe/Crocodilopolis, da Antinopoli, dalla tomba di Sheshonq (TT 27) a el-Asasif (Tebe Ovest), da Napata e la Nubia meroitica. Ultimo reperto del percorso ma sicuramente primo per importanza è il piatto in pietra tufacea con il nome di Hotepsekhemuy (2850 a.C.), faraone iniziatore della II dinastia. Completano la raccolta alcuni calchi in gesso e copie varie, come il busto incompleto di Nefertiti (l’originale a Berlino; visibile nella prima foto), il busto della statua della regina Tuya (Musei Vaticani, seconda foto), i rilievi della tomba di Sheshonq, la sfinge dell’epoca di Thutmosi III (Museo Barracco) e il leone dell’ingresso del Palazzo di Natakamani a Gebel Barkal.

Sito ufficiale: http://www.lasapienzatojericho.it/

Per il resto del reportage fotografico: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.985036541543867.1073741846.650617941652397&type=3

 

*Piccola nota polemica, non così marginale: il normale orario di apertura è martedì, giovedì e sabato 10:00-17:00;  il 12 marzo, però, immagino per la concomitanza del concerto del pianista Yund Li nell’adiacente Aula Magna, il museo è stato aperto dalle 17:00 alle 20:30. Nessuna comunicazione di questa variazione era presente sulla porta, che ho trovato sbarrata di mattina, né sul sito internet o sulla pagina Facebook (il cui amministratore, a dir la verità, ha risposto più tardi alle mie richieste con un messaggio privato). Io sono stato costretto a tornare nel pomeriggio; altri forse non l’avrebbero fatto.

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“Egitto Pompei”: il progetto espositivo che unisce l’Egizio di Torino, il MANN e Pompei

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Ieri, presso la sede del MiBACT a Roma, è stato presentato ufficialmente “Egitto Pompei”, ambizioso progetto espositivo che vede coinvolte tre grandi istituzioni culturali italiane: Soprintendenza Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) e Museo Egizio di Torino. Una mostra, articolata in tre sedi e quattro eventi, racconterà l’influenza della cultura egiziana sugli altri popoli del Mediterraneo e, in particolare, lo stretto rapporto intercorso tra la Valle del Nilo e Roma. Infatti, come spesso ho avuto modo di scrivere nel blog soprattutto riguardo alle piccole collezioni egizie presenti nel nostro Paese, non è così raro trovare reperti egizi in contesti locali grazie alla diffusione, già in età repubblicana, del culto di Iside e Serapide (ma anche di Arpocrate, Anubi, Bes, Osiride). Ma fu soprattutto dopo l’arrivo di Cleopatra VII nell’Urbe (46-44 a.C.) che scoppiò una vera e propria egittomania che ebbe ripercussioni sull’arte e la società dell’epoca.

La prima tappa del progetto consisterà nella mostra “Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano”, dal 5 marzo al 4 settembre presso il Museo Egizio di Torino (nel video, la preparazione dell’allestimento). Si tratta della prima esposizione temporanea organizzata dopo il rinnovamento del museo e, con l’occasione, verranno inaugurati i nuovi spazi di 600 m² al primo piano. Con circa 330 reperti, di cui 172 prestati da altri musei italiani ed esteri, s’illustreranno i tratti principali dell’Egitto tolemaico e i successivi contatti, commerciali, culturali, religiosi, con il mondo romano, privilegiando ovviamente i siti vesuviani. Proprio a Pompei, infatti, è attestata la più antica presenza del culto isiaco in Italia (II sec. a.C.). La mostra, divisa in nove sezioni, presenterà, tra gli altri, 40 oggetti del MANN, quasi tutti scoperti nel Tempio di Iside di Pompei, 10 dal Museo Iseo di Benevento e il bellissimo “Toro cozzante”, bronzetto ellenistico scoperto nel 2004 e oggi conservato nel Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide. Inoltre, saranno ricreati in 3D gli ambienti decorati a tema egittizzante delle domus del Bracciale d’Oro (a cui appartiene l’affresco sullo sfondo della foto in alto) e di Loreio Tiburtino (Pompei).

1456398002713_Egitto-Pompei-cartella_stampaIl 16 aprile, a Pompei arriveranno dall’Egizio 7 statue monumentali di Sekhmet (un esempio) e quella di Thutmosi I seduto in trono (Cat. 1374) che torneranno a “viaggiare” dopo quasi 200 anni dall’ultima volta. Le sculture saranno esposte nella Palestra Grande (invece, spero siano infondate alcune voci che vedrebbero il riciclo dell’orrenda “piramide” allestita nell’anfiteatro per i calchi in gesso). Sarà poi segnalato un percorso che unisce tutte le domus con motivi decorativi nilotici e il già citato tempio di Iside.

L’ultima fase della mostra itinerante riguarderà il Museo Archeologico Nazionale di Napoli che, in due date, finalmente si riaprirà all’Egitto. Il 28 giugno, verrà inaugurata la “Sala dei culti orientali”, nuovo percorso dedicato ai culti egiziani e asiatici in Campania e che includerà anche le meravigliose coppe alessandrine in ossidiana scoperte a Stabia. Infine, come anticipato, dall’8 ottobre saranno di nuovo fruibili dal pubblico le cinque sale della collezione egizia del MANN: Uomini e Faraoni, La Tomba e il Corredo Funerario, La Mummificazione, Il Mondo magico e religioso, La Scrittura, i Mestieri e l’Egitto in Campania.

http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/documents/1456396987283_Egitto-Pompei-cartella_stampa.pdf

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Una seconda piramide a Roma?

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Source: ilmessaggero.it

Con la conquista dell’Egitto da parte di Ottaviano (30 a.C.), a Roma si diffuse una vera e propria egittomania con l’importazione di culti, oggetti e temi decorativi dalla terra del Nilo. Nell’Urbe, proprio a partire dal I sec. a.C., cominciarono a vedersi anche diversi monumenti funerari a forma di piramide di cui, però, ci rimangono solo le attestazioni nelle fonti latine e in qualche rappresentazione artistica più tarda. Nel corso dei secoli, infatti, queste particolari costruzioni furono tutte distrutte e sfruttate per i materiali edili da reimpiego. Tutte tranne una: la Piramide di Caio Cestio. La tomba del magistrato membro del collegio sacerdotale degli epuloni, costruita tra il 18 e il 12 a.C., è stata risparmiata perché inglobata nel III secolo dalle Mura Aureliane e, quindi, diventata parte integrante delle fortificazioni della città.

Sembrerebbe, però, che sia sopravvissuta anche un’altra piramide situata nel V miglio dell’Appia Antica, tra S.Maria Nova e la Villa dei Quintili. Questa interpretazione non è nuova, ma recentemente una squadra di archeologi e architetti coordinati dalla dott.ssa Rita Paris (direttrice della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma) sta lavorando per verificarla, anche e soprattutto grazie al progetto di ricerca olandese del “Mapping the Via Appia”. Del mausoleo rimane solo il nucleo interno alto 20 metri  in opera cementizia, malta pozzolanica e scaglioni di pietra lavica, di un dado dal lato di 15 metri e di un alzato che sembra avere una forma piramidale. La certezza manca insieme al rivestimento marmoreo espoliato; ma alcuni blocchi obliqui, frammenti di statue colossali e lastre con sfingi ritrovate tutt’attorno farebbero pensare che sia proprio così. Il sepolcro risalirebbe al II secolo d.C. e potrebbe essere appartenuto a uno degli esponenti della famiglia dei Quintili nella cui proprietà sorge il monumento.

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Un uso “nascosto” del blu egiziano nei Ritratti del Fayyum

Source: nuaccess.northwestern.edu/projects

Source: nuaccess.northwestern.edu/projects

E’ noto come il blu egiziano”, primo pigmento sintetico della storia, fosse utilizzato in epoca faraonica per le decorazioni di pareti e soffitti di templi e delle più importanti tombe. Il suo alto costo di produzione, infatti, era alla portata solo del faraone e di ricchi funzionari. Un nuovo studio, però, avrebbe individuato un uso alternativo e molto meno evidente del colore.

I ricercatori del NU-ACCESS (Northwestern University – Art Institute of Chicago Center for Scientific Studies in the Arts), diretti da Marc Walton, hanno analizzato 15 tra pezzi completi e frammenti di cosiddetti “ritratti del Fayyum” conservati presso il Phoebe A. Hearst Museum of Anthropology (PAHMA) della University of California, Berkeley. Si tratta di ritratti funebri molto realistici posti sul volto delle mummie in età romana; questi in particolare sono stati scoperti tra il 1899 e il 1900 a Tebtunis. I dipinti su tavoletta lignea sono caratterizzati da colori come il giallo, il marrone, il rosso, il nero, il bianco e, a quanto pare, dal blu, anche se non visibile a occhio nudo. Il pigmento, infatti, in sei casi su quindici, è stato utilizzato per i disegni preparatori, per modulare le ombreggiature e per dare lucentezza all’insieme. Si è arrivati a questa scoperta con indagini non distruttive come la Spettrofotometria XRF, la Reflectance Transformation Imaging (RTI) e la Visible Induced Luminescence (VIL).

I risultati confluiranno in un progetto più ampio, “Ancient Panel Painting: Examination, Analysis and Research”, lanciato dal Dipartimento di Conservazione delle antichità del J. Paul Getty Museum con la partecipazione del British Museum, l’Ashmolean Museum di Oxford, il Museum of Fine Arts di Boston, il Walter Art Museum di Baltimora e il PAHMA. L’iniziativa è atta a creare un database internazionale per la raccolta di dati storici, tecnici e scientifici sui ritratti dell’Egitto romano.

http://www.northwestern.edu/newscenter/stories/2015/08/mummy-portraits-.html

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Damietta, Scoperti quattro reperti di epoca romana e bizantina nel Nilo

Sorce:MSA

Source: MSA

A Damietta, città che si affaccia sul Mediterraneo nel Delta nord-orientale, le guardie di frontiera hanno scoperto fortuitamente quattro reperti che erano sommersi nell’acqua del Nilo, nell’area del porto da pesca di Ezbet El-Burg. Si tratta di due anfore e un capitello floreale in marmo di età romana e un piatto in ceramica invetriata verde di epoca bizantina.

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Individuato nel Delta centro romano per la produzione del vetro

Source: MSA

Source: MSA

A Tell Mutubis, a ovest di Rosetta (Delta nord-occidentale), la missione anglo-egiziana della Durham University e della Mansoura University ha individuato un centro di produzione del vetro risalente al tardo periodo romano. Sulla collina era già evidente una gran quantità di materiale ceramico affiorante, ma la scoperta è stata effettuata grazie a prospezioni geomagnetiche che rientrano nel progetto di ricognizione “Delta Survey” dell’Egypt Exploration Society. L’area presenta diversi edifici in mattoni cotti (vedi immagine), tra magazzini e unità abitative, e forni in cui sono state scoperte scorie della lavorazione del vetro oltre a vasi, mortai in pietra e monete. Proprio lo studio di questi reperti, afferma la direttrice della missione Penny Wilson, ha permesso di capire che il sito è stato abbandonato nel VII secolo, all’inizio dell’età islamica.

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Presentate le ultime scoperte della missione polacco-americana a Berenice

Photo by S.E. Sidebotham

Photo by S.E. Sidebotham

Il ministro El-Damaty ha presentato i risultati dell’ultima campagna (20 dicembre 2014 – 9 febbraio 2015) del Berenike Project” diretto da Steven Sidebotham (University of Delaware) e Iwona Zych (Uniwersytet Warszawski). Il corposo team internazionale lavora dal 1996 a Berenice, importantissima città portuale fondata nel 275 a.C. da Tolomeo II (285-246) come punto di partenza dalla costa del Mar Rosso (più o meno, all’altezza di Assuan) per le spedizioni commerciali verso il Corno d’Africa, l’Arabia e l’India. Durante lo scorso inverno, è stata portata avanti una ricognizione con prospezioni geomagnetiche e sono state scavate 12 trincee esplorative, soprattutto nell’area industriale e in corrispondenza di un tempio romano tardo, cosiddetto “di Serapide”.

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Photo by S.E. Sidebotham

Nel primo caso, è stato individuato l’ennesimo impianto per lo smontaggio e la riparazione delle navi, risalente al I sec. d.C. e riconoscibile grazie alla presenza di legname e corde. Da questa zona, proviene anche una bellissima gemma ovale in corniola del I sec. a.C., una volta incastonata in una collana o in un anello, con incisa la figura di una divinità femminile (vedi immagine a sinistra). Nel tempio di III sec. d.C., invece, sono state scoperte diverse iscrizioni dedicatorie monumentali dei tempi di Settimio Severo (193-211) e Caracalla (211-217), numerose stele egittizzanti e il frammento di una stele di Medio Regno con il il cartiglio di Amenemhat IV (1809-1800, in alto a sinistra), ritrovamento che attesta una frequentazione della città molto più antica rispetto alla fondazione greca. Inoltre, sono state scavate anche opere difensive tolemaiche e idrauliche romane e tre tombe del I sec. d.C., due maschili e una femminile.

Per maggiori informazioni: http://honorfrostfoundation.org/wp/wp-content/uploads/2015/03/Report-to-the-Honor-Frost-Foundation-on-the-winter-2014.pdf

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