Articoli con tag: scavi illeciti

Incidenti a Sohag: morti 5 tombaroli

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Source: youm7.com

In Egitto, con la crescita degli scavi illegali successiva alla rivoluzione del 2011, sono aumentati a dismisura anche gli incidenti mortali. “Lavorando” senza uno straccio di sicurezza, infatti, i tombaroli rischiano la vita per raggiungere reperti archeologici da vendere al mercato nero. Come in due recenti casi dal governatorato di Sohag (a nord dell’ansa di Qena) che hanno visto la morte di 5 persone. Nel primo incidente, a Tahta, 3 uomini e un bambino di 11 anni sono stati folgorati dalla pompa idrovora utilizzata per eliminare l’acqua freatica da un pozzo profondo 10 metri scavato sotto un’abitazione. Nella vicina Dar el-Salam, invece, un tombarolo è rimasto schiacciato dal crollo di un muro. Tutti i superstiti sono stati arrestati dalla polizia.

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Morti due tombaroli scavando sotto la propria casa

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Source: youm7.com

Ad Assiut (Medio Egitto, l’antico capoluogo del 13° nomo dell’Alto Egitto), due uomini sono rimasti uccisi nel crollo della propria abitazione sotto la quale stavano effettuando scavi illeciti alla ricerca di antichità da rivendere nel mercato nero. Indebolendo le fondazioni della casa, si sono letteralmente scavati la fossa da soli.

La pratica di “lavorare in casa” è molto diffusa tra i tombaroli egiziani (come si può vedere nell’immagine a sinistra), soprattutto in aree pregne di testimonianze archeologiche. Capita anche che queste persone facciano delle importanti scoperte fortuite sotto il pavimento del salotto, come è successo con la cappella tolemaica individuata ad Edfu, il tempio di Thutmosi III a Tell al-Aziziya o, addirittura, un tratto della rampa processionale della Piramide di Cheope.

Frequenti sono anche gli incidenti mortali; negli ultimi mesi, infatti, un uomo è stato sepolto vivo dalla sabbia mentre era in un pozzo profondo 9 metri ad Alessandria e un altro ha perso la vita sotto il crollo di un edificio nella Città del 6 Ottobre (20 km a S-O del Cairo).

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Google Earth contro i tombaroli

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Source: news.nationalgeographic.com

Ancora una volta, la tecnologia potrebbe aiutare la protezione delle vestigia del passato, ma con alcune perplessità… Sarah Parcak, “space archaeologist” presso l’Università dell’Alabama, ha presentato un progetto finanziato dalla National Geographic Society che consiste nel monitoraggio di oltre 4000 siti egiziani tramite immagini satellitari. Queste foto, scattate in orbita a oltre 700 km di altezza e messe a disposizione da Google Earth, servirebbero a valutare l’entità dei danni causati dagli scavi illegali e a controllare i cambiamenti nel corso degli anni (nell’immagine, la situazione di Dashur Sud nel 2011 e nel 2013). Questo sistema, unito a scansioni a infrarossi fornite dalla NASA, aveva permesso di individuare nel 2011, tra Tanis e Giza, 17 piramidi, 1000 tombe e altre 3100 strutture ancora sconosciute, anche se si attende la certezza che può arrivare solo scavando nell’area. Tale strumento sarebbe utile anche per le case d’asta per recepire maggiori informazioni riguardo ai reperti  messi in vendita.

Ma veniamo alle perplessità già anticipate. Senza un’attività sul territorio, il monitoraggio dall’alto non può di certo bloccare i tombaroli nell’immediato. Come purtroppo è noto, in Egitto c’è stata un’impennata dei reati legati al mercato nero di antichità proprio per la mancanza del controllo della polizia e degli ispettori del ministero che, anzi, a volte si ritrovano invischiati in attività illecite. In più, i dati presi dalla ionosfera non sono sempre attendibili se non li si integra con indagini sul campo, altrimenti si incappa in bufale come quella della presunta scoperta, subito smentita, di nuove piramidi ad Abu Sidhum e a Soknopaiou Nesos. In quel caso, semplici formazioni naturali con qualche struttura antica erano state interpretate come piramidi da Angela Micol, che non è né archeologa né geologa, visionando le immagini di Google Earth. La cosa triste è che, come troppo spesso accade tra blogger e giornalisti, la notizia fu riportata anche su quotidiani nazionali senza alcuna verifica sull’attendibilità.

 

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