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MOSTRA: “Missione Egitto 1903-1920” (Museo Egizio di Torino)

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museoegizio.it

Quando due anni fa veniva inaugurato il nuovo Museo Egizio di Torino, il direttore Christian Greco si riproponeva di trasformarlo da una semplice, seppur importantissima, raccolta di oggetti a un’istituzione attiva, volta alla ricerca. Tra gli strumenti optati per portare avanti questa ‘rivoluzione’, ci sono le grandi esposizioni temporanee che permettono di porre l’accento, ogni anno, su un particolare aspetto delle collezioni. Questa volta, dopo la fortunata “Il Nilo a Pompei”, si torna letteralmente alle origini con una mostra dedicata alle prime campagne di scavo del Museo nella Valle del Nilo: “Missione Egitto 1903-1920. L’avventura archeologica M.A.I. raccontata”.

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Dall’11 marzo al 10 settembre, sarà possibile fare un viaggio all’indietro nel tempo verso il primo ventennio del Novecento, quando la Missione Archeologica Italiana (ecco spiegato il gioco di parole nel titolo), guidata dal direttore dell’Egizio Ernesto Schiaparelli, lavorava in siti come Deir el-Medina, Eliopoli, Ermopoli, Giza, Hammamiya, Qau el-Kebir, Assiut, Gebelein e la Valle delle Regine. Da questi siti, provengono alcuni dei tesori che arricchirono il Museo dopo le prime acquisizioni ottocentesche, come il corredo della tomba di Kha e Merit, scoperta integra nel 1906.

Ero presente all’affollata anteprima del 10 marzo, ma ho preferito tornare di nuovo il giorno dopo per apprezzare al meglio una mostra che va vista con calma; infatti, non si tratta della classica esposizione di reperti archeologici (ce ne sono, ma non corrispondono alla parte principale) da visitare camminando. Filmati d’epoca, fotografie in bianco e nero, lettere, diari di scavo, disegni e altri documenti d’archivio vanno osservati con attenzione alla ricerca del particolare curioso e inaspettato che spieghi l’operato di Schiaparelli e dei suoi collaboratori. Per questo, apprezzeranno soprattutto gli addetti ai lavori.

Si parte da una sezione introduttiva in cui, con oggetti d’antiquariato, viene presentata la Torino dell’epoca, città in pieno fermento economico e culturale. Ovviamente, non poteva mancare un riferimento alla principale azienda cittadina con una FIAT 505 del 1920 sulla scalinata che porta alle biglietterie (il proprietario dell’auto è Beppe Moiso, curatore della mostra insieme a Paolo Del Vesco). Poi ci si sposta nell’Egitto degli inizi del XX secolo, dove Schiaparelli, dopo aver convinto Vittorio Emanuele III, riesce a farsi finanziare missioni di acquisizione e finalmente di scavo. L’attrezzatura da campo, i carteggi con le autorità locali, i registri delle presenze degli operai egiziani (e immagino, perché non le ho provate, le audioguide affidate alla Scuola Holden) riescono a far rivivere l’atmosfera polverosa dei cantieri e i mille problemi logistici e burocratici nascosti dietro ogni grande scoperta.

La seconda metà della mostra – forse un po’ sacrificata per gli spazi limitati del piano soppalcato (quanto sarebbe stata suggestiva una stanza degli specchi dedicata alla Valle delle Regine più grande!) – è quella in cui ci si addentra nei principali siti tramite la documentazione originale degli archeologi italiani: le necropoli di Giza ed Eliopoli, la Valle delle Regine con la tomba di Nefertari, Deir el-Medina con la sepoltura di Kha e Merit, Gebelein con le tombe degli Ignoti e di Ini, Assiut con gli ipogei di Antico e Medio Regno. Infine, dopo una sala dedicata agli studi antropologici di Giovanni Marro (mummie e scheletri a volontà), il percorso si chiude tornando idealmente a Torino con i nuovi progetti di allestimento del Museo, divenuti necessari per far spazio a tutti i reperti scoperti in 20 anni di attività.

http://www.museoegizio.it/missione-egitto/

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Bufale eGGizie*: Egizi su Marte

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Foto originale: mars.jpl.nasa.gov

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

L’Egitto arriva su Marte, ma non con l’ultima spedizione spaziale dell’ESA. A differenza della missione Rosetta, infatti, la ExoMars non ha tratto ispirazione da nessun termine egittologico: lo Schiaparelli che dà il nome alla sonda “atterrata” due giorni fa sul pianeta rosso è Giovanni (1835-1910), astronomo piemontese da non confondere con Ernesto (1856-1928), illustre egittologo e direttore del Museo Egizio di Torino.

Tuttavia, c’è chi non si è fermato a un semplice collegamento terminologico. I cosiddetti pyramidiots (senza offesa per nessuno, ma questa volta non potevo esimermi da utilizzare questo appellativo…) hanno da sempre sfruttato i progetti della NASA per confermare le loro bislacche teorie vedendo, sulle foto scattate dalle varie sonde che hanno orbitato attorno a Marte, piramidi, sfingi e statue di tutti i tipi. Un esempio piuttosto divertente è quello di chi, osservando una panoramica del rover Curiosity (2012), ha interpretato una conformazione rocciosa come il busto di Nefertiti (nel video, fra l’altro, l’autore della ‘scoperta’ si confonde con Hatshepsut…). Si tratta dell’ennesimo caso di pareidolia, cioè il processo psicologico che, di fronte a una forma casuale, ci fa pensare a oggetti o facce; proprio come il celebre Viso di Cydonia che irruppe nel mondo dell’ufologia quando, nel 1976, la Viking 1 immortalò sul suolo marziano la sua inquietante espressione (in basso a sinistra). Le sembianze antropomorfe dell’altopiano sparirono con una foto, a più alta risoluzione e con illuminazione diversa, del Mars Global Surveyor (1998). Curiosamente, anche Giovanni Schiaparelli ebbe a che fare con piramidioti dell’epoca che specularono sull’esistenza di vita intelligente su Marte per via dei suoi studi sui presunti “canali”.

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Le tombe di Seti I e Nefertari saranno riaperte al pubblico

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Source: wikipedia

Il prossimo 1 novembre, dopo oltre 10 anni di chiusura, due tra le più belle sepolture d’Egitto apriranno di nuovo le porte al pubblico. La tomba di Seti I (KV7), nella Valle dei Re (a sinistra nella foto), e quella di Nefertari (QV66), nella Valle delle Regine (a destra), dopo il lungo restauro delle splendide decorazioni, saranno visitabili con un biglietto speciale di 1000 LE (quasi 100 euro), prezzo molto alto ma comunque metà di quello che si pagava per gli esclusivi ingressi “VIP” (20.000 LE per gruppi di 10 persone). Tale iniziativa è pensata per cercare di risollevare un turismo sempre più in calo, a discapito della sicurezza delle fragili pitture e contro la recente decisione di realizzare copie a grandezza naturale per i turisti (Seti I, Nefertari). Curioso come entrambi gli ipogei siano stati scoperti da italiani: quello del padre di Ramesse II da Giovan Battista Belzoni nel 1817, quello della sposa da Ernesto Schiaparelli nel 1904.

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Individuate le più antiche tracce di morte per insufficienza cardiaca

Tra le decine di lecture presentate durante l’XI International Congress of Egyptologists di Firenze, quella esposta mercoledì 26 dalla Dott.ssa Raffaella Bianucci (sezione di Medicina legale presso l’Università di Torino) è risultata particolarmente interessante. In “Unravelling the cause of death of a 18th dynasty élite individual (QV30)”, ha illustrato i risultati dello studio paleopatologico di una equipe internazionale sui resti mummificati di Nebiri, “Capo delle scuderie” sotto Thutmosi III (1479-1424). La tomba del funzionario, purtroppo depredata già in antico, fu scoperta nel 1904 nella Valle delle Regine da Ernesto Schiaparelli che portò al Museo Egizio di Torino ciò che rimaneva del corpo: la testa (cat: S.5109) e gli organi ancora contenuti nei quattro vasi canopi (S.5110, S.5111/02, S.5112, S.5113).

La testa della mummia, quasi completamente sbendata ma ben conservata, è stata sottoposta alla ormai consueta TAC che ha rilevato malattie tipiche dell’epoca come una forte paradontite, diversi ascessi e un’aterosclerosi mite alla carotide interna destra. La causa della morte, però, sopraggiunta tra i 45 e i 60 anni, è stata individuata grazie all’esame del polmone conservato nel canopo di Hapi (testa umana) che è parzialmente rotto e che, quindi, ha permesso il campionamento dell’organo. L’istologia è stata affidata al Prof. Andreas Nerlich (dipartimento di Patologia alla LudwigMaximilians-Universität di Monaco di Baviera) che ha riscontrato nel “paziente” un edema polmonare, cioè un aumento dei liquidi nello spazio extravascolare (interstizio e alveoli). Escluse, grazie alle colorazioni istochimiche, malattie come tubercolosi, granulomi o altre infezioni batteriche, si è capito che Nebiri morì per uno scompenso cardiaco acuto dovuto a un’insufficienza cronica al lato sinistro del cuore. Detto in parole povere, quando il cuore non è più in grado di pompare in modo efficiente, il sangue si accumula nei polmoni con conseguente emorragia interna a causa dell’aumento della pressione che spinge i globuli rossi contro le pareti dei capillari.

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Il “nuovo” Museo Egizio di Torino: la visita in anteprima del 31 marzo

11111883_830508483663341_7843973572499064817_nIl 31 marzo, quando la sabbia della clessidra di Piazza San Carlo non era ancora completamente scesa, ho avuto l’onore di visitare in anteprima il “nuovo” Museo Egizio di Torino, un giorno prima dell’inaugurazione ufficiale. Grazie all’invito per la preview stampa (eh sì, ormai sono considerato un “giornalista”), ho trovato qualcosa d’inaspettato, un museo completamente diverso da quello che avevo visto in precedenza.

Da mesi, Torino è disseminata di tracce dell’evento. Me ne sono accorto subito, quando, uscito dalla stazione di Porta Susa, a darmi il benvenuto c’era una grande statua di Sekhmet. Tutta la città era proiettata verso il 1 aprile 2015, una data da sottolineare perché, almeno per una volta, si è assistito al rispetto di una scadenza. In poco meno di 4 anni e mezzo, si è riusciti a completare un progetto più che ambizioso che ha portato a un completo restyling degli interni del seicentesco Palazzo dell’Accademia delle Scienze e al raddoppiamento degli spazi espositivi, passati da 6.400 a 10.000 m² grazie all’inglobamento della Galleria Sabauda e alla realizzazione di una nuova sala ipogea sotto la corte centrale. Nonostante la facciata principale sia coperta da impalcature e l’ultimo piano ancora chiuso, i lavori sono terminati nelle tempistiche stabilite, esattamente un mese prima dell’apertura dell’EXPO (e qualcuno, lì a Milano, dovrebbe prendere appunti), per di più, senza chiudere il Museo al pubblico neanche un giorno!

Un successo che si spiega con la natura stessa dell’Egizio. La Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino è il primo esperimento di gestione di un museo italiano con partecipazione di privati; infatti, tra i soci fondatori, oltre a MiBACT, Comune e Provincia di Torino e Regione Piemonte, compaiono anche la Fondazione CRT e la Compagnia di San Paolo che ha fornito la metà dei 50 milioni di euro spesi nel progetto (la stessa somma con cui Della Valle ha finanziato il restauro del Colosseo). E’ triste ammetterlo, ma ormai lo Stato da solo non ha più la capacità (o la voglia?) di badare al nostro patrimonio culturale, cosa rimarcata dal ministro Franceschini presente alla conferenza stampa di fine mattinata.

Sarebbe riduttivo, però, limitare il cambiamento del Museo all’aspetto “formale” della struttura, ora comprendente 15 sale disposte su quattro piani. La vera rivoluzione consiste nel progetto scientifico che, in soli 10 mesi, il nuovo direttore è riuscito a far decollare. Citando proprio le parole del Dott. Christian Greco: “L’Egizio è la seconda collezione al mondo dopo quella del Cairo ma non il secondo museo” perché “un museo archeologico deve fare ricerca”. Il Museo, infatti, tornerà ad avere una missione archeologica in Egitto, proprio come quando, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, l’allora direttore Ernesto Schiaparelli scopriva la tomba di Nefertari e quella ancora intatta di Kha e Merit. Non solo; c’è stato e ci sarà un lavoro di ricerca anche tra le “mura domestiche”. I 6500 reperti esposti sono stati studiati a fondo da Greco e dagli otto curatori egittologi per ricostruire la loro storia, il contesto di ritrovamento e il collegamento con fonti e documenti originali di scavo. Non a caso, ho notato nelle didascalie alcuni cambiamenti nelle attribuzioni dei pezzi.

Grande attenzione è stata riservata anche al rapporto con il pubblico. Come già scritto, ho trovato qualcosa di completamente nuovo, molto simile ai musei anglosassoni; a partire dal logo, moderno e accattivante, che vede le lettere M ed E scritte con l’elaborazione del segno geroglifico “n” (N35 nella lista di Gardiner): il simbolo dell’acqua che mette in relazione i fiumi Po e Nilo. Il sito internet, finalmente rinnovato (anche se ancora in allestimento), ha una bella grafica ed è più chiaro e intuitivo di prima. Per quanto riguarda la visita vera e propria, invece, le audioguide comprendono sei lingue e presto se ne aggiungeranno altre; al tempo stesso, sono disponibili guide per i non udenti tramite applicazioni di Google Glass. La svolta tecnologica continua anche grazie ai tablet con i quali sarà possibile tradurre in tempo reale i testi geroglifici presenti sugli oggetti. Inoltre, per la prima volta in Europa, sono presenti didascalie in arabo nei testi di sala. Un’altra novità consiste nel laboratorio visibile dal pubblico, dove lavorano gli esperti del Centro di Conservazione e Restauro della Venaria Reale. Infine, in collaborazione con l’Istituto IBAM del CNR, sono stati creati spettacolari filmati in 3D che fanno rivivere i momenti delle grandi scoperte di Schiaparelli a partire dalle foto d’epoca.

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Conferenza stampa nella Galleria dei Re

Date tutte queste premesse, non potevo che essere curioso di constatare di persona ogni novità. Così, dopo aver aspettato l’accredito, sono entrato da un ingresso laterale e ho cominciato la visita in anteprima. Il percorso inizia dal piano ipogeo, continua salendo al secondo piano e si conclude scendendo fino al piano terra con lo Statuario “Riflessi di Pietra” dello scenografo premio Oscar Dante Ferretti. Per l’occasione, quest’ultima sala è stata adibita a sede della conferenza stampa in cui erano presenti i rappresentanti dei soci fondatori della Fondazione Museo: la presidentessa Evelina Christellin, il Dir. Greco, il ministro del MiBACT Dario Franceschini, il sindaco Piero Fassino, il governatore della Regione Sergio Chiamparino, Luca Remmert (Pres. CSP) e Massimo Lapucci (Segr. Gen. Fondazione CRT). Vi risparmio i discorsi di rito delle autorità (anche troppo retorici in alcuni casi) e vado subito “sotto terra”, nello spazio ricavato nella corte centrale, dove, dopo il nuovo bookshop, si trova la Sala 1 dedicata alla storia del museo. Questa prima parte molto interessante racconta la formazione della collezione attraverso le storie dei protagonisti: Vitaliano Donati, Bernardino Drovetti, Ernesto Schiaparelli, Luigi Vassalli, Francesco  Ballerini, Virginio Rosa e tanti altri. Qui è possibile ammirare la celebre Mensa Isiaca, primo pezzo del museo (anche se non è un originale egiziano, bensì realizzato a Roma nel I sec. d.C.) ad arrivare a Torino, l’Iside di Coptos e il lunghissimo Papiro di Iuefankh, 18,45 metri di Libro dei Morti, finalmente messo ad altezza d’uomo. Si sale poi con scale mobili verso il II Piano e l’ascesa è allietata dalla vista del “Percorso Nilotico”, altra installazione artistica di Dante Ferretti.

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Sala 1: la storia del Museo

Da qui inizia il classico percorso cronologico, dal Predinastico (4000 a.C.) fino all’Epoca Tardoantica (700 d.C.). Il II piano è diviso in quattro aree (più soppalchi che, per il momento, sono destinati all’esposizione di foto): Sala 2 (Predinastico/Antico Regno), Sala 3 (Tomba degli Ignoti/Tomba di Iti e Neferu), Sala 4 (Medio Regno), Sala 5 (Medio Regno/Nuovo Regno). Personalmente, ho apprezzato molto l’allestimento della Tomba di Iti e Neferu (Gebelein), un grande sepolcro di I Periodo Intermedio composto da 11 stanze affiancate e un porticato che si apriva sulla Valle del Nilo. Nell’attuale ricostruzione, infatti, le splendide pitture sono collocate su pilastri intervallati da una vista del fiume, cosa che dà la sensazione di trovarsi proprio nella tomba.

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Tomba di Iti e Neferu

Scendendo, questa volta attraverso la scalinata originale, si arriva al I Piano, dove sono custoditi i “gioielli” del Museo. Si continua il percorso cronologico con Epoca Tarda (Sala 11), Tolemaica (Sala 12), Romana e Tardoantica (Sala 13), ma incontriamo anche gruppi tipologici: i reperti scoperti a Deir el-Medina (Sala 6 con il meraviglioso Ostrakon della Danzatrice e la Cappella di Maya) e nella Valle delle Regine (Sala 10), la  Tomba di Kha (Sala 7), la Galleria dei Sarcofagi (Sala 8) e la Papiroteca (Sala 9; basta citare il Canone Regio e il Papiro Erotico). In modo particolare, le centinaia di oggetti scoperte da Schiaparelli nella tomba intatta dell’architetto Kha e di sua moglie Merit trovano finalmente uno spazio adeguato che permette al visitatore di apprezzarne ogni particolare (anche se la vecchia disposizione  ricordava di più ciò che gli archeologi italiani videro dopo l’accesso alla camera funeraria).

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Sala 4: Medio Regno

La visita termina tornando al Piano Terra, forse quello più spettacolare nel vero senso della parola. La Galleria dei Re (Sale 14a/b) è ormai una tra le “attrazioni” del museo che affascina maggiormente il grande pubblico grazie all’ambiente buio, agli specchi e ai giochi di luce che evidenziano solo alcuni punti delle statue (per questo non apprezzo molto lo Statuario di Ferretti). Perfino Champollion ne rimase colpito definendo questa raccolta di sculture come “una meravigliosa assemblea di re e divinità”. Infine, prima di uscire, colpisce la presenza di un intero santuario rupestre, il Tempio di Ellesija (Thutmosi III) nella Sala Nubiana (15), donato nel 1966 dall’Egitto per ringraziare l’Italia del fondamentale apporto nel salvataggio dei monumenti minacciati dalle acque del Lago Nasser.

Non posso fare un’analisi più accurata perché il tempo a disposizione è stato esiguo, poco più di un’ora che sarebbe bastata a mala pena per un piano. Inoltre, bisognava fare lo slalom tra fotografi e giornalisti e le vetrine erano costantemente illuminate dai faretti di qualche cameraman. Quindi, non vedo l’ora di tornare a Torino per godermi a pieno un vanto per il patrimonio culturale italiano e, per i tempi che corrono, un vero e proprio miracolo.

Per altre foto della preview: Djed Medu – Blog di Egittologia (pagina Facebook)

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