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“La Mummia” (2017): blooper egittologici

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Ancora una mummia a minacciare le nostre esistenze… soprattutto quelle di chi, come me, è andato al cinema negli ultimi giorni. Ieri sera, infatti, ho visto in sala l’ennesimo prodotto cinematografico basato sul franchise del non-morto egizio che si risveglia dal suo sonno millenario per uccidere e conquistare il mondo. Questa volta, però, il mostro è donna e sexy (ma, come vedremo, non è nemmeno una trovata così originale). La seguente sarà un’analisi a caldo de “La Mummia” di Alex Kurtzman, uscita in Italia lo scorso giovedì, quindi meno particolareggiata delle altre recensioni della rubrica. Mi baserò su spunti notati a una prima visione e – siete avvertiti – ci saranno spoiler. Fra l’altro, oggi inizia l’ArcheoWeek, evento digitale nato in Francia ma diffusosi in tutto il mondo, proprio con una giornata dedicata alle #ArcheoFiction.

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Seguendo la moda delle serie dei cinecomics, anche la Universal Pictures ha deciso di creare il proprio universo narrativo condiviso popolandolo dei suoi mostri classici. La mummia è solo la prima creatura a comparire nella lunga lista del Dark Universe in cui vedremo anche il mostro di Frankhenstein, l’uomo invisibile, l’uomo lupo, Dracula, il mostro della laguna nera, il gobbo di Notre Dame, il fantasma dell’Opera, ecc. L’idea di fondo è che il Male (con la “m” maiuscola in quanto entità suprema; chiamatelo Satana se volete), fin dall’inizio dei tempi, abbia sempre provato a raggiungere il mondo incarnandosi in un corpo terreno. Da questi tentativi derivano i vari orripilanti personaggi cacciati da una società segreta, la Prodigium, che è diretta da Dr. Jekyll/Mr. Hyde (Russel Crowe). Si prospetta quindi un’alleanza di mostri buoni che combattono mostri cattivi sulla falsa riga della “Leggenda degli uomini straordinari”.

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“La Mummia” serve soprattutto a introdurre questo nuovo universo e, per farlo, toglie spazio alla vera protagonista che risulta un po’ troppo in ombra. Perciò, il prodotto non può essere considerato neanche un reboot di quello diretto da Sommers nel 1999, pur strizzando l’occhio ai suoi fan con molte citazioni (il colpo di pistola per attivare antichi meccanismi, il volto nel muro di sabbia, il libro di Amun-Ra ecc.). Dal punto di vista ‘egittologico’, c’è poco da dire anche perché, se si esclude il flashback iniziale e l’ultimissima scena conclusiva, nemmeno un secondo della narrazione è ambientato in Egitto. Nel complesso, ho trovato il film meno peggio di quello che mi aspettavo seppur macchiato da due gravi problemi: i buchi di trama – vengono inseriti espedienti assurdi nella sceneggiatura – e Tom Cruise, per niente credibile nel suo ruolo. Ma la pecca più grave è stata l’avermi illuso con “Paint It, Black” – una delle mie canzoni preferite – nel trailer per poi non utilizzare una singola nota degli Stones nella colonna sonora!

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La principessa Ahmanet (Sofia Boutella) è figlia ed erede al trono di un generico faraone di Nuovo Regno (anche se a volte si dice erroneamente 5000 anni fa, altre 3000; poi compare anche un cartiglio di Unas che ha regnato durante l’Antico Regno intorno al 2350 a.C.). Vedendo minacciata la sua successione dalla nascita di un altro principe maschio, stringe un patto con Seth -erroneamente definito dio dei morti- venendone impossessata e uccidendo tutti i membri della famiglia. La presenza malvagia nel suo corpo si manifesta con lo sdoppiamento delle iridi (un po’ come succede a me dopo una giornata passata a tradurre geroglifici…) e la comparsa di tatuaggi sulla pelle che sembrano più segni semitici. Il rituale per far venire al mondo il dio prevederebbe, come nelle classiche storie dell’Anticristo,  il concepimento di un bambino da un mortale e il suo sacrificio con il pugnale di Seth. Ma Ahmanet viene bloccata dai sacerdoti e condannata alla mummificazione in vita. Il suo sarcofago, poi, viene sepolto lontano, molto lontano dall’Egitto. Quindi, il villain non è più l’iconico Imhotep ma una donna, idea che, se seguite questa rubrica, non vi suonerà nuova. Già nel 1971, infatti, la Hammer aveva pensato a una mummia femminile in “Blood from the Mummy’s Tomb” (in Italia “Exorcismus – Cleo, la dea dell’amore”), ripreso 9 anni più tardi da Mike Newell per “The Awakening” (“Alla 39ª eclisse”).

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Da qui iniziano le trovate senza senso per tener in piedi il canovaccio del racconto e per giustificare l’ambientazione divisa tra Iraq e Inghilterra. Nel 1127, un gruppo di cavalieri crociati britannici invase l’Egitto (in realtà, lo fecero tra 1154 e 1169) portando in patria una serie di reliquie tra cui il Pugnale di Seth. Le loro tombe vengono scoperte fortuitamente nel sottosuolo di Londra durante lo scavo di una galleria ferroviaria. Di fronte all’eccezionale ritrovamento, gli uomini della Prodigium prendono in mano la direzione dei lavori e riescono a individuare solo la gemma rossa dell’arma. Nel frattempo, in Mesopotamia, nei pressi di Ninive, due soldati americani, Nick Morton (Tom Cruise) e  Chris Vail, approfittano della distruzione iconoclasta dell’ISIS per razziare a loro volta antichità e rivenderle al mercato nero. In particolare, si trovano nel leggendario sito di Haram portati da una mappa che Nick aveva rubato all’archeologa Jenny Halsey. Qui, dopo un bombardamento aereo, si apre una voragine nel terreno che rivela la presenza di una gigantesca caverna sotterranea con un mascherone egittizzante: si tratta del luogo di sepoltura di Ahmanet… ne hanno fatta di strada i sacerdoti! In fondo all’antro, un pozzo pieno di mercurio liquido, sorvegliato da sei statue di Anubi, custodisce il gotico sarcofago della principessa che viene issato con una fune e trasportato penzoloni in elicottero come se nulla fosse. Nel tirar su la bara, la principessa entra nella mente di Nick, ormai suo prescelto, maledendolo; i dialoghi nella visione sono resi abbastanza bene con la vocalizzazione convenzionale del tardo egiziano, cosa che presuppone la consulenza di egittologi che, però, non compaiono nei crediti. Il trasporto del sarcofago verso gli USA (perché?) avviene con un C-130 che, per esperienza personale, non è pressurizzato né silenzioso come nel film. L’aereo non arriva a destinazione perché Ahmanet lo fa precipitare nel mezzo dell’Inghilterra, proprio nelle vicinanze di una chiesa crociata dove è nascosto il pugnale. Lo scopo è chiaro: terminare il rituale d’invocazione di Seth usando questa volta Nick, sopravvissuto illeso all’incidente. La decrepita mummia comincia a riformarsi nel corpo succhiando l’anima di tutti coloro che le si parano davanti, ma non riesce nel suo intento perché la gemma rossa è stata divisa dall’arma con cui avrebbe dovuto uccidere la sua vittima sacrificale. Inoltre, catturata dagli uomini di Jekyll, viene portata nella loro base segreta sotto il Natural History Museum di Londra.

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È qui che la Prodigium raccoglie oggetti magici (tra cui il Libro di Amun-Ra) e i corpi dei mostri uccisi; stessa cosa vorrebbe fare con Ahmanet che, però, riesce a liberarsi e a distruggere mezza City con una tempesta di sabbia. S’impossessa perfino del pugnale e della gemma riunendoli per il rito finale, ma Nick, nonostante sia comandato mentalmente, decide di autopugnalarsi per prendere i poteri di Seth, sconfiggere il nemico e resuscitare la sua amata egittologa che nel frattempo era annegata. Qualcosa evidentemente non torna. Al di là dell’insensatezza della mummia che, pur controllando il soldato, non gli ordina cosa fare e si fa rubare il pugnale dalle mani, non si capisce la facilità di Nick nel ribellarsi dalla possessione di un dio e, anzi, di servirsene. Fatto sta che l’incarnazione di Seth sarà probabilmente tra i paladini che combatteranno il male nei prossimi film della Universal. Magari al fianco di Quasimodo…

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“La Mummia” (1999): blooper egittologici

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Sapevo che questo momento prima o poi sarebbe arrivato… Non potevo di certo dimenticarmi di un film che, nel bene o nel male, è entrato di prepotenza nell’immaginario comune; soprattutto perché, tra poco (8 giugno), uscirà nelle sale l’ennesima versione di uno dei soggetti più amati e sfruttati dal cinema d’avventura/horror: “La Mummia”. Questa volta parlerò della pellicola del 1999 di Stephen Sommers che riprese la vecchia storia del malvagio Imhotep  (lanciata già nel 1932 da Karl Freund) e del suo risveglio maledetto per colpa dell’archeologo di turno. Poco di nuovo, quindi, se si esclude un massiccio utilizzo di effetti speciali, particolarmente gradito dall’attore Arnold Vosloo che, così, si è risparmiato le 8 ore di trucco che il povero Karloff doveva subire per trasformarsi nel mostro. In ogni caso, nonostante il mio personalissimo e già evidente giudizio negativo, il film ha avuto un gran successo al botteghino che ha fatto sì che fossero prodotti due sequel (“La mummia – Il ritorno” e “La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone”) e un prequel/spin-off (“Il Re Scorpione” che, a sua volta, ha avuto diversi seguiti minori per l’home-video).

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Come detto, l’antagonista è il sommo sacerdote Imhotep, presentato all’inizio del film nella Tebe di Seti I (1290-1279) – anche se vengono mostrate piramidi, la Sfinge e gigantesche statue di divinità con la testa timidamente abbassata (cominciamo bene…) – insieme all’amante del faraone, Anck-Su-Namun (nome leggermente diverso dal classico Anck-es-en-Amon). Il loro amore proibito viene scoperto, così i due uccidono il re, ma riesce a scappare solo Imhotep. Questo particolare è ovviamente frutto della fantasia perché la mummia di Seti, oggi conservata presso il Museo Egizio del Cairo, non presenta tracce di morte violenta. Tornando alla storia, la giovane si suicida per non finire nelle mani delle guardie del re e il suo corpo viene trafugato dall’amato con l’intento di farla resuscitare, anche grazie all’ausilio degli altri sacerdoti che sembrano la versione dorata dei Rockets. Qui troviamo due tra gli errori più grossolani dell’intero film, evidenti già dall’immagine in basso a sinistra: un Libro dei Morti rilegato (ne parleremo poi) e 5, dico CINQUE, vasi canopi. Infatti, un improbabile quinto vaso (quello al centro), con coperchio a testa di leone, è utilizzato per conservare il cuore. È vero che le tecniche d’imbalsamazione fossero molto meno standardizzate di quanto si pensi e che, da recenti studi, si è visto che spesso il muscolo cardiaco non veniva lasciato nei cadaveri, ma di certo non esisteva un canopo per questo scopo. Inizialmente, gli organi interni erano riposti in cassette con quattro scomparti, fino all’introduzione nel Medio Regno di contenitori che, a partire dalla XIX dinastia (proprio quella di Seti I), assunsero le fattezze dei Figli di Horus, i quattro geni tutelari della mummificazione: Imsety (uomo) per il fegato, Hapi (babbuino) per i polmoni, Qebehsenuef (falco) per gli intestini e Duamutef (sciacallo) per lo stomaco. Nessun leone.

Tuttavia, il rituale magico viene interrotto dalle guardie e l’anima di Anck-Su-Namun torna nell’Aldilà. Tutti i sacerdoti vengono mummificati vivi, ma la pena peggiore è riservata per Imhotep: l’Hom-Dai, la condanna – molto più cristiana, in realtà – a soffrire per l’eternità, sigillato in un sarcofago con scarabei carnivori senza poter morire.

Imhotep viene così sepolto nella mitica città dei morti di Hamunaptra dove, dopo un salto temporale, ci si ritrova nel 1923 (non a caso, un anno dopo la scoperta della tomba di Tutankhamon) con l’avventuriero americano Rick O’Connell (Brendan Fraser) che guida un’unità di legionari francesi alla ricerca degli incommensurabili tesori che la leggenda vuole in quel luogo. La spedizione non va a buon fine, anche per l’intervento dei Medjai (il termine si riferisce a popolazioni del deserto orientale e poi effettivamente a corpi di polizia d’élite), i discendenti delle guardie del faraone capeggiati da Ardeth Bay che sulla fronte ha tatuato, più o meno, il nome Imhotep (in basso a destra; 67 anni prima, invece, lo avevano scritto correttamente). In questo senso, il film del 1999 si discosta da quello del 1932 in cui Ardeth Bay (anagramma di “Death by Ra”) era lo pseudonimo della mummia tornata in vita. Le scene tra le rovine della città, così come tutte le altre in esterno, non sono state girate in Egitto ma, come spesso capita per film storici (“Alexander”, “Il Gladiatore”, “Asterix & Obelix – Missione Cleopatra”, “Troy”, ecc.), in Marocco, dove sono nati veri e propri studi cinematografici (Atlas Corporation Studios).

L’unica cosa che O’Connell riesce a portar via da quel luogo maledetto è una specie di scatoletta a scatto (su cui è scritto “djed-medu 😛 in nesu-bit Men-Maat-Ra”: “Parole dette dal re dell’Alto e del Basso Egitto Seti I”; in basso a destra) al cui interno è nascosta la mappa per Amunaptra. Così, arrivato al Cairo, torna indietro insieme a una bibliotecaria del Museo Egizio (anche questo ricostruito – male – in Marocco; in basso a sinistra) e a suo fratello Johnatan, un trafficante di antichità, per cercare il tesoro più grande: il libro in oro massiccio di Amun-Ra. Il nome scelto per l’egittologa, Evelyn Carnahan (Rachel Weisz), è un chiaro riferimento a Lady Carnarvon, figlia del famoso finanziatore della missione di Howard Carter la cui morte improvvisa fece nascere la bufala della maledizione di Tutankhamon.

In stretta competizione con un’altra squadra di avventurieri americani (ennesimo spunto preso dalla saga di Indiana Jones, a mio avviso fin troppo citata per non sconfinare nel plagio), il gruppo riesce ad accedere alla sala della mummificazione della Città dei Morti dove – classico cliché – trappole mortali fanno fuori uno dopo l’altro i membri delle due missioni. Nonostante ciò, viene scoperto il sarcofago di Imhotep, aperto come una cassaforte con la scatoletta inserita in un ingranaggio da girare. La pesantissima bara è posta inutilmente in verticale solo per far più scena quando la mummia spunta improvvisamente fuori all’apertura del coperchio. La chiave, poi, si rivela utile anche per sbloccare il Libro dei Morti (in basso a destra) che, come anticipato, è rappresentato erroneamente come un vero e proprio volume con pagine da girare. In realtà, la definizione “libro” è stata introdotta dal tedesco Karl Richard Lepsius (il primo, nel 1842, a curarne l’edizione), in quanto si trattava di una serie di formule funerarie – il cui nome originale era “Formule per uscire al giorno” – scritte su diversi supporti come papiri, sarcofagi, bende di mummia, statuette ecc. Eppure, la produzione si è avvalsa della consulenza dell’egittologo Stuart Tyson Smith (impiegato anche nella realizzazione di “Stargate”)… Fra l’altro, il Libro era nascosto in una contenitore su cui uno degli archeologi legge – nel verso sbagliato – una maledizione che semi-cita quella inventata dai giornalisti per l’entrata della KV62: «La morte verrà su rapide ali per colui che oserà aprire questa cassa».

La bibliotecaria incautamente legge una formula scritta nel Libro dei Morti che risveglia la mummia e riporta sulla Terra le dieci piaghe d’Egitto. Imhotep è inarrestabile e uccide una persona dopo l’altra per rubarne gli organi e rigenerarsi il corpo; scappa solo di fronte a un gattino di cui ha paura perché – non so dove l’abbiano letto – i felini sarebbero i guardiani dell’oltretomba. Poi rapisce Evelyn per far tornare in vita anche Anck-Su-Namun attraverso il suo sacrificio.

L’unico modo per fermare il malvagio sacerdote è trovare il dorato Libro di Amun-Ra che, anche in questo caso, è un volume rilegato (in basso a destra). L’oggetto si trova in una stanza del tesoro che s’illumina con un gioco di specchi debunkato dal punto di vista della fisica dai MythBusters. Alla fine, tra sparatorie e mummie inaspettatamente agili, Johnatan riesce a leggere la formula (a quanto pare, anche lui conosce il geroglifico), dando modo a Rick di spedire Imhotep nell’Aldilà… ma per poco, giusto il tempo di girare il seguito.

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