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Una nuova grande scoperta a Saqqara? Provo a spoilerarla

Immagini: @Netflix e @mohamedraoufegy; elaborazione grafica: Mattia Mancini/Djed Medu

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“Scoperta a Saqqara la tomba di un funzionario di Antico Regno”

Questo è il titolo di un ipotetico articolo che potrei pubblicare a dicembre o gennaio. A Saqqara, infatti, gli scavi continuano e c’è ancora una scoperta inedita che, secondo il ministro del Turismo e delle Antichità, sarà annunciata tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo. Io però voglio anticiparlo e proverò a spoilerarvi l’oggetto del ritrovamento.

Nella bulimica serie di notizie provenienti dalla missione nell’area del Bubasteion, l’attenzione di tutti si è naturalmente rivolta verso l’eccezionale numero di sarcofagi e il loro perfetto stato di conservazione. Tuttavia, qualcosa di potenzialmente interessante è passato sotto traccia: due statue in legno che subito mi sono sembrate fuori contesto. Già nelle settimane precedenti alla conferenza stampa di sabato scorso (14 novembre), Mostafa Waziry, segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, aveva postato alcune foto, senza aggiungere informazioni in merito, di una statua molta più antica rispetto ai sarcofagi di XXVI dinastia individuati dal suo team. Si trattava di una scultura funeraria privata che dovrebbe risalire all’Antico Regno, quindi a quasi 2000 anni prima degli altri ritrovamenti della missione (foto a sinistra; © Caterina Turroni / Smithsonian Channel).

Al momento dell’ultima presentazione ufficiale, la statua era in vetrina insieme ad un’altra scultura in legno più alta, ma sempre collocabile nello stesso periodo. Poi è arrivato il comunicato ufficiale che le ha definite come statue in legno di acacia, alte 120 e 75 cm, appartenenti a un “giudice” effettivamente vissuto 4300 anni fa. Un terzo esemplare, che presenta ancora parte dello stucco che ricopriva la “pelle”, non è stato esposto per, immagino, motivi di conservazione (foto in basso). I nomi affibbiati all’uomo dai social del Ministero e dalle varie testate giornalistiche locali risentono dei classici problemi di trascrizione dall’arabo all’inglese: Phnomus, Bennu-mes, Benu-mis, Ben-mis, Ben-to-bi-mis ecc. (per questo, non andrebbero presi per oro colato i termini antico-egiziani che si leggono anche su quotidiani nazionali e internazionali).

In ogni caso, il defunto è rappresentato in piedi, con la gamba sinistra portata in avanti, mentre indossa un gonnellino e due tipi di corte parrucche. Occhi, capelli, collana e i particolari della stoffa dello shendit sono resi anche grazie alla pittura che si è conservata in molte parti della superficie del legno. La versione più piccola appare già pesantemente restaurata rispetto alle prime foto, con il riempimento della spaccatura che attraversava tutto il corpo della statua. Quella più grande, invece, è ancora corredata di un bastone tenuto nella mano sinistra, l’impugnatura dello scettro aba (simbolo di potere e alto rango) in quella sinistra e la base originale.

Base di una delle due statue (dal video di @SmithsonianChan, ruotato)

Proprio quella base mi ha fatto scattare un collegamento mentale. Infatti, nel trailer di “Tomb Hunters”, mini-serie in 4 episodi di Smithsonian Channel che sarà trasmessa nel 2021, s’intravede per un attimo il parallelepipedo di legno su cui sono incisi titoli onorifici che avevo già visto altrove (immagine in alto). Purtroppo non si legge il nome, ma i pochi segni illuminati erano apparsi in due video: quello girato in occasione della visita del Primo Ministro al sito (foto a destra) e soprattutto in “Secrets of Saqqara Tomb“, documentario di due ore ancora disponibile su Netflix.

Questo documentario si chiude proprio con il più classico dei colpi di scena che lascia la strada aperta a una seconda puntata (che, però, a questo punto credo sia sostituita dalla serie di Smithsonian Channel): a due giorni dalla chiusura della campagna di scavo del 2019, gli operai scoprono una nuova tomba (immagine in alto). Dalla sabbia emerge un pannello scolpito nella parete rocciosa con iscrizioni geroglifiche e due fessure da cui, come in un serdab, si può sbirciare all’interno della sepoltura. L’ingresso, ancora sigillato con un muro di mattoni crudi, è sulla sinistra e dà accesso a una camera per lo più grezza e senza decorazioni.

Nel filmato si vede Waziry entrare e guardare in basso, all’interno di un pozzo funerario, e poi avvicinarsi a una magnifica falsa porta dipinta con geroglifici estremamente particolareggiati e dai colori ancora vividi (immagine a sinistra). Qui il defunto è rappresentato tre volte in compagnia dei figli e della moglie. E colpisce come la prima figura a destra sia la perfetta versione bidimensionale della più alta delle statue che, a questo punto, sono certo provengano da qui (immagine in cima al post).

Il testo geroglifico presenta numerosi titoli di carattere amministrativo-religioso, alcuni dei quali sono compatibili, a ulteriore conferma, con i pochi segni visibili sulla base di una delle statue. Il proprietario della tomba era quindi un alto dignitario della V o VI dinastia, sacerdote e scriba, “Intimo del re” (rx-nsw.t), “Giudice che tiene i conti” (sAb nxt-xrw), “Giudice preposto all’elargizioni” (sAb Hry-wDb), “Giudice anziano della sala delle udienze” (sAb smsw hAyt).

Ma cosa più importante, si legge finalmente il nome corretto del defunto che si ripete per cinque volte sulla falsa porta (vedi in basso), oltre ad essere presente anche sul pannello esterno: Penmes.

Scritto con o senza il complemento fonetico “s” finale (per la lettura della prima parte: Wb I, 508, 5), il nome è piuttosto raro (Ranke I, 420, 7), essendo attestato solo due volte per personaggi vissuti durante le ultime due dinastie dell’Antico Regno, a Giza (nominato nella falsa porta JE 56994 di Tefnen, proprietario della mastaba G 1304; vd. Cherpion in BIFAO 82, p. 132, pl. XVI) e proprio a Saqqara (Lepsius, tomba 15, Abth. II, B1, taf. 46).

Immagine: Netflix; elaborazione grafica: Mattia Mancini/Djed Medu

Tutto questo “puzzle investigativo” ovviamente è stato per me più un divertimento che una vera previsione. Non so se la tomba di Penmes sarà pienamente annunciata durante la prossima conferenza stampa o se abbiano qualche altro colpo in canna. Quel che è certo è che negli ultimi anni, anche a causa dell’intersificarsi delle notizie, la comunicazione delle scoperte in Egitto è sempre più confusionaria, con la ricerca della spettacolarità che va a inficiare l’approfondimento delle informazioni. Spero solo che il ritardo nella comunicazione sia dovuto al proseguimento della ricerca – magari per lo scavo dei pozzi funerari – piuttosto che a esclusive televisive.

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“I segreti della tomba di Saqqara”: scoperte inedite nel documentario Netflix

Da ieri è disponibile sulla piattaforma streaming di Netflix un documentario che aspettavo da tempo. Non tanto per lo stile di narrazione che, fin dal trailer, è apparso troppo incentrato su sensazionalismo e – come mostra il titolo stesso – mistero, ma sulle possibili notizie inedite che erano state preannunciate. E almeno da questo punto di vista, non sono rimasto deluso.

“I segreti della tomba di Saqqara è una produzione originale Netflix di quasi due ore, che parla della missione archeologica egiziana nell’area del Bubasteion a Saqqara. In particolare si raccontano le campagne di scavo 2018 e 2019 dopo che, grazie al ritrovamento della spettacolare tomba di Wahtye (per evitare confusione, adotterò la nomenclatura scelta per il film), l’attenzione mediatica mondiale si era rivolta sul sito. Oltre la ricerca nella coloratissima sepoltura di V dinastia che, come vedremo, ha riservato importanti novità, il documentario mostra anche alcune delle numerose scoperte di cui vi ho parlato negli ultimi anni.

Uno dei sarcofagi scoperti durante la campagna di scavo 2019 (Netflix)

Con l’ausilio di immagini ad alta definizione, riprese da drone e qualche animazione, il regista James Tovell ha cercato di raccontare le difficili giornate di scavo e le storie personali di archeologi e altri protagonisti della missione, ma è indubbio che sia l’eccezionalità delle scoperte che si susseguono “ogni 30 secondi” a catturare lo spettatore. Rivediamo quindi le decine di mummie di gatto trovate in fondo a un pozzo e lo stupore dell’egittologa Salima Ikram nell’accorgersi grazie a una radiografia come una di esse in realtà appartenesse a un cucciolo di leone; un frammento della statua di un funzionario di età ramesside che combacia con altri due pezzi individuati negli anni precedenti; statuette e sarcofagi spuntare dalla sabbia ad ogni colpo di turiah (zappa) degli operai.

Tra gli oggetti mostrati (nei titoli di coda si specifica che sono 3100 i reperti totali), alcuni sono inediti, come una bellissima statuetta di Sekhmet in faience azzurra e una tavola da gioco in legno, con ancora all’interno le pedine pronte per una partita (senet da un lato, “Gioco delle 20 caselle” dall’altro; immagine in basso). Ed è proprio qui che arriva la nota dolente. L’impressione generale è che – nonostante uno dei responsabili dello scavo dica “non abbiamo bisogno di altri oggetti, ma d’informazioni” – ci sia una frenetica fame di scoperte, con poca attenzione alla documentazione. Si assiste a una vera e propria corsa contro il tempo, prima dell’arrivo del Ramadan e della fine dei fondi, per trovare un’altra tomba che convinca il Governo a finanziare ancora la missione. La fretta non è di certo buona consigliera dell’archeologia, ma spero vivamente che questa percezione sia dovuta solo al montaggio.

Tavola da gioco perfettamente conservata con tutte le sue pedine (Netflix)

Tornando alla tomba di Wahtye, veniamo a sapere che le ricerche sono avanzate, molto. Fino ad ora era stata mostrata solo una camera le cui pareti sono ricoperte da pitture dai colori ancora vividi e da numerose statue a rilievo che ritraggono il defunto – sacerdote-uab, “Ispettore della barca sacra” e “Ispettore del tempio funerario di Neferirkara-Kakai” (2475-2465 a.C.) -, la madre, la moglie e i quattro figli. Nella prima parte del film, due archeologi si concentrano sulla lettura dei testi geroglifici e, notando modifiche nei nomi e nel volto della statua principale, ipotizzano che Wahtye si sia appropriato di una tomba non pensata per lui. Poi si passa allo scavo dei quattro pozzi funerari, vera novità del documentario. Il primo, profondo solo 60 cm, si rivelerà vuoto, ma già dal secondo iniziano i colpi di scena: una cassa lignea – aperta con eccessiva goffaggine – contenente i resti ossei di tre individui, due adolescenti e un bambino. I tre figli maschi di Wahtye? Nel terzo pozzo, profondo due metri, ancora tre scheletri, questa volta però ammassati in un angolo e appartenenti a un’anziana (più di 55 anni), una donna più giovane (circa 30 anni) e una bambina. I membri della missione non hanno dubbi: sono la madre, la moglie e la figlia. L’ultimo a mancare all’appello, Wahtye stesso, viene trovato come da copione nel quarto pozzo, in fondo al quale si apre una stanza laterale sigillata da un muretto in mattoni. Qui una semplice bara di legno conteneva il corpo scheletrizzato di un uomo di circa 35 anni, ancora disposto su un fianco come da tradizione dell’Antico Regno.

Il corpo di Wahtye? (Netflix)

Seppur in mancanza d’iscrizioni e di altri oggetti di corredo, sembra che sia stata scoperta la famiglia al completo; ma gli interrogativi restano. In particolare ci si chiede perché siano state effettuate inumazioni così povere e frettolose a fronte della ricca decorazione della struttura (ma questo può essere spiegato con il riutilizzo della tomba) e soprattutto il motivo di sette morti che sembrano essere arrivate tutte nello stesso periodo. A questa seconda domanda prova a rispondere l’antropologa della missione che, notando un ispessimento comune delle ossa dovuto ad anemia, tira in ballo una possibile infezione da malaria. Sarebbe il primo caso attestato archeologicamente, ma per ora è solo un’ipotesi non suffragata da prove.

Il documentario si chiude con un “finale aperto”.  A due giorni dalla fine della campagna 2019, infatti, il team scopre una nuova tomba. In realtà, ho riconosciuto la sua bella falsa porta con geroglifici colorati in alcune foto circolate dopo recente visita allo scavo del Primo Ministro Mostafa Kemal Madbouly; scommetto che sarà il prossimo ritrovamento annunciato alla stampa.

https://www.netflix.com/it/title/81064069

Mostafa Waziry illumina la falsa porta di una tomba ancora inedita (Netflix)
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Tuna el-Gebel, scoperta tomba di un tesoriere di XXVI dinastia, con canopi in alabastro, centinaia di ushabti e due statue in pietra

Foto: Ministry of Tourism and Antiquities; rielaborazione grafica: M. Mancini (@DjedMedu)

Nell’ormai consueto ping pong di scoperte tra Saqqara e Tuna el-Gebel, è di nuovo il turno di quest’ultimo sito del Medio Egitto dove la missione egiziana nell’area di al-Ghorifa, diretta da Mostafa Waziri (foto in alto), ha individuato un’ulteriore tomba di Epoca Tarda. Questa volta, però, la sepoltura ha riservato un corredo funebre molto più ricco dei soliti sarcofagi che ci stiamo abituando a vedere settimanalmente.

In fondo a un pozzo di 10 metri, una camera foderata di lastre di calcare conteneva le spoglie di Pa-di-Iset, “Sovrintendente del tesoro reale”, e di sei suoi familiari. Nome e titoli dell’importante funzionario, vissuto durante la XXVI dinastia (664-525 a.C.), compaiono su circa 400 ushabti in faeince azzurra e su 4 splendidi vasi canopi in alabastro (foto in alto con il nome appena visibile evidenziato).

Va sottolineata in particolare la presenza di due statue in calcare di una figura femminile in piedi (foto a sinistra; azzardo che possa essere la dea Neith di cui non si conserva la corona) e di un bovino seduto indicato dal Ministero delle Antichità come toro Apis (foto in basso), rispettivamente alta e lunga circa un metro. Le altre sepolture sono poi accompagnate da un migliaio di ushabti in faience, scarabei, amuleti, vasi in ceramica e altri set di canopi, sia in alabastro che calcare.

Nella tomba si trovano anche quattro sarcofagi in pietra ancora sigillati con malta.

Ministry of Tourism and Antiquities

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Tuna el-Gebel, scoperto sarcofago di sacerdote con decine di ushabti

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Se da un lato Saqqara continua a sfornare scoperte, l’altro grande fronte dell’archeologia egiziana è attualmente Tuna el-Gebel, nel governatorato di el-Minya.

La missione nella necropoli dei sacerdoti di Thot, arrivata alla quarta campagna di scavo sotto la direzione di Mostafa Waziry, ha individuato un pozzo funerario, profondo 5 metri, con un ulteriore sarcofago in pietra che si aggiunge alle decine trovate negli scorsi anni.

La massiccia bara antropoide in calcare bianco era collocata in una fossa scavata nel pavimento ed era circondata da numerosi ushabti in brillante faïence azzurra. Sul coperchio si trova una colonna di geroglifici inquadrata da 6 figure dipinte in verde che rappresentano i quattro Figli di Horus (Imseti, Hapi, Duamutef e Qebehsenuef, rispettivamente protettori di fegato, polmoni, stomaco e intestini) e, in basso, le dee tutelari Iside e Nefti.

Il testo presenta nome, titoli e identità dei genitori del defunto: il sacerdote di XXVI dinastia (672-525 a.C.) Djehuty-em-hotep, figlio di Harsiesi la cui tomba era stata già trovata nel 2018. Le foto non sono eccezionali, ma mi pare di leggere anche il nome della madre, Amenirdis.

Aggiornamento 12/10/2020

A distanza di tre settimane, Mostafa Waziry ha mostrato il contenuto del sarcofago ormai aperto: una mummia in cattivo stato di conservazione accompagnata da uno scarabeo del cuore e da altri sei amuleti funerari in faience che erano fissati direttamente sulle bende, cioè una testa di Hathor, uno scarabeo alato e i quattro figli di Horus.

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Scoperte a Taposiris Magna due mummie tolemaiche: vicini alla tomba di Antonio e Cleopatra? No.

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Source: Arrow Media

Ormai ogni singolo ritrovamento effettuato ad Alessandria e dintorni fa gridare alla scoperta eccezionale. Qualsiasi tomba venga fuori è subito collegata dai media ad Alessandro Magno o a Cleopatra e Marco Antonio. Ricorderete ad esempio il sarcofago nero che, secondo i giornali, avrebbe potuto conservare il corpo del condottiero macedone e che invece era pieno di ossa e liquami.

L’ultima notizia di questo tipo viene da Taposiris Magna, sito archeologico a una cinquantina di chilometri a ovest da Alessandria, che da anni è caratterizzato da speculazioni simili. L’apertura di una camera funeraria ancora sigillata con all’interno due mummie di età tolemaica, per giunta appartenenti a un uomo e a una donna, ha fatto incautamente pensare all’ultima dimora della regina e del triumviro.

Autori della scoperta sono i membri del team diretto dal 2005 da Kathleen Martínez, avvocatessa dominicana che – cito – ha trasformato la sua passione da tempo libero in una vera e propria missione archeologica. Probabilmente aiutata dal suo autofinanziamento, ha cominciato a scavare il tempio di Taposiris, dedicato a Iside da Tolomeo IV (222-204 a.C.), convinta di poter trovare la tomba di Cleopatra VII,  in barba alle fonti letterarie che la collocano ad Alessandria.

Tornando al topic dell’articolo, l’aperura di una piccola camera, scavata nella roccia e inclusa in una struttura ipogea multipla individuata a 500 metri dal tempio, è stata recentemente mostrata nel documentario di Channel 5 “The Hunt for Cleopatra’s Tomb” (in particolare dal minuto 20.00). Ancora sigillata da un muretto in blocchi di calcare, è la prima tomba inviolata scoperta nel sito e conteneva solo due mummie in cattivo stato per le infiltrazioni di acqua (foto in alto). Quella messa peggio, a sinistra, presentava i fragili resti di una copertura in cartonnage con la raffigurazione di uno scarabeo alato (imm. in basso a destra), e a un primo esame antropologico, è parsa appartenere a un uomo. È stato invece possibile trasportare fuori quasi interamente la Mummia 1, sulla destra, che è stata sottoposta a radiografia. Sotto la copertura, che conserva ancora tracce di foglia d’oro, è stato rilevato il corpo di una donna con ancora tutti gli organi interni.

Tipo di sepoltura, tecnica d’imbalsamazione e copertura in oro indicano che i defunti appartenevano ad alte classi sociali durante il periodo greco-romano. La Martínez va oltre, ipotizzando che i due possano essere stati sacerdoti preposti al culto di Cleopatra. La sepoltura fa infatti parte di una necropoli che si sviluppa attorno al cosiddetto “faro” o “torre di Abusir” (immagine in basso), una struttura che, sempre secondo la direttrice, sarebbe il segnacolo monumentale del tempio funerario dell’ultima regina tolemaica.

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Source: Channel 5

Senza sminuire l’importanza dell’ultimo ritrovamento, appare eccessivamente sensazionalistico lo stile comunicativo che accompagna da anni ogni risultato della missione. Ciclicamente tabloid e documentari parlano di indizi sulla fantomatica tomba di Cleopatra e ogni volta la scoperta è effettuata nell’ultima settimana di campagna, rimandando necessariamente a sviluppi futuri. Non bastano qualche moneta con l’effige della regina e i resti dell’armamentario di un soldato romano; in archeologia non si scava in cerca di qualcosa spinti da una convinzione pregressa, perché di Schliemann ce n’è uno solo.

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Bufale eGGizie*: la misteriosa tomba piena di oggetti d’oro

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(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

 

Con gli anni ho imparato a non dare tutto per scontato. Molti concetti che ritengo ovvi, per molti altri possono non essere così semplici. Non è solo una questione di cultura generale o di conoscenza dello specifico argomento (in questo caso, l’egittologia), ma anche di processi mentali e collegamenti che magari funzionano solo nella mia testa. Nonostante ciò, però, non ho mai voluto eccedere in semplificazioni e spiegazioni perché mi piacerebbe che i miei lettori approfondissero ciò che trovano sul blog altrove o chiedendomi informazioni con domande dirette. Ed è per questo che, ad esempio, non sto a scrivere in ogni articolo – e non lo farò nemmeno ora – cosa sia un ushabti.

08c20101-0285-4e8f-a421-9d28ca671b2aTuttavia, per l’ennesima volta mi è stato inviato un video che circola ormai da anni sui social, ma che ho sempre ignorato bollandolo come una palese buffonata. Nel filmato si vede quella che dovrebbe essere una tomba egizia stracolma di oggetti d’oro, la cui ricchezza farebbe impallidire perfino il corredo di Tutankhamon… se fossero veri. Si tratta infatti di un mucchio di paccottiglia mal assortita da suq, di souvenir per turisti che riproducono, più o meno bene, reperti realmente esistenti o addirittura pacchiane reinterpretazioni inventate. Come detto, però, ciò che per me è un palese fake per molti è la testimonianza di un’eccezionale scoperta, quindi vale la pena occuparsene.

Che poi, a guardar bene, ci sono diverse versioni del documento con gli oggetti disposti in due modi. Ad esempio, le due grandi statue che nel primo video sono in piedi al centro della camera funeraria, nel secondo sono a terra parzialmente coperte dalla sabbia; il sarcofago di destra, invece, è avvolto da un telo solo in un caso .

Video 1:

Video 2:

La più vecchia variante del video a cui sono riuscito a risalire è stata pubblicata il 21 settembre 2014 sulla pagina Facebook di un uomo palestinese; non è un caso che la “scoperta” sia spesso collocata in Palestina.

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Tra le altre fantastasiose ubicazioni della tomba che, di volta in volta, compaiono in post o articoli web c’è addirittura la Turchia in riferimento a una farneticante storia che vedrebbe Nefertiti fuggita in Anatolia nel 10.000 a.C. Ma i presumibilmente veri luogo e data del filmato sono palesati all’inizio del video 1 in cui si vedono una banconota da 5 sterline egiziane e un foglio su cui è scritto in arabo “giovedì 21 novembre 2013” e il nome “Farid”.

Tornando agli oggetti, facendo finta che non bastino la loro rozza fattura plasticosa e i geroglifici senza senso, abbiamo un insieme incoerente sia dal punto di vista temporale che funzionale. Appaiono infatti alcuni reperti, come statuette votive di divinità o sculture reali a grandezza naturale, che dovrebbero appartenere a un contesto templare e non funerario. Poi ci sono copie di pezzi che risalgono a periodi molto lontani tra loro. Nella prima foto in alto s’intravede il cartiglio di Amenofi III (1388-1351 a.C.), ma al tempo stesso ci sono ushabti e figurine di gatti tipicamente tardi (712-332); un modellino della statua in trono di Ramesse II (1279-1213) del Museo Egizio di Torino (imm. in basso a destra) è insieme a una testa amarniana (in basso al centro); il vaso in alabastro per unguenti di Tutankhamon (1333-1323; imm. in basso a sinistra) figura con un’improbabile versione tridimensionale di una scena dipinta nella tomba tebana di Sennedjem (prima del XIV secolo a.C.) che rappresenta Anubi chinato sulla mummia del funzionario (seconda foto in alto). L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma credo che questi esempi siano più che sufficienti a definire con certezza falsi sia la tomba che tutto il suo contenuto.

Più difficile è invece capire il motivo per cui sia stato girato il video. Credo sia imbrobabile che si tratti del set di un film; più verosimile è un tentativo di truffa. A volte, infatti, mi arrivano mail e messaggi privati su Facebook di cittadini egiziani che cercano di piazzarmi antichità – il più delle volte finte – allegando foto e video. Anche questo, quindi, potrebbe essere qualcosa del genere, soprattutto perché il foglio e la banconota all’inizio sembrano un espediente per dare maggiore credibilità al ritrovamento.

 

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Sarcofago, 193 ushabti e un tempio tolemaico sotto casa: arrestati tombaroli a Giza e Sohag

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Source: gate.ahram.org.eg

46161-WhatsApp-Image-2019-10-05-at-3.11.03-PMIl Ministero egiziano dell’Interno ha comunicato l’arresto di quattro uomini sorpresi in casa con un sarcofago in calcare, una collana di amuleti e 193 ushabti in faience azzurra.

L’interrogatorio dei fermati ha permesso poi di individuare il luogo di ritrovamento dei reperti che è una tomba di IV dinastia (chiaramente, come si vede dalla tipologia di oggetti, riutilizzata in periodi più tardi) nei pressi di Giza.

Il video del Ministero:

 

3-556x400Un’operazione simile è stata recentemente portata avanti più a sud, a Sohag (Medio Egitto) dove, grazie a una soffiata, la polizia ha fatto irruzione nella casa di un preside scolastico che, insieme ad altre 6 persone, stava effettuando uno scavo illegale.

Proprio sotto l’abitazione, infatti, un pozzo profondo 9 metri aveva intercettato due corridoi e una stanza accessoria inerenti a un tempio che, grazie ai geroglifici e alle scene incise sui blocchi in calcare, è stato datato all’età tolemaica.

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Camere nascoste nella/vicino la tomba di Tutankhamon: facciamo chiarezza

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Kenneth Garrett, National Geographic

Ultimamente, a causa di alcuni articoli diventati abbastanza virali sul web, sono tornate alla ribalta le celeberrime camere nascoste nella Tomba di Tutankhamon. Sapete bene che la questione è stata definitivamente chiusa nel maggio del 2018 con la terza serie di scansioni con georadar, ma la notizia riportata nei succitati articoli è un’altra: la possibile presenza di possibili vuoti nei pressi della KV62.

In realtà, anche in questo caso non c’è niente di nuovo perché il rilevamento di anomalie geofisiche nelle immediate vicinanze della tomba di Tutankhamon risale al 2017 ed è il frutto del lavoro dello stesso team italiano che ha bocciato la tesi di Nicholas Reeves. Diretto dal prof. Franco Porcelli (Politecnico di Torino), in collaborazione con esperti di Università di Torino, 3DGeoimaging di Torino, Geostudi Astier di Livorno, l’inglese Terravision e, per la consulenza egittologica, Centro Archeologico Italiano al Cairo (Istituto Italiano di Cultura), il “Progetto VdR Luxor”, mirato all’intera mappatura geofisica della Valle dei Re, era partito proprio dall’indagine della tomba più famosa d’Egitto. In quest’ottica, era stata usata la tomografia di resistività elettrica (ERT) sulla superficie esterna come metodo diagnostico complementare al georadar nella camera funeraria ed erano stati acquisiti dati interessanti.

Io ve ne avevo già parlato l’anno scorso (potete comunque leggere l’articolo scientifico pubblicato sul Journal of Cultural Heritage) e poi ho avuto la fortuna di approfondire il discorso direttamente con Porcelli durante l’incontro che ho mediato alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto. Ma, vista la recente attenzione ri-scoppiata e la gentilezza del professore che mi ha inviato l’ultima pubblicazione del suo team, vale la pena far chiarezza una volta per tutte.

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Fischanger F. et al., Geophysical anomalies detected by electrical resistivity tomography in the area surrounding Tutankhamun’s tomb, in JCH 36 (2019), fig. 2, p. 65

La ricerca con ERT è stata effettuata nel maggio del 2017 in un’area che comprende il piazzale di fronte gli ingressi delle tombe di Tutankhamon e di Ramesse V e Ramesse VI (KV9), la collina in cui sono state scavate le due sepolture (foto in alto) e parte del canyon che porta alla tomba di Merenptah (KV8). In un complesso mix di depositi alluvionali naturali e rimaneggiamenti antropici dovuti a secoli di scavi, sono emerse due anomalie che potrebbero avere importanti risvolti archeologici (immagine in basso). L’Anomalia 1, di circa 5 x 8 metri, si trova a una profondità di 6 metri sotto la collina, a 12 metri dal muro nord della camera funeraria di Tut. Le dimensioni e i valori di resistività portano a pensare che si tratti di un vuoto di origine umana in un’area mai interessata da scavi archeologici, vicino alla KV62 ma – importante sottolinearlo – non direttamente connesso. L’Anomalia 2, invece, è più difficile da inquadrare: ha una forma di ellisse allungata di 15 x 4 m a una profondità di 5 metri sotto il piazzale ai piedi della collina, in una zona quindi già scavata. Questi esami ovviamente non sono sufficienti a tirare conclusioni definitive, per questo la squadra è tornata a Luxor nell’autunno del 2018 per nuove prospezioni.

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Ivi, fig. 8, p. 69

Tornando invece alla terza serie di scansioni con georadar nella tomba di Tutankhamon, ho potuto leggere la pubblicazione dello studio – ancora in fase di stampa (una versione digitale è consultabile qui: Sambuelli L. et al., The third KV62 radar scan: Searching for hidden chambers adjacent to Tutankhamun’s tomb, in JCH, in press) – gentilmente inviatami dal prof. Porcelli.

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Kenneth Garrett, National Geographic

Chiamato a dare un’opinione definitiva dopo le discordanti campagne giapponesi e americane, il team italiano ha realizzato nel febbraio 2018 una serie di scansioni con tre tipologie di frequenza, così da poter avere un numero maggiore di dati da incrociare: basse (15-200 MHz), medie (600-900 MHz) e alte (1500-3000 MHz). Dopo la calibrazione degli strumenti su vuoti noti (Annesso e Tesoro), si è passati alle misurazioni verso le pareti nord e ovest della camera funeraria che, secondo Reeves, avrebbero nascosto l’accesso a ulteriori vani. Le autorità egiziane non hanno permesso che i georadar fossero poggiati direttamente sulle superfici dipinte, quindi sono stati posizionati a 5-10 cm dai muri. I risultati li conoscete già, ma entriamo nel dettaglio.

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Sambuelli et al. 2019, Fig. 3

Le misurazioni fatte ad alte frequenze non hanno rilevato discontinuità sul piano verticale tra la roccia naturale e le ipotetiche porte tamponate in muratura. Quelle a media e bassa frequenza, invece, hanno avuto una risposta omogenea per 3 o 4 metri di profondità. Tradotto: non ci sono stanze né altri tipi di vuoti. Le uniche anomalie riscontrate sono state una frattura naturale (C nell’immagine in basso) due metri dietro la parete nord e un antico appianamento della stessa (A) che era già conosciuto dagli egittologi.

Ma allora cosa aveva visto Watanabe nel novembre del 2015? Non dovevano esserci una camera e un corridoio, con addirittura tracce di oggetti in legno e metallo? A quanto pare, i risultati della prima scansione sono stati fuorviati da “segnali fantasma”. Per prima cosa, lo spazio tra antenna e muro ha abbassato l’accuratezza di misurazione della posizione. Ma la vera causa dell’errore starebbe nelle diverse proprietà elettromagnetiche dell’intonaco dipinto rispetto a quelle della roccia calcarea. Contenente umidità e materiale organico (paglia), il supporto delle pitture è molto probabilmente in grado di condurre elettricità provocando così il fenomemo fisico della guida d’onda. Infatti, solo una parte delle onde elettromagnetiche emesse dallo scanner ha attraversato la roccia; molte altre sono scivolate lungo l’intonaco e, viste anche le ridotte dimensioni della camera funeraria (6 x 4 x 3 m), sono rimbalzate sulla parete opposta o sul grande sarcofago in quarzite portando all’antenna dello strumento un risultato ovviamente sballato.

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Sambuelli et al. 2019, Fig. 5

 

 

 

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Giza, scoperta tomba di due sacerdoti di V dinastia

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Source: egypttoday.com

Questa mattina, a Giza, il ministro delle Antichità Khaled el-Anany e il segretario generale del Supreme Council of Antiquities Mostafa Waziry hanno annunciato la scoperta della tomba di due funzionari e alti sacerdoti della prima metà della V dinastia (XXVI-XXV sec. a.C.).

Waziry, che ha dirige la missione archeologica protagonista del ritrovamento nelll’area sud-orientale della necropoli di Giza fin dall’agosto del 2018, ha riferito che i due proprietari originari della sepoltura, Pehenuika e Nui (rappresentato nella stele in basso a destra), posseggono rispettivamente 7 e 5 titoli, tra cui quello di “sacerdote del re Chefren”. La struttura è stata poi riutilizzata in Epoca Tarda (VII sec. a.C.), periodo a cui appartengono i vari sarcofagi lignei ben conservati presenti nella tomba insieme a diversi ushabti, amuleti, vasi in pietra e ceramica e una statua in calcare senza iscrizioni che rappresenta uno dei due defunti con moglie e figlio.

Ulteriori informazioni e foto nel mio articolo su National Geogrphic: http://www.nationalgeographic.it/wallpaper/2019/05/04/foto/egitto_scoperta_a_giza_tomba_due_sacerdoti_antico_regno-4393551/1/

 

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Scoperta la più grande tomba “a saff” di Tebe Ovest

Source: MoA

Un’enorme tomba era nascosta a due passi dal normale percorso di visita che i turisti compiono tutti i giorni, celata da centinaia di metri cubi di detriti di un paio di secoli di scavi archeologici nell’area.
A nord della sepoltura di Roy (TT255), visitabile nella necropoli di Dra Abu el-Naga, è stata individuata e scavata da una missione egiziana diretta da Mostafa Waziri, la più grande “tomba a saff” finora nota di Tebe Ovest. La struttura consiste in una vasta corte aperta su cui si apre una facciata monumentale di 55 metri, con 18 entrate intervallate da pilastri.

Qui era sepolto Djehutyshedsu, il cui nome e i numerosi titoli – “principe”, “sindaco”, “Portatore dei sigilli del Re dell’Alto e Basso Egitto” – si leggono sulle facce dipinte dei pilastri e su alcuni degli oltre 50 coni funerari ritrovati.

Negli angoli nord e sud, due pozzi profondi 11 metri si datano, secondo l’egittologa Friederike Kampp che è una dei maggiori esperti della necropoli tebana, alla XVII dinastia (16650-1550 a.C.), seppur usati fino al regno di Hatshepsut (1479-1458) all’inizio della XVIII dinastia.

Nella tomba, le pareti sono decorate con scene rituali del defunto al cospetto degli dèi e di attività quotidiane, come caccia, pesca e fabbricazione di barche di papiro. Il corredo funerario comprende vasi, decine di ushabti in legno o faience, statuette lignee, una maschera in cartonnage, coperchi di vasi canopi in calcare e un rarissimo papiro intatto, scritto in ieratico e ancora avvolto nel lino. Una moneta in bronzo dell’epoca di Tolomeo II (285-246) attesta ovviamente una frequentazione più recente.

Attorno alla corte, come spesso accade a, si affacciano 6 tombe minori ancora da indagare.

Poco lontano, nella necropoli di Sheik Abd el-Qurna, sono state annunciate dal Ministero delle Antichità altre due sepolture. Risalenti alla XIX dinastia (1291-1185), appartengono a due funzionari di nome Akhmenu e Meryra. Del primo si conosce ancora poco, mentre del secondo, “Sovrintendente al tesoro”, è stato ritrovato uno splendido sarcofago policromo.

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