Articoli con tag: tomba

Scoperto il sarcofago del tesoriere di Ramesse II

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Tornano le consuete notizie da Saqqara. Ripresa l’attività di scavo a sud della rampa processionale della piramide di Unis, la missione diretta da Ola El-Aguizy (Università del Cairo) ha scoperto il sarcofago dell’alto funzionario Ptahemuia, la cui tomba era stata individuata lo scorso anno. In realtà, come segnalavo nel 1000° articolo di questo blog, si trattava di una riscoperta in quanto la sepoltura era stata già localizzata e parzialmente documentata da Auguste Mariette intorno al 1858-59, ma poi se ne erano perse le tracce.

Tuttavia, l’indagine del team egiziano ha condotto ad ambienti sconosciuti finora in fondo al pozzo funerario (2,1×2,2 metri, profondo 7), in particolare alla camera sepolcrale principale e al massiccio sarcofago in granito rosso dello “Scriba reale delle divine offerte a tutti gli dèi del Basso e dell’Alto Egitto”, “Grande Sovrintendente al bestiame” e “Sovrintendente al tesoro del Ramesseo” sotto Ramesse II (1279-1212 a.C.). Titoli e nome del defunto sono stati confermati grazie ai rilievi incisi sulla superficie del sarcofago antropoide, insieme a formule funerarie e alle figure di divinità come Anubi e i quattro figli di Horus. Come già notato nelle precedenti campagne di scavo, le tracce della visita di tombaroli sono chiare e il sarcofago è risultato vuoto se non per pochi residui di resina della mummificazione; in particolare, il coperchio era rotto con uno dei frammenti ritrovato a terra in un angolo della stanza (foto in basso). Tuttavia, credo che i ladri abbiano approfittato di una rottura precedente, forse contemporanea all’inumazione di Ptahemuia o relativa a un riutilizzo del sarcofago, perché dalle foto si vedono i segni di almeno quattro grappe a doppia coda di rondine che indicano un antico restauro.

Source: Ministry of Tourism and Antiquities
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Abusir, scoperta tomba di un comandante del Periodo Tardo

Photo: Petr Košárek; archives of the Czech Institute of Egyptology, Charles University

Continuano le scoperte “di profondità” della missione ad Abusir (30 km a sud di Giza) dell’Istituto Ceco di Egittologia della Univerzita Karlova di Praga. Dopo il pozzo con materiale per la mummificazione, il team diretto da Miroslav Bárta ha individuato la tomba per cui probabilmente era stato usato quel deposito. Si conferma quindi, come precedentemente ipotizzato, l’attribuzione della sepoltura a Wahibrameryneith, figlio di Irturu, il cui nome era inciso su vasi canopi già ritrovati nella scorsa stagione. L’importante dignitario, vissuto tra XXVI e XXVII dinastia (inizio del V sec. a.C.), reca tra i titoli quello di “Comandante dei mercenari stranieri” e probabilmente guidava soldati provenienti dall’area dell’Egeo e dell’Asia Minore.

Photo: Petr Košárek; archives of the Czech Institute of Egyptology, Charles University

La tomba si trova in un grande pozzo quadrato con i lati di circa 14 metri che, a una profondità di 6 metri, si divide in tunnel secondari. In quello centrale, con orientamento est-ovest e con una base di 6,5 ​​per 3,3 metri, scendendo di altri 16 metri si arriva un doppio sarcofago in pietra (foto in basso). Putroppo la sepoltura è risultata visitata da saccheggiatori probabilmente intorno al IV-V secolo d.C. Il sarcofago esterno parallelepipedo in calcare presenta un incavo in cui è posizionato quello interno antropoide, di 2,3 x 1,9 m, realizzato in basalto. Il pesante coperchio reca iscritto il capitolo 72 del Libro dei Morti ed è danneggiato proprio in corrispondenza del volto. Al suo interno sono stati ritrovati solo un bellissimo scarabeo del cuore anepigrafe (foto in alto) e un amuleto in forma di poggiatesta. Sul lato est, invece, si trovava ciò che rimaneva del corredo funerario ancora nella posizione originaria: due cassette di legno contenenti 402 ushabti in faience, due vasi canopi in alabastro anepigrafi, un modello in faience di un’offerta tavola, dieci vasetti miniaturistici in alabastro e un ostracon in calcare iscritto in ieratico con brevi estratti dal Libro dei Morti.

Photo: Petr Košárek; archives of the Czech Institute of Egyptology, Charles University
Photo: Petr Košárek; archives of the Czech Institute of Egyptology, Charles University

Un particolare, all’apparenza meno interessante, sottolinea invece le tecniche che gli antichi Egizi utilizzavano per spostare oggetti monumentali. Il doppio sarcofago si trova infatti ancora adagiato su uno strato di sabbia che inizialmente doveva riempire completamente il pozzo e che gradualmente è stato rimosso facendo scendere il pesante reperto fino in fondo.

https://cegu.ff.cuni.cz/en/2022/07/15/the-tomb-of-wahibre-mery-neith-discovered-by-the-czech-archaeological-mission-in-abusir/

Photo: Petr Košárek; archives of the Czech Institute of Egyptology, Charles University
Photo: Petr Košárek; archives of the Czech Institute of Egyptology, Charles University.
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Berenice, scoperta tomba di 1500 anni con il pavimento in corallo

Ph. M. Gwiazda/ PCMA UW

Nuove scoperte a Berenice Trogloditica, importantissima città portuale fondata nel 275 a.C. da Tolomeo II (285-246) come punto di partenza dalla costa del Mar Rosso per le spedizioni commerciali verso il Corno d’Africa, l’Arabia e l’India. La missione americano-polacca, diretta da Steven Sidebotham (University of Delaware) e Mariusz Gwiazda (Uniwersytet Warszawski), dopo le indagini delle fasi di epoca tolemaica e romana, questa volta si è concentrata sull’occupazione più recente del sito. Gli archeologi del “Berenike Project” hanno infatti individuato una sepoltura monumentale risalente al IV-VI secolo d.C., periodo in cui quella parte del deserto orientale, ormai non più controllata dai Romani, era abitata dalla popolazione nomadica dei Blemmi.

La tomba, situata su una collina vicino alla strada principale di accesso alla città, consiste in una stanza rettangolare lunga quasi 5 metri. Il ricco corredo funerario e la particolare decorazione di muri e pavimento indicano una chiara appartenenza all’élite locale. A terra si trovano infatti coralli bianchi lisci accuratamente selezionati (foto in basso a sinistra), mentre un altro tipo di corallo misto a fango è stato utilizzato per intonacare le pareti interne con una tecnica unica nel suo genere.

Ph. M. Gwiazda/ PCMA UW
Ph. M. Gwiazda/ PCMA UW

I corpi erano deposti, in posizione contratta e probabilmente legati per risparmiare spazio, all’interno di casse di pietra disposte lungo le pareti (foto in alto a destra). La ricchezza degli inumati è testimoniata dagli oggetti ritrovati, molti dei quali d’importazione, come oltre 700 perline in onice e corniola da Pakistan o India, orecchini e anelli in argento e bracciali in avorio. Sono state scoperte anche anfore da vino e giare in ceramica per l’acqua, ciotole e incensieri in pietra, tra cui ne spicca uno con decorazione a testa di leone (foto in basso).

https://pcma.uw.edu.pl/en/2022/05/16/berenike-discoveries-an-elite-tomb/

Ph. M. Gwiazda/ PCMA UW
Ph. M. Gwiazda/ PCMA UW
Ph. M. Gwiazda/ PCMA UW
Ph. M. Gwiazda/ PCMA UW

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Assuan, team italo-egiziano scopre una tomba di epoca greco-romana

Ph. Piacentini (Università degli Studi di Milano); Source: ansa.it

Nuovi ritrovamenti sulla riva ovest di Assuan per la missione italo-egiziana diretta dalla prof.ssa Patrizia Piacentini (Università degli Studi di Milano) e da Abdel Monaem Said Mahmoud (Direttore generale delle Antichità di Assuan e della Nubia). Il team dell’EIMAWA – Egyptian-Italian Mission at West Aswan, attivo dal 2018 nella necropoli che si estende attorno al mausoleo islamico di Aga Khan, ha individuato una tomba di epoca greco-romana, ora identificata con la sigla AGH032.

La struttura, come annunciato dal Ministero del Turismo e delle Antichità, si compone di una parte esterna, costruita con blocchi di arenaria e mattoni di fango, che copriva la tomba vera e propria, composta da un corte scavata nella roccia e quattro camere funerarie ipogee. Sulla parete est dell’edificio esterno era ammassata una gran quantità di ossa animali, cocci e tavole iscritte, facendo presupporre che qui si deponessero offerte votive. All’interno della sepoltura (foto in alto), invece, si trovavano circa 20 mummie in buono stato di conservazione, appartenenti a più di una famiglia. Nonostante l’evidente passaggio di ladri, sono comunque stati ritrovati oggetti di corredo, come un sarcofago in terracotta per un bambino, tavole d’offerta, coperture in cartonnage per mummie, statuette in legno raffiguranti, tra l’altro, l’uccello ba e vasi in ceramica. Di un defunto, il cui corpo era stato spostato fuori da antichi tombaroli, è stato possibile risalire al nome, inciso in greco su una placchetta in rame (foto in basso) che indossava al collo: Nikostratos.

Ph. Piacentini (Università degli Studi di Milano); Source: ansa.it

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el-Asasif, scoperte due tombe con i resti di oltre 100 corpi

Source: National Geographic “Lost Treasures of Egypt” 03×03

In attesa che sia annunciata ufficialmente la scoperta di una tomba a el-Asasif, a Luxor, anticipata durante la cerimonia d’inaugurazione del Viale delle Sfingi, tre episodi della serie National Geographic Lost Treasures of Egypt ne hanno spoilerate altre due nella stessa necropoli.

A giudicare dalle immagini, entrambe le sepolture sembrano trovarsi sotto la Metropolitan Museum House, oggi base della missione archeologica polacca, piuttosto vicine all’area di parcheggio del Tempio di Deir el-Bahari. Nello specifico, durante la 3a puntata sono stati mostrati i risultati della missione diretta da Fathi Yaseen, direttore generale delle antichità di Tebe Ovest, che seguono il ritrovamento, durante la precedente stagione, di un sarcofago in cartonnage. Da quel punto il team egiziano ha individuato un corridoio fiancheggiato da un muro in mattoni crudi lungo 20 metri che conduce all’ingresso scavato nella roccia. Una stanza non decorata di 7 x 4 metri, ancora piena di detriti, ha rivelato per il momento pochi reperti, tra cui vasi di ceramica e ceste in fibra vegetali (immagine in alto) che, secondo Yaseen, sarebbero da ricondurre a donazioni di cibo effettuate in epoca ramesside.

Source: National Geographic “Lost Treasures of Egypt” 03×01

Più monumentale è la tomba individuata poco lontano da un’altra missione egiziana, questa volta diretta da Ezz el-Noby. La sepoltura risale probabilmente alla XXV-XXVI dinastia (VIII-VI sec. a.C.) e, a giudicare dalla presenza di lucerne, è stata utilizzata almeno fino al periodo romano.

La scoperta viene annunciata nella prima puntata della serie, già trasmessa anche in Italia, in cui un po’ forzosamente è collegata con Tutankhamon, tema dell’episodio. La struttura è composta da una corte aperta quadrata, dall’ingresso ricavato da una grande nicchia con volta a botte scavata nella roccia (immagini in basso) e da un’anticamera con falsa porta da cui si accede ad altre stanze.

Nel documentario si vede come tutto l’ipogeo fosse pieno di resti ossei sparsi appartenenti a oltre un centinaio di morti (immagine in alto). Questo indica sia, come detto, il riutilizzo della tomba sia la visita di ladri che già in antichità hanno pesantemente disturbato il contesto. Al momento, in mancanza d’iscrizioni, non è stato possibile risalire al nome del proprietario originario a cui, secondo el-Noby, potrebbe appartenere l’unica mummia mostrata, trovata in cattivo stato di conservazione in un angolo dell’anticamera.

Nella sesta puntata si continua a parlare della stessa tomba, ma di nuovo per bocca di Fathi Yaseen. L’indagine si estende agli ambienti accessori e alla camera funeraria scavata in un livello più basso e raggiungibile attraverso un pozzo. Anche in questo caso i tombaroli hanno chiaramente lasciato il segno svuotando la stanza e, probabilmente, portando una mummia in ottimo stato di conservazione nell’anticamera (immagine in basso). È possibile, infatti, che il corpo – forse del proprietario della tomba – sia stato spostato nei pressi dell’ingresso per essere depredato di tutti gli amuleti. Non a caso, in corrispondenza del cuore, il punto più promettente per chi era in cerca di preziosi, c’è un foro.

Source: National Geographic “Lost Treasures of Egypt” 03×06
Source: National Geographic “Lost Treasures of Egypt” 03×06
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Deir el-Bahari, scoperto deposito di offerte ad Hathor sotto il tempio di Hatshepsut

ph. Polish Centre of Mediterranean Archaeology/M. Jawornicki

Torniamo a parlare dei “leak” della serie Lost Treasures of Egypt di National Geographic, anche se, in questo caso, la notizia sia stata già ampiamente diffusa su siti e blog online. Nel 5° episodio, dedicato alle regine egizie, tra le altre cose si parla anche di una scoperta effettuata sotto il tempio funerario di Hatshepsut, a Tebe Ovest, in un luogo apparentemente già indagato.

La missione polacca del Centro di Archeologia del Mediterraneo dell’Università di Varsavia, diretta da Patryk Chudzik, stava lavorando al restauro della Cappella di Hathor a Deir el-Bahari, nella porzione più meridionale del tempio, e, temendo per la stabilità di una tomba sottostante, aveva deciso di consolidarne il soffitto. La struttura ipogea, composta da un corridoio di 15 metri e da una camera funeraria con un foro per il sarcofago scavato nel pavimento, era già nota dalla fine del XIX secolo, quando era stata brevemente segnalata da Édouard Naville. Tuttavia, l’interno – a quanto pare, poco promettente – non era mai stato scavato sistematicamente fino alla primavera di quest’anno.

Gli archeologi polacchi si sono infatti accorti che tutta la superficie era ancora coperta da uno strato di detriti alto circa mezzo metro (foto in alto a destra) e pieno di di reperti. I pochi oggetti rimasti del corredo originale, tra cui spicca una statuetta in legno (in basso a destra), hanno permesso di datare la struttura all’inizio del Medio Regno, quindi 500 anni prima della costruzione del santuario di Hatshepsut. Purtroppo, l’assenza di iscrizioni e del sarcofago – probabilmente trafugato in antichità – non permettono di capire a chi appartenesse la tomba; tuttavia, secondo Chudzik, il defunto doveva essere un familiare stretto del faraone Mentuhotep II (2055-2004 a.C.), il cui tempio funerario era immediatamente a sud.

La stragrande maggioranza dei circa 500 oggetti risale però alla XVIII dinastia, facendo pensare a un riutilizzo – oltre che per sepolture ancora più tarde (come si vede da frammenti di sarcofagi di III Periodo Intermedio, come quello in alto a sinistra) – legato alla vita del Djeser-Djeseru di Hatshepsut.

Insieme a comuni vasi in ceramica, alcuni contenitori hanno forme femminili stilizzate in cui si evidenziano i seni (foto in basso); inoltre, sono stati ritrovati amuleti e parti di sculture in pietra di Hathor, figurine in faience di donne nude e statuette in argilla raffiguranti bovini (foto in alto). Tale materiale rimanda con evidenza a una funzione propiziatoria legata alla fertilità e alla dea venerata proprio sopra la tomba che, secondo il direttore della missione, sarebbe quindi servita come deposito delle offerte fatte dai fedeli al santuario.

Source: National Geographic “Lost Treasures of Egypt” 03×05

https://pcma.uw.edu.pl/en/2021/11/25/deir-el-bahari-extraordinary-discovery-under-the-chapel-of-hathor/

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Una nuova grande scoperta a Saqqara? Provo a spoilerarla

Immagini: @Netflix e @mohamedraoufegy; elaborazione grafica: Mattia Mancini/Djed Medu

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“Scoperta a Saqqara la tomba di un funzionario di Antico Regno”

Questo è il titolo di un ipotetico articolo che potrei pubblicare a dicembre o gennaio. A Saqqara, infatti, gli scavi continuano e c’è ancora una scoperta inedita che, secondo il ministro del Turismo e delle Antichità, sarà annunciata tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo. Io però voglio anticiparlo e proverò a spoilerarvi l’oggetto del ritrovamento.

Nella bulimica serie di notizie provenienti dalla missione nell’area del Bubasteion, l’attenzione di tutti si è naturalmente rivolta verso l’eccezionale numero di sarcofagi e il loro perfetto stato di conservazione. Tuttavia, qualcosa di potenzialmente interessante è passato sotto traccia: due statue in legno che subito mi sono sembrate fuori contesto. Già nelle settimane precedenti alla conferenza stampa di sabato scorso (14 novembre), Mostafa Waziry, segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, aveva postato alcune foto, senza aggiungere informazioni in merito, di una statua molta più antica rispetto ai sarcofagi di XXVI dinastia individuati dal suo team. Si trattava di una scultura funeraria privata che dovrebbe risalire all’Antico Regno, quindi a quasi 2000 anni prima degli altri ritrovamenti della missione (foto a sinistra; © Caterina Turroni / Smithsonian Channel).

Al momento dell’ultima presentazione ufficiale, la statua era in vetrina insieme ad un’altra scultura in legno più alta, ma sempre collocabile nello stesso periodo. Poi è arrivato il comunicato ufficiale che le ha definite come statue in legno di acacia, alte 120 e 75 cm, appartenenti a un “giudice” effettivamente vissuto 4300 anni fa. Un terzo esemplare, che presenta ancora parte dello stucco che ricopriva la “pelle”, non è stato esposto per, immagino, motivi di conservazione (foto in basso). I nomi affibbiati all’uomo dai social del Ministero e dalle varie testate giornalistiche locali risentono dei classici problemi di trascrizione dall’arabo all’inglese: Phnomus, Bennu-mes, Benu-mis, Ben-mis, Ben-to-bi-mis ecc. (per questo, non andrebbero presi per oro colato i termini antico-egiziani che si leggono anche su quotidiani nazionali e internazionali).

In ogni caso, il defunto è rappresentato in piedi, con la gamba sinistra portata in avanti, mentre indossa un gonnellino e due tipi di corte parrucche. Occhi, capelli, collana e i particolari della stoffa dello shendit sono resi anche grazie alla pittura che si è conservata in molte parti della superficie del legno. La versione più piccola appare già pesantemente restaurata rispetto alle prime foto, con il riempimento della spaccatura che attraversava tutto il corpo della statua. Quella più grande, invece, è ancora corredata di un bastone tenuto nella mano sinistra, l’impugnatura dello scettro aba (simbolo di potere e alto rango) in quella sinistra e la base originale.

Base di una delle due statue (dal video di @SmithsonianChan, ruotato)

Proprio quella base mi ha fatto scattare un collegamento mentale. Infatti, nel trailer di “Tomb Hunters”, mini-serie in 4 episodi di Smithsonian Channel che sarà trasmessa nel 2021, s’intravede per un attimo il parallelepipedo di legno su cui sono incisi titoli onorifici che avevo già visto altrove (immagine in alto). Purtroppo non si legge il nome, ma i pochi segni illuminati erano apparsi in due video: quello girato in occasione della visita del Primo Ministro al sito (foto a destra) e soprattutto in “Secrets of Saqqara Tomb“, documentario di due ore ancora disponibile su Netflix.

Questo documentario si chiude proprio con il più classico dei colpi di scena che lascia la strada aperta a una seconda puntata (che, però, a questo punto credo sia sostituita dalla serie di Smithsonian Channel): a due giorni dalla chiusura della campagna di scavo del 2019, gli operai scoprono una nuova tomba (immagine in alto). Dalla sabbia emerge un pannello scolpito nella parete rocciosa con iscrizioni geroglifiche e due fessure da cui, come in un serdab, si può sbirciare all’interno della sepoltura. L’ingresso, ancora sigillato con un muro di mattoni crudi, è sulla sinistra e dà accesso a una camera per lo più grezza e senza decorazioni.

Nel filmato si vede Waziry entrare e guardare in basso, all’interno di un pozzo funerario, e poi avvicinarsi a una magnifica falsa porta dipinta con geroglifici estremamente particolareggiati e dai colori ancora vividi (immagine a sinistra). Qui il defunto è rappresentato tre volte in compagnia dei figli e della moglie. E colpisce come la prima figura a destra sia la perfetta versione bidimensionale della più alta delle statue che, a questo punto, sono certo provengano da qui (immagine in cima al post).

Il testo geroglifico presenta numerosi titoli di carattere amministrativo-religioso, alcuni dei quali sono compatibili, a ulteriore conferma, con i pochi segni visibili sulla base di una delle statue. Il proprietario della tomba era quindi un alto dignitario della V o VI dinastia, sacerdote e scriba, “Intimo del re” (rx-nsw.t), “Giudice che tiene i conti” (sAb nxt-xrw), “Giudice preposto all’elargizioni” (sAb Hry-wDb), “Giudice anziano della sala delle udienze” (sAb smsw hAyt).

Ma cosa più importante, si legge finalmente il nome corretto del defunto che si ripete per cinque volte sulla falsa porta (vedi in basso), oltre ad essere presente anche sul pannello esterno: Penmes.

Scritto con o senza il complemento fonetico “s” finale (per la lettura della prima parte: Wb I, 508, 5), il nome è piuttosto raro (Ranke I, 420, 7), essendo attestato solo due volte per personaggi vissuti durante le ultime due dinastie dell’Antico Regno, a Giza (nominato nella falsa porta JE 56994 di Tefnen, proprietario della mastaba G 1304; vd. Cherpion in BIFAO 82, p. 132, pl. XVI) e proprio a Saqqara (Lepsius, tomba 15, Abth. II, B1, taf. 46).

Immagine: Netflix; elaborazione grafica: Mattia Mancini/Djed Medu

Tutto questo “puzzle investigativo” ovviamente è stato per me più un divertimento che una vera previsione. Non so se la tomba di Penmes sarà pienamente annunciata durante la prossima conferenza stampa o se abbiano qualche altro colpo in canna. Quel che è certo è che negli ultimi anni, anche a causa dell’intersificarsi delle notizie, la comunicazione delle scoperte in Egitto è sempre più confusionaria, con la ricerca della spettacolarità che va a inficiare l’approfondimento delle informazioni. Spero solo che il ritardo nella comunicazione sia dovuto al proseguimento della ricerca – magari per lo scavo dei pozzi funerari – piuttosto che a esclusive televisive.

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“I segreti della tomba di Saqqara”: scoperte inedite nel documentario Netflix

Da ieri è disponibile sulla piattaforma streaming di Netflix un documentario che aspettavo da tempo. Non tanto per lo stile di narrazione che, fin dal trailer, è apparso troppo incentrato su sensazionalismo e – come mostra il titolo stesso – mistero, ma sulle possibili notizie inedite che erano state preannunciate. E almeno da questo punto di vista, non sono rimasto deluso.

“I segreti della tomba di Saqqara è una produzione originale Netflix di quasi due ore, che parla della missione archeologica egiziana nell’area del Bubasteion a Saqqara. In particolare si raccontano le campagne di scavo 2018 e 2019 dopo che, grazie al ritrovamento della spettacolare tomba di Wahtye (per evitare confusione, adotterò la nomenclatura scelta per il film), l’attenzione mediatica mondiale si era rivolta sul sito. Oltre la ricerca nella coloratissima sepoltura di V dinastia che, come vedremo, ha riservato importanti novità, il documentario mostra anche alcune delle numerose scoperte di cui vi ho parlato negli ultimi anni.

Uno dei sarcofagi scoperti durante la campagna di scavo 2019 (Netflix)

Con l’ausilio di immagini ad alta definizione, riprese da drone e qualche animazione, il regista James Tovell ha cercato di raccontare le difficili giornate di scavo e le storie personali di archeologi e altri protagonisti della missione, ma è indubbio che sia l’eccezionalità delle scoperte che si susseguono “ogni 30 secondi” a catturare lo spettatore. Rivediamo quindi le decine di mummie di gatto trovate in fondo a un pozzo e lo stupore dell’egittologa Salima Ikram nell’accorgersi grazie a una radiografia come una di esse in realtà appartenesse a un cucciolo di leone; un frammento della statua di un funzionario di età ramesside che combacia con altri due pezzi individuati negli anni precedenti; statuette e sarcofagi spuntare dalla sabbia ad ogni colpo di turiah (zappa) degli operai.

Tra gli oggetti mostrati (nei titoli di coda si specifica che sono 3100 i reperti totali), alcuni sono inediti, come una bellissima statuetta di Sekhmet in faience azzurra e una tavola da gioco in legno, con ancora all’interno le pedine pronte per una partita (senet da un lato, “Gioco delle 20 caselle” dall’altro; immagine in basso). Ed è proprio qui che arriva la nota dolente. L’impressione generale è che – nonostante uno dei responsabili dello scavo dica “non abbiamo bisogno di altri oggetti, ma d’informazioni” – ci sia una frenetica fame di scoperte, con poca attenzione alla documentazione. Si assiste a una vera e propria corsa contro il tempo, prima dell’arrivo del Ramadan e della fine dei fondi, per trovare un’altra tomba che convinca il Governo a finanziare ancora la missione. La fretta non è di certo buona consigliera dell’archeologia, ma spero vivamente che questa percezione sia dovuta solo al montaggio.

Tavola da gioco perfettamente conservata con tutte le sue pedine (Netflix)

Tornando alla tomba di Wahtye, veniamo a sapere che le ricerche sono avanzate, molto. Fino ad ora era stata mostrata solo una camera le cui pareti sono ricoperte da pitture dai colori ancora vividi e da numerose statue a rilievo che ritraggono il defunto – sacerdote-uab, “Ispettore della barca sacra” e “Ispettore del tempio funerario di Neferirkara-Kakai” (2475-2465 a.C.) -, la madre, la moglie e i quattro figli. Nella prima parte del film, due archeologi si concentrano sulla lettura dei testi geroglifici e, notando modifiche nei nomi e nel volto della statua principale, ipotizzano che Wahtye si sia appropriato di una tomba non pensata per lui. Poi si passa allo scavo dei quattro pozzi funerari, vera novità del documentario. Il primo, profondo solo 60 cm, si rivelerà vuoto, ma già dal secondo iniziano i colpi di scena: una cassa lignea – aperta con eccessiva goffaggine – contenente i resti ossei di tre individui, due adolescenti e un bambino. I tre figli maschi di Wahtye? Nel terzo pozzo, profondo due metri, ancora tre scheletri, questa volta però ammassati in un angolo e appartenenti a un’anziana (più di 55 anni), una donna più giovane (circa 30 anni) e una bambina. I membri della missione non hanno dubbi: sono la madre, la moglie e la figlia. L’ultimo a mancare all’appello, Wahtye stesso, viene trovato come da copione nel quarto pozzo, in fondo al quale si apre una stanza laterale sigillata da un muretto in mattoni. Qui una semplice bara di legno conteneva il corpo scheletrizzato di un uomo di circa 35 anni, ancora disposto su un fianco come da tradizione dell’Antico Regno.

Il corpo di Wahtye? (Netflix)

Seppur in mancanza d’iscrizioni e di altri oggetti di corredo, sembra che sia stata scoperta la famiglia al completo; ma gli interrogativi restano. In particolare ci si chiede perché siano state effettuate inumazioni così povere e frettolose a fronte della ricca decorazione della struttura (ma questo può essere spiegato con il riutilizzo della tomba) e soprattutto il motivo di sette morti che sembrano essere arrivate tutte nello stesso periodo. A questa seconda domanda prova a rispondere l’antropologa della missione che, notando un ispessimento comune delle ossa dovuto ad anemia, tira in ballo una possibile infezione da malaria. Sarebbe il primo caso attestato archeologicamente, ma per ora è solo un’ipotesi non suffragata da prove.

Il documentario si chiude con un “finale aperto”.  A due giorni dalla fine della campagna 2019, infatti, il team scopre una nuova tomba. In realtà, ho riconosciuto la sua bella falsa porta con geroglifici colorati in alcune foto circolate dopo recente visita allo scavo del Primo Ministro Mostafa Kemal Madbouly; scommetto che sarà il prossimo ritrovamento annunciato alla stampa.

https://www.netflix.com/it/title/81064069

Mostafa Waziry illumina la falsa porta di una tomba ancora inedita (Netflix)
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Tuna el-Gebel, scoperta tomba di un tesoriere di XXVI dinastia, con canopi in alabastro, centinaia di ushabti e due statue in pietra

Foto: Ministry of Tourism and Antiquities; rielaborazione grafica: M. Mancini (@DjedMedu)

Nell’ormai consueto ping pong di scoperte tra Saqqara e Tuna el-Gebel, è di nuovo il turno di quest’ultimo sito del Medio Egitto dove la missione egiziana nell’area di al-Ghorifa, diretta da Mostafa Waziri (foto in alto), ha individuato un’ulteriore tomba di Epoca Tarda. Questa volta, però, la sepoltura ha riservato un corredo funebre molto più ricco dei soliti sarcofagi che ci stiamo abituando a vedere settimanalmente.

In fondo a un pozzo di 10 metri, una camera foderata di lastre di calcare conteneva le spoglie di Pa-di-Iset, “Sovrintendente del tesoro reale”, e di sei suoi familiari. Nome e titoli dell’importante funzionario, vissuto durante la XXVI dinastia (664-525 a.C.), compaiono su circa 400 ushabti in faeince azzurra e su 4 splendidi vasi canopi in alabastro (foto in alto con il nome appena visibile evidenziato).

Va sottolineata in particolare la presenza di due statue in calcare di una figura femminile in piedi (foto a sinistra; azzardo che possa essere la dea Neith di cui non si conserva la corona) e di un bovino seduto indicato dal Ministero delle Antichità come toro Apis (foto in basso), rispettivamente alta e lunga circa un metro. Le altre sepolture sono poi accompagnate da un migliaio di ushabti in faience, scarabei, amuleti, vasi in ceramica e altri set di canopi, sia in alabastro che calcare.

Nella tomba si trovano anche quattro sarcofagi in pietra ancora sigillati con malta.

Ministry of Tourism and Antiquities

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Tuna el-Gebel, scoperto sarcofago di sacerdote con decine di ushabti

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Se da un lato Saqqara continua a sfornare scoperte, l’altro grande fronte dell’archeologia egiziana è attualmente Tuna el-Gebel, nel governatorato di el-Minya.

La missione nella necropoli dei sacerdoti di Thot, arrivata alla quarta campagna di scavo sotto la direzione di Mostafa Waziry, ha individuato un pozzo funerario, profondo 5 metri, con un ulteriore sarcofago in pietra che si aggiunge alle decine trovate negli scorsi anni.

La massiccia bara antropoide in calcare bianco era collocata in una fossa scavata nel pavimento ed era circondata da numerosi ushabti in brillante faïence azzurra. Sul coperchio si trova una colonna di geroglifici inquadrata da 6 figure dipinte in verde che rappresentano i quattro Figli di Horus (Imseti, Hapi, Duamutef e Qebehsenuef, rispettivamente protettori di fegato, polmoni, stomaco e intestini) e, in basso, le dee tutelari Iside e Nefti.

Il testo presenta nome, titoli e identità dei genitori del defunto: il sacerdote di XXVI dinastia (672-525 a.C.) Djehuty-em-hotep, figlio di Harsiesi la cui tomba era stata già trovata nel 2018. Le foto non sono eccezionali, ma mi pare di leggere anche il nome della madre, Amenirdis.

Aggiornamento 12/10/2020

A distanza di tre settimane, Mostafa Waziry ha mostrato il contenuto del sarcofago ormai aperto: una mummia in cattivo stato di conservazione accompagnata da uno scarabeo del cuore e da altri sei amuleti funerari in faience che erano fissati direttamente sulle bende, cioè una testa di Hathor, uno scarabeo alato e i quattro figli di Horus.

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