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Condannato in primo grado Crippa (Lega) per il video fake contro il Museo Egizio di Torino sugli sconti agli arabofoni

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Source: museoegizio.it

 

 

Ricorderete la polemica partita all’inizio del 2018 da alcuni esponenti di Lega e Fratelli d’Italia che avevano attaccato l’iniziativa del Museo Egizio di Torino del 2×1 destinato agli arabofoni. In sostanza, per un periodo di tempo limitato, era stato garantito l’ingresso gratuito a chiunque accompagnasse una persona – questa volta pagante – di lingua araba (ne ho parlato ampliamente qui).

Oltre a speculazioni politiche, confusione – dovuta a ignoranza o tendenziosità – tra lingua, religione ed etnia e la figuraccia della Meloni ripresa in diretta, c’è stato un ulteriore accadimento.

La sezione civile del tribunale di Torino ha condannato in primo grado Andrea Crippa, oggi deputato e vice-segretario della Lega, al pagamento di un risarcimento di 15.000 euro al museo e alla rimozione dai social del video fake che aveva pubblicato nel gennaio del 2018. Quando infatti era capo del Movimento dei Giovani Padani e assistente di Salvini a Bruxelles, Crippa aveva finto di chiamare in vivavoce il centralino del museo chiedendo informazioni sull’iniziativa e dicendo di sentirsi discriminato “al contrario” in quanto italiano.

Il montaggio fittizio aveva raggiunto in poche ore milioni di visualizzazioni scatenando un’ondata di messaggi razzisti e offensivi sui canali social del Museo Egizio.

 
 
Aggiornamento (13/07/2021):
 
La Corte d’Appello di Torino, con sentenza n. 727/2021 del 22 giugno 2021, ha ribaltato la sentenza di primo grado, assolvendo Andrea Crippa per il video contro il Museo Egizio.

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ARCHEOLOGIA INVISIBILE: la nuova mostra del Museo Egizio di Torino racconta la “biografia degli oggetti” grazie alla scienza

Archeologia Invisibile, Museo Egizio di Torino

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Fotogrammetria, tomografia neutronica, indagine multispettrale, spettroscopia Raman, radiografia, TAC, modellazione 3D: astrusi tecnicismi rubati* agli scienziati, paroloni che, di tanto in tanto, leggete singolarmente sul mio blog ma che, tutti insieme, potrebbero spaventare i non addetti ai lavori. Non è questo il caso. Perché la nuova mostra temporanea del Museo Egizio di Torino, “ARCHEOLOGIA INVISIBILE” (13 marzo 2019 – 6 gennaio 2020), è tutto tranne che autoreferenziale, mirata ai soli esperti; al contrario, riesce nel difficile compito di spiegare al grande pubblico, in maniera semplice e pratica,  l’apporto della scienza al campo dell’archeologia. 

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La prima sala della mostra durante l’inaugurazione

Premetto che non è semplice descrivere ciò che ho visto ieri durante l’anteprima stampa dell’inaugurazione perché l’esposizione è realmente innovativa – soprattutto per l’Italia -, e non solo negli strumenti tecnologici adottati. L’attenzione è rivolta verso gli “oggetti”, volutamente pochi per valotizzarli con più spazio e per non caricare il visitatore di troppi dati che dimenticherà appena uscito dall’edificio. Prima dell’ingresso della mostra vera e propria, vengono addirittura fatti parlare in prima persona con discorsi diretti usciti dalla “bocca” di moderni pezzi di vita quotidiana che, in futuro, diventeranno a loro volta reperti archeologici. La ormai anacronistica funzione meramente espositiva dei musei è superata fornendo alle persone tutte quelle informazioni che l’Egizio ha acquisito negli ultimi anni grazie a progetti di studio dei reperti che hanno visto l’apporto di discipline scientifiche quali la fisica, la chimica e/o l’informatica. Informazioni non percepibili ad occhio nudo – ed ecco il significato del titolo – che spiegano la vera storia dei pezzi svelandone l’origine, la composizione, la funzione, gli eventuali rimaneggiamenti. Informazioni nate grazie alla collaborazione con università e istituti di ricerca di tutto il mondo (MIT di Boston, Università di Oxford, Centro Conservazione e Restauro della Venaria Reale, Musei Vaticani, CNR ecc.), già pubblicate sulle principali riviste scientifiche ma ora finalmente divulgate in modo intuitivo per tutti. Una tale collaborazione è esemplificata dalle parole del direttore Christian Greco: “Lo scienziato e l’umanista devono lavorare sempre di più assieme per cercare di dipanare la complessità del mondo contemporaneo”.

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Foto d’epoca della tomba di Nerfertari

Il coordinatore scientifico della mostra, Enrico Ferraris, durante la conferenza stampa si è definito un sarto per aver cucito insieme i contributi dei vari curatori che hanno portato le proprie esperienze e specializzazioni. Il percorso espositivo, infatti, si divide in tre macro-settori, ognuno dedicato alla vita archeologica di un reperto: scoperta, studio e conservazione. Si inizia quindi con la documentazione degli scavi che va dalle belle foto d’epoca – anche se qui proposte in 3D – della Missione Archeologica Italiana in Egitto (1903-1920) ai prodigi della fogrammetria – tecnica utilissima per rilevare velocemente i contesti archeologici e riportarli in modelli digitali – applicata agli scavi di Saqqara.

I sette contenitori di alabastro ancora sigillati dalla tomba di Kha e Merit

Poi si passa alle analisi diagnostiche effettuate, nell’ambito del “TT8 Project”, al corredo funerario della tomba di Kha e Merit, vero fiore all’occhiello del Museo Egizio. Ed ecco che, grazie a strumenti scientifici, si può guardare l’invisibile: XRF e ultravioletti permettono di studiare i pigmenti, le pennellate, le varie mani di pittura sovrapposte; la tomografia neutronica sbircia all’interno di vasi in alabastro sigillati da oltre 3400 anni (foto in alto); radiografie e TAC ‘sbendano’  mummie senza il pericolo di danneggiarle, scoprendo lo stato fisico dei defunti, le tecniche d’imbalsamazione e la presenza di amuleti.

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La radiografia alla mummia di Kha mette in evidenza la presenza di gioielli…

…gioielli poi riprodotti con la stampa 3D

Così, i corpi dell’architetto Kha e della moglie Merit sono affiancati da schermi che mostrano quest’autopsia virtuale che sfoglia, strato dopo strato, la copertura delle mummie. Grazie a questa tecnica è stato perfino possibile ricreare i gioielli dei coniugi, senza toccarli, grazie alla stampa 3D (foto a destra). Non siamo più di fronte alla caccia all’oggetto o agli “unwrapping party” vittoriani, ma a uno studio più etico e rispettoso dell’integrità del reperto. Stesso ragionamento si applica anche alle mummie animali che testimoniano pratiche religiose tipiche soprattutto del Periodo Tardo. Ma accanto a gatti, coccodrilli, ibis e babbuini, non è inusuale incontrare anche falsi, realizzati – come mi racconta Federica Facchetti, curatrice della sala dedicata all’argomento – sia nell’antico Egitto che, a scopo di truffa commerciale, in epoche più vicine a noi. Quella che, ad esempio, sembra una mummia di un feto si è invece rivelata essere il corpo di un rapace, evidentemente meno appetibile di un bambino nel mercato antiquario ottocentesco (foto in basso).

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La mummia di feto è in realtà un falso

Il terzo settore illustra il fondamentale ruolo dell’indagine archeometrica nello studio dei materiali e nella scelta delle tecniche da adottare per conservazione e restauro dei reperti più delicati, come le superfici parietali dipinte (esempio principale è la decorazione della tomba di Iti e Neferu da Gebelein), papiri (e l’unica pergamena conservata all’Egizio) e antichi tessuti che possono essere toccati con mano, ovviamente in riproduzioni moderne.

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L’istallazione finale del sarcofago di Butehamon

SPOILER ALERT: il percorso si conclude con una vera e propria sorpresa. Tutte le esperienze mostrate finora, infatti, vengono riassunte in un caso studio emblematico, quello del sarcofago di Butehamon, nella maniera più scenica e, aggiungerei, didattica possibile. La cassa antropoide dello scriba reale di III Periodo Intermedio (1070-712 a.C.) all’apparenza sembra un oggetto omogeneo, ma in realtà è il frutto dell’assemblamento di pezzi riciclati da almeno cinque sarcofagi più antichi e della sovrapposizione di diverse stesure di pittura ormai non più visibili. Ma tutti questi interventi, riscoperti grazie a indagini diagnostiche non invasive, tornano a palesarsi direttamente su una copia a grandezza naturale, sulla quale vengono proiettate immagini. Così, mentre i due schermi laterali spiegano tutte le fasi di realizzazione dell’oggetto, il sarcofago si trasforma e il nudo legno si ricopre gradualmente di geroglifici, scene, colori. Una scelta museale sicuramente innovativa, quasi spaziale… e non è un caso che la proiezione sia accompagnata dalla colonna sonora del film “Interstellar”.

 

*Cito la divertente provocazione di Andrea Augenti che scrive nel catalogo della mostra (da notare la geniale trovata della sopracopertina opaca che rende quasi invisibili le immagini della copertina): “gli archeologi rubano. […] Rubano agli altri mestieri gli attrezzi e il lessico; rubano persino le leggi che regolano il metodo del loro stesso lavoro!”

 

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Analisi su una mummia di Torino rivelano che l’imbalsamazione era praticata già 5600 anni fa

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Foto: torino.repubblica.it

Quando visitate il Museo Egizio di Torino, dopo esser saliti al secondo piano, la prima cosa che incontrate è la mummia ritratta in foto (non quella sulla sinistra che è il sottoscritto). Si tratta del corpo di un uomo, morto 5600 anni fa durante il periodo Naqada I, portato da Gebelein nella città sabauda da Schiaparelli nel 1901. In questo caso, così come per le altre mummie predinastiche (ad esempio “Ginger” del British Museum), di solito si parla di mummificazione naturale: il cadavere, infatti, si sarebbe mantenuto casualmente grazie al clima arido del deserto e all’effetto della sabbia a diretto contatto con i tessuti molli.

Questo almeno è ciò che si pensava finora perché recenti esami, effettuati proprio sul ‘paziente’ di Torino, confermerebbero il sospetto che processi intenzionali d’imbalsamazione fossero utilizzati in Egitto già 1000 anni prima della data tradizionalmente accettata (IV dinastia, 2600 a.C. circa). Ad effettuare lo studio sono stati Stephen Buckley, chimico della University of York, Jana Jones, egittologa della Macquarie University di Sidney, e altri esperti da Oxford, Warwick, Marsiglia, Tübingen, Trento, Pisa e Torino. Gli stessi ricercatori avevano avanzato un’ipotesi simile nel 2014, lavorando su campioni prelevati da resti umani del Bolton Museum provenienti da Mostagedda, ma questa volta hanno potuto effettuare il check-up completo di una mummia perfettamente conservata.

Il Carbonio-14 ha fornito una datazione collocabile tra il 3700 e il 3500 a.C., mentre l’osservazione al microscopio elettronico e diverse analisi chimico-fisiche hanno rilevato un composto speciale che impregnava il lino in cui era avvolto il corpo. In particolare, grazie alla gascromotografia-spettrometria di massa, è stato possibile risalire alla ricetta scelta per proteggere il morto dalla decomposizione:

  • olio vegetale, probabilmente di sesamo;
  • estratti di piante aromatiche (es. balsamo di radice di giunchi);
  • gomma naturale, forse dagli alberi di acacia;
  • resina di conifere.

La resina, forse di pino, oltre ad avere chiare proprietà antibatteriche, testimonia così antichissimi scambi commerciali con il Levante, l’area di approvvigionamento più vicina per quel materiale. Ovviamente siamo lontani dal processo completo d’imbalsamazione che prevedeva l’asportazione degli organi interni e l’essiccazione del corpo nel natron, ma gli ingredienti riscontrati e il loro dosaggio risultano molto simili a ciò che si vedrà solo 2500 anni dopo.

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Ringrazio molto Federica Ugliano, egittologa Post-Doc dell’Università di Pisa e tra gli autori della pubblicazione, per le informazioni fornite:

Jones J. et al., A prehistoric Egyptian mummy: evidence for an ‘embalming recipe’ and the evolution of early formative funerary treatments, in Journal of Archaeological Science 2018

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“Egitto Pompei”: il progetto espositivo che unisce l’Egizio di Torino, il MANN e Pompei

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Ieri, presso la sede del MiBACT a Roma, è stato presentato ufficialmente “Egitto Pompei”, ambizioso progetto espositivo che vede coinvolte tre grandi istituzioni culturali italiane: Soprintendenza Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) e Museo Egizio di Torino. Una mostra, articolata in tre sedi e quattro eventi, racconterà l’influenza della cultura egiziana sugli altri popoli del Mediterraneo e, in particolare, lo stretto rapporto intercorso tra la Valle del Nilo e Roma. Infatti, come spesso ho avuto modo di scrivere nel blog soprattutto riguardo alle piccole collezioni egizie presenti nel nostro Paese, non è così raro trovare reperti egizi in contesti locali grazie alla diffusione, già in età repubblicana, del culto di Iside e Serapide (ma anche di Arpocrate, Anubi, Bes, Osiride). Ma fu soprattutto dopo l’arrivo di Cleopatra VII nell’Urbe (46-44 a.C.) che scoppiò una vera e propria egittomania che ebbe ripercussioni sull’arte e la società dell’epoca.

La prima tappa del progetto consisterà nella mostra “Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano”, dal 5 marzo al 4 settembre presso il Museo Egizio di Torino (nel video, la preparazione dell’allestimento). Si tratta della prima esposizione temporanea organizzata dopo il rinnovamento del museo e, con l’occasione, verranno inaugurati i nuovi spazi di 600 m² al primo piano. Con circa 330 reperti, di cui 172 prestati da altri musei italiani ed esteri, s’illustreranno i tratti principali dell’Egitto tolemaico e i successivi contatti, commerciali, culturali, religiosi, con il mondo romano, privilegiando ovviamente i siti vesuviani. Proprio a Pompei, infatti, è attestata la più antica presenza del culto isiaco in Italia (II sec. a.C.). La mostra, divisa in nove sezioni, presenterà, tra gli altri, 40 oggetti del MANN, quasi tutti scoperti nel Tempio di Iside di Pompei, 10 dal Museo Iseo di Benevento e il bellissimo “Toro cozzante”, bronzetto ellenistico scoperto nel 2004 e oggi conservato nel Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide. Inoltre, saranno ricreati in 3D gli ambienti decorati a tema egittizzante delle domus del Bracciale d’Oro (a cui appartiene l’affresco sullo sfondo della foto in alto) e di Loreio Tiburtino (Pompei).

1456398002713_Egitto-Pompei-cartella_stampaIl 16 aprile, a Pompei arriveranno dall’Egizio 7 statue monumentali di Sekhmet (un esempio) e quella di Thutmosi I seduto in trono (Cat. 1374) che torneranno a “viaggiare” dopo quasi 200 anni dall’ultima volta. Le sculture saranno esposte nella Palestra Grande (invece, spero siano infondate alcune voci che vedrebbero il riciclo dell’orrenda “piramide” allestita nell’anfiteatro per i calchi in gesso). Sarà poi segnalato un percorso che unisce tutte le domus con motivi decorativi nilotici e il già citato tempio di Iside.

L’ultima fase della mostra itinerante riguarderà il Museo Archeologico Nazionale di Napoli che, in due date, finalmente si riaprirà all’Egitto. Il 28 giugno, verrà inaugurata la “Sala dei culti orientali”, nuovo percorso dedicato ai culti egiziani e asiatici in Campania e che includerà anche le meravigliose coppe alessandrine in ossidiana scoperte a Stabia. Infine, come anticipato, dall’8 ottobre saranno di nuovo fruibili dal pubblico le cinque sale della collezione egizia del MANN: Uomini e Faraoni, La Tomba e il Corredo Funerario, La Mummificazione, Il Mondo magico e religioso, La Scrittura, i Mestieri e l’Egitto in Campania.

http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/documents/1456396987283_Egitto-Pompei-cartella_stampa.pdf

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Il “nuovo” Museo Egizio di Torino: la visita in anteprima del 31 marzo

11111883_830508483663341_7843973572499064817_nIl 31 marzo, quando la sabbia della clessidra di Piazza San Carlo non era ancora completamente scesa, ho avuto l’onore di visitare in anteprima il “nuovo” Museo Egizio di Torino, un giorno prima dell’inaugurazione ufficiale. Grazie all’invito per la preview stampa (eh sì, ormai sono considerato un “giornalista”), ho trovato qualcosa d’inaspettato, un museo completamente diverso da quello che avevo visto in precedenza.

Da mesi, Torino è disseminata di tracce dell’evento. Me ne sono accorto subito, quando, uscito dalla stazione di Porta Susa, a darmi il benvenuto c’era una grande statua di Sekhmet. Tutta la città era proiettata verso il 1 aprile 2015, una data da sottolineare perché, almeno per una volta, si è assistito al rispetto di una scadenza. In poco meno di 4 anni e mezzo, si è riusciti a completare un progetto più che ambizioso che ha portato a un completo restyling degli interni del seicentesco Palazzo dell’Accademia delle Scienze e al raddoppiamento degli spazi espositivi, passati da 6.400 a 10.000 m² grazie all’inglobamento della Galleria Sabauda e alla realizzazione di una nuova sala ipogea sotto la corte centrale. Nonostante la facciata principale sia coperta da impalcature e l’ultimo piano ancora chiuso, i lavori sono terminati nelle tempistiche stabilite, esattamente un mese prima dell’apertura dell’EXPO (e qualcuno, lì a Milano, dovrebbe prendere appunti), per di più, senza chiudere il Museo al pubblico neanche un giorno!

Un successo che si spiega con la natura stessa dell’Egizio. La Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino è il primo esperimento di gestione di un museo italiano con partecipazione di privati; infatti, tra i soci fondatori, oltre a MiBACT, Comune e Provincia di Torino e Regione Piemonte, compaiono anche la Fondazione CRT e la Compagnia di San Paolo che ha fornito la metà dei 50 milioni di euro spesi nel progetto (la stessa somma con cui Della Valle ha finanziato il restauro del Colosseo). E’ triste ammetterlo, ma ormai lo Stato da solo non ha più la capacità (o la voglia?) di badare al nostro patrimonio culturale, cosa rimarcata dal ministro Franceschini presente alla conferenza stampa di fine mattinata.

Sarebbe riduttivo, però, limitare il cambiamento del Museo all’aspetto “formale” della struttura, ora comprendente 15 sale disposte su quattro piani. La vera rivoluzione consiste nel progetto scientifico che, in soli 10 mesi, il nuovo direttore è riuscito a far decollare. Citando proprio le parole del Dott. Christian Greco: “L’Egizio è la seconda collezione al mondo dopo quella del Cairo ma non il secondo museo” perché “un museo archeologico deve fare ricerca”. Il Museo, infatti, tornerà ad avere una missione archeologica in Egitto, proprio come quando, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, l’allora direttore Ernesto Schiaparelli scopriva la tomba di Nefertari e quella ancora intatta di Kha e Merit. Non solo; c’è stato e ci sarà un lavoro di ricerca anche tra le “mura domestiche”. I 6500 reperti esposti sono stati studiati a fondo da Greco e dagli otto curatori egittologi per ricostruire la loro storia, il contesto di ritrovamento e il collegamento con fonti e documenti originali di scavo. Non a caso, ho notato nelle didascalie alcuni cambiamenti nelle attribuzioni dei pezzi.

Grande attenzione è stata riservata anche al rapporto con il pubblico. Come già scritto, ho trovato qualcosa di completamente nuovo, molto simile ai musei anglosassoni; a partire dal logo, moderno e accattivante, che vede le lettere M ed E scritte con l’elaborazione del segno geroglifico “n” (N35 nella lista di Gardiner): il simbolo dell’acqua che mette in relazione i fiumi Po e Nilo. Il sito internet, finalmente rinnovato (anche se ancora in allestimento), ha una bella grafica ed è più chiaro e intuitivo di prima. Per quanto riguarda la visita vera e propria, invece, le audioguide comprendono sei lingue e presto se ne aggiungeranno altre; al tempo stesso, sono disponibili guide per i non udenti tramite applicazioni di Google Glass. La svolta tecnologica continua anche grazie ai tablet con i quali sarà possibile tradurre in tempo reale i testi geroglifici presenti sugli oggetti. Inoltre, per la prima volta in Europa, sono presenti didascalie in arabo nei testi di sala. Un’altra novità consiste nel laboratorio visibile dal pubblico, dove lavorano gli esperti del Centro di Conservazione e Restauro della Venaria Reale. Infine, in collaborazione con l’Istituto IBAM del CNR, sono stati creati spettacolari filmati in 3D che fanno rivivere i momenti delle grandi scoperte di Schiaparelli a partire dalle foto d’epoca.

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Conferenza stampa nella Galleria dei Re

Date tutte queste premesse, non potevo che essere curioso di constatare di persona ogni novità. Così, dopo aver aspettato l’accredito, sono entrato da un ingresso laterale e ho cominciato la visita in anteprima. Il percorso inizia dal piano ipogeo, continua salendo al secondo piano e si conclude scendendo fino al piano terra con lo Statuario “Riflessi di Pietra” dello scenografo premio Oscar Dante Ferretti. Per l’occasione, quest’ultima sala è stata adibita a sede della conferenza stampa in cui erano presenti i rappresentanti dei soci fondatori della Fondazione Museo: la presidentessa Evelina Christellin, il Dir. Greco, il ministro del MiBACT Dario Franceschini, il sindaco Piero Fassino, il governatore della Regione Sergio Chiamparino, Luca Remmert (Pres. CSP) e Massimo Lapucci (Segr. Gen. Fondazione CRT). Vi risparmio i discorsi di rito delle autorità (anche troppo retorici in alcuni casi) e vado subito “sotto terra”, nello spazio ricavato nella corte centrale, dove, dopo il nuovo bookshop, si trova la Sala 1 dedicata alla storia del museo. Questa prima parte molto interessante racconta la formazione della collezione attraverso le storie dei protagonisti: Vitaliano Donati, Bernardino Drovetti, Ernesto Schiaparelli, Luigi Vassalli, Francesco  Ballerini, Virginio Rosa e tanti altri. Qui è possibile ammirare la celebre Mensa Isiaca, primo pezzo del museo (anche se non è un originale egiziano, bensì realizzato a Roma nel I sec. d.C.) ad arrivare a Torino, l’Iside di Coptos e il lunghissimo Papiro di Iuefankh, 18,45 metri di Libro dei Morti, finalmente messo ad altezza d’uomo. Si sale poi con scale mobili verso il II Piano e l’ascesa è allietata dalla vista del “Percorso Nilotico”, altra installazione artistica di Dante Ferretti.

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Sala 1: la storia del Museo

Da qui inizia il classico percorso cronologico, dal Predinastico (4000 a.C.) fino all’Epoca Tardoantica (700 d.C.). Il II piano è diviso in quattro aree (più soppalchi che, per il momento, sono destinati all’esposizione di foto): Sala 2 (Predinastico/Antico Regno), Sala 3 (Tomba degli Ignoti/Tomba di Iti e Neferu), Sala 4 (Medio Regno), Sala 5 (Medio Regno/Nuovo Regno). Personalmente, ho apprezzato molto l’allestimento della Tomba di Iti e Neferu (Gebelein), un grande sepolcro di I Periodo Intermedio composto da 11 stanze affiancate e un porticato che si apriva sulla Valle del Nilo. Nell’attuale ricostruzione, infatti, le splendide pitture sono collocate su pilastri intervallati da una vista del fiume, cosa che dà la sensazione di trovarsi proprio nella tomba.

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Tomba di Iti e Neferu

Scendendo, questa volta attraverso la scalinata originale, si arriva al I Piano, dove sono custoditi i “gioielli” del Museo. Si continua il percorso cronologico con Epoca Tarda (Sala 11), Tolemaica (Sala 12), Romana e Tardoantica (Sala 13), ma incontriamo anche gruppi tipologici: i reperti scoperti a Deir el-Medina (Sala 6 con il meraviglioso Ostrakon della Danzatrice e la Cappella di Maya) e nella Valle delle Regine (Sala 10), la  Tomba di Kha (Sala 7), la Galleria dei Sarcofagi (Sala 8) e la Papiroteca (Sala 9; basta citare il Canone Regio e il Papiro Erotico). In modo particolare, le centinaia di oggetti scoperte da Schiaparelli nella tomba intatta dell’architetto Kha e di sua moglie Merit trovano finalmente uno spazio adeguato che permette al visitatore di apprezzarne ogni particolare (anche se la vecchia disposizione  ricordava di più ciò che gli archeologi italiani videro dopo l’accesso alla camera funeraria).

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Sala 4: Medio Regno

La visita termina tornando al Piano Terra, forse quello più spettacolare nel vero senso della parola. La Galleria dei Re (Sale 14a/b) è ormai una tra le “attrazioni” del museo che affascina maggiormente il grande pubblico grazie all’ambiente buio, agli specchi e ai giochi di luce che evidenziano solo alcuni punti delle statue (per questo non apprezzo molto lo Statuario di Ferretti). Perfino Champollion ne rimase colpito definendo questa raccolta di sculture come “una meravigliosa assemblea di re e divinità”. Infine, prima di uscire, colpisce la presenza di un intero santuario rupestre, il Tempio di Ellesija (Thutmosi III) nella Sala Nubiana (15), donato nel 1966 dall’Egitto per ringraziare l’Italia del fondamentale apporto nel salvataggio dei monumenti minacciati dalle acque del Lago Nasser.

Non posso fare un’analisi più accurata perché il tempo a disposizione è stato esiguo, poco più di un’ora che sarebbe bastata a mala pena per un piano. Inoltre, bisognava fare lo slalom tra fotografi e giornalisti e le vetrine erano costantemente illuminate dai faretti di qualche cameraman. Quindi, non vedo l’ora di tornare a Torino per godermi a pieno un vanto per il patrimonio culturale italiano e, per i tempi che corrono, un vero e proprio miracolo.

Per altre foto della preview: Djed Medu – Blog di Egittologia (pagina Facebook)

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