Articoli con tag: Tutankhamon

Terminati i restauri nella Tomba di Tutankhamon

ph. J. Paul Getty Trust

Ci sono voluti quasi 10 anni, ma ora la Tomba di Tutankhamon è finalmente tornata “come nuova”. Si è infatti concluso il progetto di studio, restauro e, soprattutto, consolidamento della pitture della KV62 iniziato nel 2009 grazie agli esperti del Getty Conservation Institute di Los Angeles.

All’epoca, la situazione delle decorazioni parietali della tomba più famosa del mondo era decisamente preoccupante a causa del continuo afflusso di turisti e il Supremo Consiglio delle Antichità si era rivolto a un istituto di comprovate esperienza e professionalità, come aveva dimostrato con l’intervento nella Tomba di Nefertari (1986-1992). Poi, la complessità delle operazioni e gli strascici della rivoluzione del 2011 hanno fatto sì che i lavori si siano conclusi solo lo scorso autunno. I risultati finali, invece, sono stati presentati durante un convegno che si è tenuto in questa settimana a Luxor durante il quale Neville Agnew, direttore del progetto, e i suoi colleghi hanno parlato delle problematiche risolte in questi anni ma anche delle preoccupazioni che si prospettano per il futuro.

Durante una lunga fase di analisi delle pitture, è emerso che le caratteristiche macchioline marroni che coprono tutte le pareti fossero di origine microbica; tuttavia, se in passato queste erano sempre state sempre trattate con biocidi, questa volta si è deciso di lasciarle in quanto infiltratesi in profondità negli intonaci, non più pericolose perché ormai i microrganismi che le hanno prodotte sono morti da secoli e, aspetto da non sottovalutare, parte integrante della storia della tomba. Infatti, già nelle foto di Harry Burton all’apertura della camera funeraria nel 1923, sono ben visibili e con la stessa diffusione di oggi.

Un altro serio problema riscontrato è stato quello della fine polvere del deserto che s’insinua dappertutto e rimane incollata alle fragili pitture quando s’inumidisce con il respiro dei visitatori. Per questo, dopo averla rimossa, è stato istallato un nuovo sistema di ventilazione e filtraggio dell’aria che permetterà anche di mantenere più costanti la temperatura e il livello di umidità. Inoltre, la tomba è stata dotata di nuove luci, passerella di legno e piattaforma di osservazione (curiosità: nello smontare la vecchia copertura del pavimento, sono stati trovati diversi bigliettini in cui si chiedeva a Tutankhamon protezione o di maledire persone evidentemente poco gradite).

Resta comunque la minaccia più pressante: il turismo di massa. Come detto, le persone introducono nella piccola struttura umidità e anidrite carbonica che può interagire chimicamente con i minerali dei pigmenti. In passato, come anche auspicato dal Getty, si era anche pensato di chiudere al pubblico o comunque di ridurre drasticamente gli ingressi per proteggere le pitture e per questo era stata fatta realizzare una copia perfetta dalla Factum Arte, oggi posizionata all’imbocco della Valle dei Re nei pressi della Casa di Howard Carter. Ma poi, per risollevare un turismo in netta crisi, è stato deciso di lasciare la KV62 ai circa 1000 visitatori al giorno così come, seppur a prezzi molto alti (rispettivamente 60 e 50 euro), sono state riaperte le tombe di Nefertari e Seti I.

http://www.getty.edu/conservation/our_projects/field_projects/tut/Getty-Magazine-Tutankhamen-2019.pdf

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La scoperta della tomba di Tutankhamon e l’affermazione dell’identità nazionale egiziana

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Più di una volta è capitato che un mio articolo sia stato usato come riferimento per blog post, pezzi di giornali o riviste, addirittura voci di Wikipedia. Ma questa volta sono particolarmente orgoglioso di essere finito nella bibliografia di una tesi. Diversamente da quello che si potrebbe credere, però, il lavoro in questione non riguarda l’egittologia né  l’archeologia in senso stretto, ma si tratta di una tesi triennale in Storia contemporanea. Sì, perché nessun’altra scoperta archeologica come quella della tomba di Tutankhamon ha avuto un’influenza sulla società che l’ha vissuta e sulle vicende politiche del paese in cui è stata effettuata. Lascio così con piacere la ‘tastiera’ a Rebecca Stagno, studentessa presso la Sapienza di Roma, che ci parlerà di come sia stato importante quest’evento per l’affermazione dell’identità nazionale di un Egitto che si era appena liberato dall’occupazione britannica.

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Sebbene l’Egitto fosse diventato indipendente dalla Gran Bretagna nel gennaio del 1922, i sentimenti antibritannici dei nazionalisti egiziani erano tutt’altro che sopiti. Si trattava, infatti, di un’indipendenza puramente formale, in cui l’ingerenza straniera possedeva ancora una forte presa sui gangli principali del Paese.

È in questo contesto politico-sociale che si situa la scoperta della tomba di Tutankhamon, un evento destinato ad influenzare non soltanto la politica nazionalista, ma l’intera storia dell’Egitto contemporaneo. Nelle forze in gioco dell’inizio del XX secolo, infatti, Howard Carter rappresentava la Gran Bretagna, la tomba di Tutankhamon l’Egitto. Ma fino a che punto la figura di Howard Carter è stata elevata a simbolo dell’ingerenza britannica sul Paese?

Andiamo con ordine.

Howard Carter_Wikipedia

Howard Carter (wikipedia)

In seguito alla scoperta della KV62 (avvenuta nel novembre del 1922), lord Carnarvon, finanziatore della lunga campagna di scavi, prese una decisione che si rivelò fatale: firmò un contratto con il Times che diventava così il veicolo informativo ufficiale. Il quotidiano britannico, in pratica, aveva diritto a notizie e materiale relativi alla tomba (fotografie o disegni) in esclusiva. Il resto della stampa, compresa quella egiziana, avrebbe dovuto rifarsi al Times e pubblicare informazioni di seconda mano. Un tale stato di cose non fece che inasprire ulteriormente i rapporti tra i nazionalisti e il Regno Unito. Era assurdo per un egiziano, infatti, rifarsi a un quotidiano inglese per poter ricevere notizie su una tomba appartenente all’antica storia del suo Paese. Per questo, non appena si diffuse l’annuncio del contratto in esclusiva, Carter e Carnarvon vennero investiti da una valanga di accuse e proteste. Vennero accusati, ad esempio, di prostituire la scienza in cambio di denaro e di trattare un bene pubblico come una proprietà privata [1].  La risonanza politica fu immediata.

I rappresentanti della stampa egiziana si precipitarono nello studio di Pierre Lacau, allora direttore generale del Servizio delle Antichità, per protestare e rivendicare i propri diritti, mentre numerosi esponenti del Partito Nazionalista aprirono un’indagine per assicurarsi che nessuno dei reperti avesse lasciato l’Egitto. Ormai era chiaro che, indipendentemente dall’esistenza di una legge che regolava la spartizione dei reperti tra Egitto e ricercatori stranieri, i tesori di Tutankhamon sarebbero dovuti restare all’interno del Paese. Improvvisamente, Carter si era trasformato nello spettro dell’ingerenza britannica e la porta d’acciaio che aveva montato a difesa della tomba non poteva che essere la testimonianza di un male non ancora estirpato.

Lacau, pressato dalla stampa locale, chiese più volte all’archeologo londinese di riservare ad essa una giornata di visita alla tomba, ma l’archeologo rifiutò per non compromettere il buon andamento dei lavori. Carter era tra i migliori nel suo campo, ma di certo non era un diplomatico. Mentre i reperti più fragili venivano estratti indenni dal sepolcro, grazie alla meticolosità che mostrava nel lavoro, i suoi rapporti sociali si incrinavano inesorabilmente.

Le conseguenze a cui la sua testardaggine rischiava di condurlo erano ormai note a tutti, tranne che a lui. Un giorno, gli giunse persino un’accorata lettera dall’uomo più impensabile, un suo ex collega di nome Arthur Weigall che a quel tempo godeva di una pessima reputazione poiché sembrava che fosse coinvolto nel commercio di opere d’arte. Tuttavia, in quel momento, la sua fu la voce della ragione. Nella lettera, questi esortava i due soci a considerare il contesto politico in cui versava allora l’Egitto e ricordava loro, non senza utilizzare un chiaro tono di rimprovero, che non potevano pretendere di trattare una tomba egizia come una proprietà privata [2] (piccola precisazione: Weigall non era del tutto disinteressato poiché seguiva lo scavo per conto del Daily Mail e alcune sue fake news contribuirono alla nascita della leggenda sulla maledizione; Mattia Mancini).

Inutile dire che Carter, invece che prestare orecchio al consiglio di Weigall, montò su tutte le furie. Lord Carnarvon, invece, acconsentì a stabilire per il 26 gennaio una giornata di visita per la stampa locale. Eppure, era ormai chiaro che si era andati troppo oltre. La miccia era stata accesa e gettarle sopra un po’ d’acqua non avrebbe fermato l’esplosione che, da lì a breve, sarebbe stata devastante.

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New York Times, 17 febbraio 1923 (Source: rarenewspapers.com)

Il 5 aprile 1923, lord Carnarvon passò a miglior vita. Subito, i giornali di tutto il mondo attribuirono la causa della morte alla maledizione di Tutankhamon, anche questa conseguenza dell’accordo in esclusiva stipulato con il Times. Si diceva che, nell’istante esatto in cui il conte era morto, la città del Cairo fosse piombata nel buio. Nello stesso momento, nella sua residenza di Highclere Castle, il figlio avrebbe visto il cane preferito di suo padre spirare all’improvviso con un agghiacciante ululato. La superstizione che si era sparsa in ogni angolo del mondo si tramutò presto in isteria, tanto che venne persino interrogato il celebre scrittore Conan Doyle, creatore del personaggio di Sherlock Holmes e appassionato di occultismo. Egli avvertì il mondo intero che, sulla porta del secondo sacrario, esisteva una terribile profezia vergata in geroglifici che annunciava morte immediata per chiunque fosse entrato nel sepolcro [3]. Nessuna scritta del genere era stata trovata all’interno della tomba, ma ormai il morbo si era diffuso. È significativo, d’altronde, che ancora oggi molti si riferiscano alla maledizione di Tutankhamon con un certo timore referenziale (per approfondire la storia della maledizione: bufale eGGizie).

lord Carnarvon_Wikipedia

Lord Carnarvon (wikipedia)

Per Carter, rimasto solo, la situazione che si era venuta a creare aveva uno spirito tutt’altro che mistico. Non si trattava di fantasmi, ma di politica.

Tornato a Londra in seguito alla morte del suo finanziatore, Carter trascorse l’estate ad Highclere Castle in compagnia di John Maxwell, consigliere di Carnarvon, e la vedova lady Almina, alla quale era stato chiesto di mantenere la concessione succedendo al marito.

Nel frattempo, l’astio della stampa non si era placato e ci si interrogava costantemente sulla maledizione o sulla sua decisione riguardo alla mummia del faraone. Su quest’ultimo punto, Carter fu irremovibile: la mummia, qualora fosse stata trovata, sarebbe rimasta all’interno del suo sarcofago e della sua tomba.

L’8 ottobre, l’archeologo tornò in Egitto per dare inizio alla seconda stagione di lavoro. Tre giorni dopo, si incontrò con James Quibell, che faceva le veci di Pierre Lacau, per rinnovare la concessione. Durante la riunione, Carter informò Quibell che aveva assunto Arthur Merton, corrispondente del Times, come membro ufficiale dello staff così da farlo entrare nella KV62 senza suscitare critiche o rancori tra i corrispondenti degli altri giornali. Inoltre, Carter si impegnò a inoltrare gratuitamente informazioni quotidiane sull’andamento dei lavori alla stampa egiziana. Infine, per quanto concerneva il problema dei turisti che chiedevano di visitare il sepolcro, ne fu garantita l’apertura al pubblico quando si fossero smantellati i sacrari e giunti al sarcofago. Quibell si mostrò perplesso circa quest’ultimo punto spiegando infatti che molte delle richieste di visita alla tomba venivano dagli egiziani, i quali non avrebbero accettato di essere esclusi dalla storia della loro terra per volere di un inglese. Carter, come sempre, fu irremovibile, ma, quando il giorno dopo si recò ad Alessandria per firmare i documenti ufficiali dell’accordo preso, gli venne detto che c’erano state delle obiezioni e che, per accondiscendere alla necessità di entrambe le parti, il Servizio delle Antichità avrebbe avuto bisogno di più tempo; tuttavia, certi che nessun altro, se non Carter, avrebbe potuto svolgere un adeguato lavoro alla tomba e per evitare le ire del Times, alla fine si forzò la decisione dei membri in suo favore. Non venne detto all’archeologo che le obiezioni erano tante e che non riguardavano soltanto la questione delle visite, ma anche la presenza di Merton come membro ufficiale dello staff.

L’accordo mostrò tutta la sua precarierà nell’arco di pochi giorni. Non solo Carter fu informato che qualcuno del Servizio sarebbe giunto ogni mattina nei pressi del sepolcro per vigilare discretamente sul suo lavoro, ma gli fu anche proposta la pubblicazione di un bollettino serale con il resoconto giornaliero del lavoro. In questo modo, pubblicando le notizie alle nove di sera, nessun giornale europeo o inglese avrebbe potuto gareggiare con il Times che, a quell’ora, avrebbe già redatto la sua esclusiva.  Ma nonostante le proteste, si decise anche di togliere il nome di Merton dalla lista dei collaboratori.

La situazione si inasprì ulteriormente quando il potere venne assunto dal governo nazionalista di Sa‘d Zaghul, deciso a mantenere i reperti della tomba in Egitto. Il ruolo di ministro dei Lavori Pubblici, dal quale dipendeva l’intero dipartimento di Lacau, fu quindi ricoperto da un nazionalista, un copto di nome Morcos Bey Hanna.

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Sa’d Zaghlul Pascià  (Wikipedia)

Il 12 febbraio, Carter si apprestò a sollevare il coperchio del sarcofago rinvenuto all’interno della camera sepolcrale, formato da due grossi pezzi di granito. Con l’aiuto di alcune corde strette intorno ai due blocchi, essi vennero sollevati sopra la bara così da poter consentire a Carter di esplorarne l’interno. Coperta da veli di lino, c’era la bellissima immagine del faraone con le braccia incrociate forgiata sul primo di una serie di tre sarcofaghi.

Entusiasta per quell’incredibile scoperta, Carter organizzò una conferenza stampa per il giorno seguente e chiese al sottosegretario di Stato al Ministero dei Lavori Pubblici il permesso di visita al sepolcro per le mogli dei ricercatori prima della conferenza. Il sottosegretario gli rispose che avrebbe telefonato al ministro e che gli avrebbe fatto sapere, ma il giorno successivo arrivò una lettera in cui il permesso veniva negato. Per concretizzare l’ordine, erano stati inviati tre ufficiali affinché, cortesemente, impedissero alle donne di entrare nella tomba. L’archeologo, per protesta, non solo chiuse il sepolcro, ma portò con sé le uniche chiavi esistenti. Si rivelò un errore fatale. Da una parte, infatti, la stampa egiziana lo accusò che, scioperando, avrebbe potuto mettere in pericolo i tesori custoditi nella tomba, dall’altra, il fatto che avesse portato con sé il solo mazzo disponibile sembrò testimoniare il suo egoismo piuttosto che la sua reale preoccupazione per la sicurezza del sepolcro. Inoltre, Morcos Bey Hanna affermò che la sua richiesta riguardo al permesso di visita per le mogli dei suoi collaboratori risultava “discriminatoria”[4] nei confronti degli egiziani. Sottolineò poi che il governo aveva un reale interesse per la salvaguardia della tomba e che, al contrario degli archeologi britannici, si riferiva ad essa considerandola un patrimonio pubblico e non privato.

Carter tentò di correre ai ripari ricorrendo alle vie legali e affermando che l’unico vero rischio per la tomba era causato dal governo egiziano. Nel frattempo, poiché risultava che, con il suo sciopero, era venuto meno ai termini di concessione, il primo ministro Zaghul prese la situazione nelle proprie mani e decise di aprire la tomba alla popolazione egiziana.

In quel marasma di liti e accuse reciproche, la KV62 stava davvero correndo un enorme rischio: le funi che tenevano sollevato il coperchio del sarcofago sopra la bara rischiavano di spezzarsi da un momento all’altro. Una settimana più tardi, giusto in tempo per scongiurare un danno di enorme gravità, Lacau e le forze governative forzarono i lucchetti, entrarono nella tomba e riabbassarono il coperchio sopra il sarcofago.

Per confermare la piena vittoria del popolo egiziano, il 6 marzo venne organizzata una cerimonia di riapertura della tomba che assunse i toni di una manifestazione politica [5].

Carter, a questo punto, deciso a riprendere la conduzione degli scavi e a ottenere la metà dei tesori ritrovati (o il loro equivalente in denaro), si rivolse a un avvocato inglese di nome F.M. Maxwell che esercitava al Cairo ed era rinomato per la sua conoscenza delle leggi egiziane.

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Lady Almina Carnarvon (Wikipedia)

Nel corso di una lunga disputa legale, che sembrava, per il momento, favorire Carter, Maxwell commise un grave errore: accusò gli egiziani di essersi comportati da “banditi” nel costringere l’archeologo ad abbondare la tomba. L’accusa di brigantaggio fu così grave da provocare una violenta rivolta nella capitale durante la quale si registrarono parecchi feriti e si rischiò persino l’intervento dell’esercito.

Tuttavia, nonostante l’ostilità che il popolo nutriva nei confronti di Carter, ben presto la stampa locale perse fiducia nei confronti di Morcos Bey Hanna e sottolineò che questi non era in grado di gestire autonomamente gli scavi. Era palese che, nonostante tutto, Carter fosse l’unico a poter portare a termine i lavori nella tomba e, di fronte alla pressione della stampa, Morcos Bey Hanna assicurò che, se lui e il suo avvocato avessero presentato al governo delle scuse ufficiali, gli avrebbe accordato una nuova concessione.

Nel frattempo, temendo che Carter, provato dalla situazione e non più in grado di ragionare lucidamente, potesse agire di impulso, i suoi collaboratori gli consigliarono di lasciare l’Egitto. Così, mentre in Egitto il suo team si dava da fare per risolvere la delicata questione legale, l’egittologo partì per una serie di conferenze in America dove fu accolto con tanti onori e gli fu addirittura conferito il titolo di membro onorario del Metropolitan Museum of Art di New York e una laurea ad honorem all’Università di Yale. Eppure, nonostante la fama e il successo, Carter desiderava tornare ai suoi scavi e, durante il suo viaggio di ritorno verso l’Inghilterra a bordo del Mauretania, firmò la sua resa garantendo la rinuncia ad ogni azione legale e pretesa sul tesoro [6].

Ovviamente, anche lady Almina Carnarvon rinunciò alla sua parte e alla causa di risarcimento, ma suggerì di tornare sull’argomento della spartizione quando i lavori alla tomba fossero finiti. Il governo, in risposta, le assicurò che poi avrebbe potuto scegliere tra i doppioni dei reperti in modo che il complesso degli oggetti destinati al Museo Egizio del Cairo sarebbe rimasto completo.

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Ahmad Ziwar Pascià (Wikipedia)

Proprio quando si era finalmente aggiunti ad un accordo pacifico, Morcos Bey Hanna perse il suo incarico a causa dell’attentato del 19 novembre 1924 a Lee Stack, governatore generale del Sudan. Mentre questi passava con la sua auto per le vie del Cairo, un gruppo di nazionalisti gli sparò e lo uccise a causa della questione del possesso del Sudan, nodo cruciale delle tensioni tra Egitto e Gran Bretagna [7]. Di fronte ad un evento tanto grave, cinque giorni più tardi Zaghul fu costretto a dare le sue dimissioni e il suo incarico venne quindi ricoperto da Ahmad Pascià Ziwar.

Nel giro di breve tempo, Carter venne informato che la nuova amministrazione desiderava riaprire la tomba per risollevare la reputazione politica della Gran Bretagna agli occhi degli egiziani. Tuttavia, per fare questo, era necessario che Carter e lady Almina rinunciassero anche ai doppioni, permettendo all’Egitto di godere in toto dei propri tesori. Naturalmente, precisò Ziwar, in futuro la questione sarebbe stata discussa nuovamente e il governo avrebbe potuto dimostrare a lady Almina tutta la propria riconoscenza concedendole i famosi doppioni. Così, il 13 gennaio, a Carter fu rilasciata una nuova autorizzazione della durata di un anno.

Come è noto, oggi i tesori di Tutankhamon si trovano nella loro completezza nelle teche del Museo Egizio del Cairo perché,  proprio durante gli ultimi lavori alla tomba nel 1930, tornarono al potere i Nazionalisti e, come primo atto legale, promulgarono una legge che vietava di portare fuori dall’Egitto qualsiasi oggetto del corredo, compresi i doppioni. Alla vedova Carnarvon, quindi, vennero inviate 36.000 sterline in sostituzione dei tesori che le erano stati promessi.

Quegli stessi tesori, e in particolare la maschera d’oro del faraone, sono oggi il simbolo di un’identità nazionale.

Rebecca Stagno

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Breve bibliografia


Campanini M., Storia del Medio Oriente contemporaneo, Bologna 2014;

Campanini M., Storia dell’Egitto dalla conquista araba ad oggi, Bologna 2017;

Carter H., Tutankhamen, Milano 1991;

Gelvin J. L., Storia del Medio Oriente moderno, Torino 2009;

Hourani A., Storia dei popoli arabi. Da Maometto ai nostri giorni, Milano 1998;

Hoving T., Tutankhamon. Una storia sconosciuta, Milano 1995;

Pizzo P., L’Egitto agli egiziani! Cristiani, musulmani e idea nazionale (1882-1936), Bologna 2017;

Rogan E., Gli arabi, Milano 2012;

Schulze R., Il mondo islamico nel XX secolo. Politica e società civile, Milano 2004;

Vandenberg P., Tutankhamen. Il faraone dimenticato, Varese 1992;

Winstone H.V.F., Alla scoperta della tomba di Tutankhamon, Roma 1994;


[1] Cf. le parole del Daily Express in T. Hoving, Tutankhamon, pag. 150.

[2] La lettera integrale può essere visionata in T. Hoving, Tutankhamon, pp. 157 – 159.

[3] Cf. T. Hoving, Tutankhamon, pag. 217.

[4] Citato in T. Hoving, Tutankhamon, pag. 280.

[5] T. Hoving, Tutankhamon, pp. 284 -285.

[6] Cf. T. Hoving, Tutankhamon, pag. 323.

[7] Cf. E. Rogan, Gli arabi, pag. 268.

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Per il 116° anniversario del Museo Egizio del Cairo un nuovo allestimento del corredo di Yuya e Tuia

HassanMohydin

ph. @HassanMohydin

Da quando è iniziato il trasferimento dei reperti dal Museo Egizio del Cairo (e non solo) al Grand Egyptian Museum molti di voi mi chiedono: “Ma il vecchio museo che fine farà?”.

La stessa domanda se la pongono in Egitto dove il ministro delle Antichità Khaled el-Enany ha rassicurato l’opinione pubblica dicendo che la collezione di Piazza Tahrir non morirà, anzi continuerà a crescere. Questa dichiarazione è arrivata ieri durante le celebrazioni del 116° anniversario del Museo Egizio, inaugurato nel 1902. La prima vera raccolta di antichità egizie al Cairo fu quella di Bulaq del 1858, diretta da Auguste Mariette,  ma dopo un paio di spostamenti si decise di realizzare l’attuale sede in stile neoclassico costruita dall’impresa degli italiani Giuseppe Garozzo e Francesco Zaffrani secondo il progetto dell’architetto francese Marcel Dourgnon.

Data quindi anche l’importanza storica dell’edificio, sarebbe stato inconcepibile il suo abbandono o un convertimento dell’utilizzo. Secondo el-Enany, negli ultimi anni il museo ha avuto diverse migliorie negli impianti d’illuminazione e areazione, sono stati sostituiti i vecchi vetri del soffitto con pannelli anti-UV, sono stati recuperati i pavimenti originali coperti per decenni da linoleum ed è stato riaperto il bookshop (piuttosto avvilente, in realtà).

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Source: MoA

Il ministro ha aggiunto che i pezzi trasferiti al GEM, tra cui spiccano quelli del corredo di Tutankhamon e le mummie reali, saranno sostituiti da reperti provenienti da futuri scavi e dai depositi. A tal proposito, proprio ieri è stato inaugurato il nuovo allestimento delle ex-gallerie di Tutankhamon che, ormai svuotate, sono diventate la nuova casa di Yuya e Tuia. Alto funzionario sotto i regni Thutmosi IV e Amenofi III lui, nobile dal lignaggio reale lei, furono una delle coppie più influenti dell’intera XVIII dinastia. Non a caso, loro figlia Tiye divenne Grande Sposa Reale unendosi ad Amenofi III. Quest’importanza si riflette nella loro sepoltura nella Valle dei Re (KV46), tomba scoperta nel 1905 da James Quibell.

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Source: MoA

Curiosamente, il corredo di Yuya a Tuia va a sostituire proprio quello di Tutankhamon che, in un certo senso, 17 anni dopo lo aveva spodestato dal trono di ritrovamento più ricco nella Valle. La KV46, infatti, nonostante sia stata visitata da tombaroli già in antichità, ha mantenuto gran parte degli straordinari oggetti che conteneva. Oltre alle mummie perfettamente conservate nei grandi sarcofagi, sono stati ritrovati canopi, maschere funerarie (foto in alto), vasellame, mobili, offerte di cibo, modellini, amuleti, ushabti, un rarissimo carro da guerra e un papiro lungo ben 20 metri che è esposto al pubblico per la prima volta. Prima di ieri, solo una parte del corredo era relegata allo spazio antistante la Stanza 3, quella del tesoro di Tut.

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Source: MoA

 

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Tiye: da Regina a Dea

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Testa di statuetta in legno di Tiye (ÄM 21834, Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Berlino)

Tra i lettori del blog, ci sono molti studenti di Egittologia che spesso dimostrano la voglia di scrivere a loro volta qualcosa per Djed Medu. È il caso, ad esempio, di Federica Ruggiero, classe 1991, che si è laureata alla triennale in Storia presso l’Università degli Studi di Milano e che sta per iniziare la magistrale in Archeologia all’Università degli Studi di Bologna. Le lascio spazio proprio per raccontare in breve l’argomento della sua tesi, discussa da poco, perché sono sicuro v’interesserà vista la prominenza della figura storica trattata.

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Donna determinata, forte, dal carattere dominante, una delle più importati regine nella storia dell’Egitto faraonico…  e non era nemmeno di sangue reale: Tiye. Figlia di Yuya, uomo di umili origini che divenne funzionario della città di Akhmim (capitale del IX nomo dell’Alto Egitto), e di Tuia, nobildonna lontanamente imparentata con la linea dinastica ahmoside, venne elevata al rango di “Grande Sposa Reale” quando, ancora bambina, si congiunse ad Amenhotep III nel suo secondo anno di regno (1390 a.C.). Nonostante non appartenesse alla corte, infatti, inserire gli influenti genitori nel consiglio volto alla reggenza del regno fu una mossa da considerarsi decisamente astuta da parte del faraone.

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Bottone con cartiglio di Tiye (Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Berlino)

Tale matrimonio fornì a Tiye un ruolo di fondamentale importanza per la gestione sociopolitica dell’Egitto dato che, per la prima volta, una regina affiancava il re ponendosi al suo stesso livello. Durante la XVIII dinastia ebbe infatti inizio una pratica inusuale fino a quel periodo, ossia il ritrarre la Grande Sposa Reale accanto al marito in numerose occasioni ufficiali: Tiye è citata sugli scarabei commemorativi, indossa la corona della dea Hathor, il suo nome viene inciso all’interno dei cartigli (immagine a sinistra), viene rappresentata con il corpo di sfinge. L’utilizzo, in tali scene, di dimensioni pari a quelle del consorte conferma quanto fosse prominente il suo status. Fu proprio Tiye ad essere la figura chiave di questo cambiamento, rispetto all’inizio della XVIII dinastia, quando, a partire da Ahmose Nefertari, era più importante il ruolo della Regina Madre. Crebbe inoltre l’enfasi per il culto del sole e della natura divina del faraone. In Nubia, ad esempio, la coppia reale fece erigere due templi strettamente legati che prefigurano il complesso di Abu Simbel di Ramesse II e Nefertari: il santuario di Soleb dedicato al re e quello di Sedeinga consacrato alla consorte.

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Placca in corniola da braccialetto che mostra Tiye in forma di sfinge (26.7.1342, Metropolitan Museum di New York)

Finché la coppia restò in carica, l’Egitto raggiunse l’apogeo del potere, della ricchezza, della raffinatezza artistica e soprattutto del prestigio internazionale. Crebbe esponenzialmente il predominio sulla Siria, anche grazie alla politica matrimoniale. Ad esempio, Amenhotep III prese in sposa Gilukhipa, figlia di Shuttarna II di Mitanni (nord della Mesopotamia), regno con cui ebbe rapporti diplomatici e di amicizia. Dopo l’ascesa al potere di Tushratta a Mitanni, i rapporti si strinsero ulteriormente e la principale testimonianza di ciò sono le note “lettere di Amarna”, preziosa raccolta di documenti che narra le vicissitudini e le evoluzioni nei rapporti di politica estera. D’importanza fondamentale è la lettera EA 26, in cui Tushratta risponde direttamente a Tiye che, evidentemente, desiderava accertarsi del mantenimento dei buoni rapporti fra i loro regni a seguito della morte del faraone.

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Frammento di statuetta in steatite con Tiye accanto ad Amenofi III (E 25493, Louvre)

La Grande Sposa Reale trascorreva gran parte del suo tempo nella città di Tebe, dove disponeva di un’amministrazione chiamata “la Casa della Regina”, parte della “Casa del Faraone”, che si presentava come un complesso di servizi medici, magazzini, botteghe e laboratori di orefici, falegnami, panettieri, birrai e addirittura di un tesoro. Aveva al suo servizio maggiordomi gestiti in maniera quasi imprenditoriale, tra cui spicca il nome di Kheruef, la cui eterna dimora (tomba TT192) ci ha donato due magnifiche rappresentazioni del Giubileo di  Amenhotep III, nelle quali la regina incarna Hathor ma anche la Maat, contemporaneamente armonia indistruttibile del cosmo e base inviolabile sulla quale è costruita la società egizia.

Come detto, Tiye sopravvisse a suo marito e fece da coreggente al figlio Amenhotep IV (meglio noto come Akhenaton), seguendolo persino nella sua “rivoluzione”. È citata per l’ultima volta in una iscrizione datata 21 novembre del 12º anno di regno di Akhenaton (1338 a.C.), proprio quando una grave epidemia sconvolse l’Egitto e, probabilmente, anche la famiglia reale.

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Mummia della “Elder Lady” (Museo Egizio del Cairo)

Il ritrovamento della sua mummia fa parte di una scoperta sensazionale: l’egittologo Victor Loret, infatti, la trovò nel 1898 nella tomba di Amenhotep II (KV35), adagiata al suolo accanto agli altri corpi imbalsamati che erano stati deposti in un secondo momento in questa cachette. In realtà, l’identificazione definitiva di Tiye con la cosiddetta “Elder Lady” (nominata così per distinguerla dalla dibattuta “Younger Lady”) è molto recente. Il primo che effettuò studi sulla sua mummia fu l’anatomista Grafton Elliot Smith nel 1912. Una manciata di anni dopo, nel 1922, nella tomba di Tutankhamon venne ritrovato un piccolo sarcofago che custodiva una ciocca di capelli color rame quasi perfettamente conservati, dopo più di tre millenni! Il collegamento fu presto fatto grazie al nome scritto sull’oggetto: i capelli appartenevano alla regina Tiye. Ma bisognerà aspettare il 2010, quando, grazie a TAC e analisi del DNA effettuate a diverse mummie reali nell’ambito del “Family of King Tutankhamun Project”, un sottile filo rosso ha collegato tra loro una serie di personaggi, riordinando i tasselli di un puzzle di cui si era da molto tempo persa memoria. Quella ciocca di capelli per Tutankhamon doveva essere una vera e propria reliquia, tenendo conto soprattutto del fatto che sua nonna Tiye, insieme a suo marito, era stata divinizzata: il “Faraone Bambino” possedeva quindi la ciocca di capelli di una dea.

Federica Ruggiero

Bibliografia:

  • Davis T. M., Maspero G., Smith G. E., Ayrton E., Daressy G., Jones E. H., 1910, The tomb of Queen Tîyi. The Discovery of the Tomb, London 1910;
  • Hawass Z., Silent images: Women in Pharaonic Egypt, Cairo 1995;
  • Hawass Z., Gad Y. Z., Ismail S. et al., Ancestry and Pathology in King Tutankhamun’s Family, in JAMA 33 n. 7 (2010), pp. 638-646;
  • Hawass Z., Saleem S., Scanning the Pharaohs: CT Imaging of the New Kingdom Royal Mummies, Oxford 2015;
  • Piacentini P., Orsenigo C., La Valle dei Re Riscoperta. I giornali di scavo di Victor Loret (1898-1899) e altri inediti, Milano 2004;
  • Piacentini P., Orsenigo C. (a cura di), Egitto: La Straordinaria Scoperta del Faraone Amenofi II, Milano 2017;
  • Rice M., Who’s Who in Ancient Egypt, London 1999;
  • Smith G. E., Catalogue of the Royal Mummies in the Museum of Cairo, Cairo 1912;
  • Tallet P., 12 reines d’Egypte qui ont changé l’Histoire, Paris 2013.
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Colpo di scena: nessuna stanza nascosta nella tomba di Tutankhamon

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Source: MoA

Tanto rumore per nulla. Dopo quasi tre anni, un’analisi con termocamera e tre con georadar, tre squadre di tecnici impiegate, sembrerebbe che la tesi di Nicholas Reeves sia da rigettare definitivamente: non esiste alcuna stanza nascosta nella tomba di Tutankhamon! La notizia è stata annunciata oggi da Mostafa Waziry, segretario generale del Supreme Council of Antiquities, durante la 4a Tutankhamun International Conference presso il Grand Egyptian Museum. A mettere una pietra tombale (mai definizione fu più azzeccata) sulla querelle è stato Franco Porcelli, docente di Fisica presso il Politecnico di Torino e direttore della missione italiana a cui è stata affidata l’ultima prospezione nella camera funeraria della KV62.

Gli esami erano stati effettuati dal 31 gennaio al 6 febbraio del 2018 e ci sono voluti mesi per elaborare i dati che sono stati consegnati al Ministero delle Antichità dal team del Politecnico in collaborazione con l’Università di Torino3DGeoimaging di Torino, Geostudi Astier di Livorno, l’azienda inglese Terravision e, per la consulenza egittologica, il Centro Archeologico Italiano al Cairo (Istituto Italiano di Cultura).  In contrapposizione con i risultati delle analisi precedenti del giapponese Hirokatsu Watanabe e della National Geographic, la relazione indicherebbe la non discontinuità tra roccia naturale e mattoni nelle pareti nord e ovest della camera funeraria e, dato ancor più importante, l’assoluta mancanza di prove che attestino vuoti celati.

Quindi, nonostante le grandi aspettative fomentate dalla precedente direzione del Ministero delle Antichità, al 99% non ci sarebbero né stanze segrete né corridoi bloccati verso tombe riutilizzate. Secondo Porcelli, le anomalie riscontrate nelle precedenti prospezioni potrebbero essere dovute a “segnali fantasma”, cioè a comportamenti difformi delle onde radar che, invece di penetrare nella roccia, sono scivolate lungo la superficie dell’intonaco dipinto conduttore di elettricità.

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Riparte la ricerca delle camere nascoste nella Tomba di Tutankhamon

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Source: Khaled Desouki (AFP) | Atlas

Dopo quasi un anno di fremente attesa, riparte la ricerca delle fantomatiche stanze nascoste nella tomba di Tutankhamon e, con essa, si rimette in moto il gigantesco circo mediatico che ha caratterizzato la vicenda fin dall’inizio. I tecnici italiani diretti da Franco Porcelli (Politecnico di Torino) hanno finalmente ricevuto il via libera dalle autorità egiziane per l’utilizzo del georadar all’interno della KV62. Ci eravamo lasciati a maggio scorso con prospezioni effettuate dall’esterno della tomba grazie al metodo della tomografia di resistività elettrica (ERT: Electrical Resistivity Tomography) e i cui risultati erano stati anticipati per vie traverse già a luglio: due forti anomalie (vuoti?) sarebbero state individuate a nord e a ovest della camera funeraria.

I nuovi esami, che si protrarranno da oggi 31 gennaio fino al 6 febbraio, serviranno proprio a confermare al 99% (parola di Porcelli) queste anomalie e a verificare che siano effettivamente collegate alla tomba e non semplici cavità naturali. La squadra del Politecnico (dipartimenti di “Scienza Applicata e Tecnologia” e “Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture”) utilizzerà tre diversi sistemi di radar con la collaborazione di Università di Torino3DGeoimaging di Torino, Geostudi Astier di Livorno, l’azienda inglese Terravision e, per la consulenza egittologica, del Centro Archeologico Italiano al Cairo (Istituto Italiano di Cultura). Ovviamente, saranno presenti anche membri del Ministero delle Antichità, compreso l’ex ministro Mamdouh Eldamaty che aveva seguito la prima fase della ricerca.

https://poliflash.polito.it/ricerca_e_innovazione/archeo_fisica_della_tomba_di_tutankhamun_da_torino_a_luxor

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Al via gli scavi di Zahi Hawass nella Valle delle Scimmie

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Source: drhawass.com

Preparatevi a future notizie importanti… o anche no. Ormai ho imparato a contare fino a 10 (mila) prima di entusiasmarmi per una news proveniente dalla Valle dei Re. Eppure, le premesse per una grande scoperta ci sarebbero. Il celebre Zahi Hawass ha annunciato sul suo sito web la ripresa degli scavi nella Valle delle Scimmie – il ramo occidentale della necropoli reale – proprio dove, tra 2007 e 2009, aveva individuato quattro depositi di fondazione. La stessa area è stata indagata dalla squadra diretta da Franco Porcelli (Politecnico di Torino) e Gianfranco Morelli (Geostudi Astier di Livorno) e incaricata dal Ministero delle Antichità di mappare tutta la Valle dei Re e, soprattutto, di mettere la parola fine alla querelle ‘Tutfertiti’. Sotto la supervisione del direttore del Mallawi Museum, Ahmed El-Laithy, i tecnici italiani, tra il febbraio e il maggio del 2016, hanno effettuato una serie di prospezioni con la tecnica della tomografia di resistività elettrica (ERT: Electrical Resistivity Tomography) che avrebbero portato subito a risultati sorprendenti, anche se non del tutto confermati.

Infatti, senza che ci sia stato alcun annuncio ufficiale dal Ministero, il documentarista Brando Quilici ha riportato sul suo recente libro (“Enigma Nefertiti. Il più grande mistero dell’antico Egitto”, scritto insieme allo stesso Hawass) che le indagini avrebbero confermato l’esistenza di un’anomalia di circa 6 metri, 4 m dietro la parete Nord della camera funeraria di Tut. E c’è di più. Tornando nella Valle delle Scimmie, la ERT avrebbe individuato un possibile vuoto nelle vicinanze della tomba di Ay: una nuova sepoltura? L’ex Segretario generale dello SCA è convinto di sì, ipotizzando che appartenga ad Ankhesenamon, sposa di Tutankhamon che, alla morte del ‘faraone bambino’, si sarebbe unita al successore e, per questo, sarebbe stata poi inumata accanto alla KV23. Nell’ultimo capitolo del libro di Quilici, Hawass parla addirittura di scalini di pietra non ancora scavati. Non resta che aspettare…

http://www.drhawass.com/wp/valley-of-the-monkeys-excavations/

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Source: drhawass.com

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“Tutankhamon” – miniserie TV (blooper egittologici)

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Stasera e domani (22-23 maggio), andrà in onda su Focus (canale 56 del digitale terrestre) la miniserie inglese “Tutankhamun”, qui in Italia presentata con il titolo “Tutankhamon”. Da non confondere con l’orripilante “TUT” di cui – ahimè – ho già scritto, questo dramma storico prodotto dalla ITV e diretto da Peter Webber (“La ragazza dall’orecchino di perla”, “Annibal Lecter – Le origini del male”) parla in 4 episodi della scoperta nel 1922 della KV62. Il protagonista, quindi, non è il ‘faraone fanciullo’ ma Howard Carter che, dopo mille difficoltà e insuccessi, riesce ad effettuare il ritrovamento archeologico più importante della storia. L’idea del racconto biografico applicata all’Egitto è sicuramente una ventata di novità per un’ambientazione cinematografica quasi sempre fossilizzata sui soliti personaggi: mummie e Cleopatra (anche se, a dir la verità, Tutankhamon non è proprio un argomento inedito). Dopo questo esempio, infatti, sarebbe interessante vedere altre produzioni incentrate sui grandi nomi dell’egittologia, dagli albori della disciplina all’introduzione del metodo scientifico, come Belzoni, Champollion, Petrie (che fa una comparsata anche in questa serie) e molti altri la cui vita, senza dover romanzare troppo, sarebbe perfetta per un film. Per il momento, accontentiamoci di “Tutankhamun” che, fra l’altro, presenta una trama piuttosto aderente alla realtà (verificabile leggendo i diari e il giornale di scavo originali). Al di là di due particolari punti che – come vedremo – lasciano perplessi, non ci sono grossolani errori, a testimonianza di una ricerca a monte abbastanza accurata. L’attendibilità storica, però, non è accompagnata da una sceneggiatura avvincente rendendo la serie spesso lenta nonostante i mille spunti, anche avventurosi, a disposizione.

Ho scritto questo articolo mesi fa, dopo aver visto la versione originale nell’ottobre 2016, quindi spero non abbiano stravolto troppo la narrazione con il doppiaggio italiano. In ogni caso, leggete pure la recensione senza pensare ad eventuali spoiler, tanto sapete già come va a finire la storia, no?

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Come detto, i problemi principali che inficiano la credibilità generale della serie sono due, tra cui la scelta di Max Irons per ricoprire il ruolo principale. L’aitante modello trentenne è troppo lontano anagraficamente da Howard Carter che, al momento della scoperta, aveva 48 anni. In questo caso, l’utilizzo dell’attore belloccio di turno non serve solo ad attrarre il pubblico femminile ma anche a giustificare l’altra falla nella trama: la strage di cuori che Carter lascia dietro di sé. L’archeologo britannico, infatti, non solo intraprende una relazione d’amore con Lady Evelyn Herbert (Amy Wren), figlia di Lord Carnarvon – speculazione senza alcuna prova e criticatissima dai discendenti del Conte, ma giustificata dallo sceneggiatore Guy Burt come un ‘persistente rumor’ -, ma ha anche un flirt con la povera Maggie Lewis (Catherine Steadman), membro della missione a Tebe del Metropolitan Museum, prima sedotta e poi abbandonata. In questo caso, nessun lontano parente si è lamentato, non per merito di una maggior apertura mentalmente, ma perché la Lewis è un personaggio inventato. Tutti gli altri egittologi, invece, sono reali: Norman de Garis Davies, Herbert Winlock, Arthur Mace, Harry Burton, Arthur Callender ecc.

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La cosa che mi spaventava di più era il modo in cui sarebbe stata presentata la fantomatica Maledizione di Tutankhamon; fortunatamente, però, in questo caso gli autori si sono attenuti alla verità. Viene infatti mostrata la morbosa attenzione che i media avevano nei confronti della scoperta che s’infranse contro la vendita dell’esclusiva (qui erroneamente attribuita a Carter quando invece fu opera di Carnarvon) al giornalista Arthur Merton del Times. Solo per questo motivo, gli altri giornali cominciarono a inventarsi bufale per vendere più copie. Nella serie viene effettivamente mostrato che il Conte (Sam Neill) morì per un’infezione provocata dal taglio di una puntura di zanzara e il famoso canarino, che sarebbe stato ingoiato da un cobra al momento dell’apertura della tomba, appare – vivo e vegeto – solo come riferimento alla storia. Di tutto questo, però, non era stato informato il ragno velenoso che ha morso Amy Wren mandandola in ospedale durante le riprese in Sud Africa (dove è stata ricreata la Valle dei Re)!

Una cosa che ho apprezzato particolarmente è stata l’attenzione nei confronti delle foto di Burton, spesso rinscenate con dovizia di particolari come si può vedere nell’esempio in basso.

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Infine, menzione d’onore per il sedere del grande egittologo Flinders Petrie che esce nudo da una tomba per andare a bere un gin tonic fatto con alcol etilico e acido citrico. No comment…

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Egitto protagonista al tourismA di Firenze (17 febbraio 2017)

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ph. Nadia Pasqual*

Dal 17 al 19 febbraio, presso il Salone dei Congressi di Firenze, si terrà la terza edizione di tourismA – Salone Internazionale dell’Archeologia. Quest’anno, la manifestazione – ormai appuntamento imperdibile per chi si occupa di turismo, valorizzazione e divulgazione nell’ambito dei beni culturali – avrà come Paese ospite l’Egitto al cui patrimonio storico-archeologico sarà dedicata l’intera mattinata del 17 con il convegno: “Omaggio a Tutankhamon”. L’iniziativa è stata presentata ufficialmente lo scorso lunedì (6 febbraio) nello splendido scenario di Villa Savoia a Roma, sede dell’Ambasciata della Repubblica Araba d’Egitto, alla presenza di Emad Fathy Abdalla, direttore dell’Ente del Turismo Egiziano che ha organizzato la conferenza stampa, l’egittologo Francesco Tiradritti, direttore della Missione Archeologica Italiana a Luxor, e Piero Pruneti, direttore di tourismA e di Archeologia Viva (in foto).

Com’è chiaro dal titolo scelto, il giovane faraone – vera icona dell’antico Egitto nell’immaginario comune – sarà protagonista della prima parte della mattinata con gli interventi dell’egittologa Donatella Avanzo che illustrerà la copia in scala 1:1 della camera funeraria della KV62, visitabile gratuitamente durante tutta la durata del Salone, dell’antropologo Marxiano Melotti e, soprattutto, di Zahi Hawass che dovrebbe portare a Firenze le ultime novità sul controverso caso delle camere nascoste, recentemente ritornato alla ribalta grazie al coinvolgimento di tecnici del Politecnico di Torino per la terza scansione con georadar da effettuare nell’ipogeo. Poi si parlerà dell’influenza egizia nel mondo classico con Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e di alcune missioni archeologiche italiane in Egitto come quelle dell’Università del Salento a Soknopaiou Nesos (Mario Capasso, Paola Davoli) e dell’Università di Pisa a Dra Abu el-Naga, Tebe Ovest (Marilina Betrò).

 

Il programma completo:

  • 8:20
    Proiezione film “Viaggio al Silica Glass: il Vetro delle Stelle” di Alfredo e Angelo Castiglioni
  • 9:00
    Donatella Avanzo
    egittologa e storica dell’arte
    «La mirabile ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon a “tourismA 2017″»
    Presentazione di Tutankhamon e il suo tempo, una storia dinamica di Stefania Mimmo
  • 9:30
    Marxiano Melotti
    antropologo del Mondo antico docente all’Università Niccolò Cusano di Roma
    «Tutankhamon: un’icona mediatica tra archeologia mito e turismo»
  • 10:00
    Zahi Hawass
    egittologo
    «Ultime notizie dalla tomba del faraone bambino»

10:45 Pausa

  • 11:30
    Paolo Giulierini
    direttore Museo Archeologico Nazionale di Napoli
    «C’è Egitto ed Egitto! La civiltà dei faraoni nel mondo greco e romano»
  • 12:00
    Mario Capasso
    direttore Centro Studi Papirologici – Università del Salento
    Paola Davoli
    docente di Egittologia all’Università del Salento
    «Scavando l’isola del dio coccodrillo nel Fayyum»
  • 12:30
    Marilina Betrò
    docente di Egittologia all’Università di Pisa
    «Storie dal sottosuolo: ultime scoperte a Dra Abu el-Naga nella necropoli dell’antica Tebe»

http://www.tourisma.it/omaggio-a-tutankhamon/

 

*Colgo l’occasione per ringraziare la gentile Nadia Pasqual, marketing & PR per tourismA 2017, per avermi invitato alla conferenza stampa e fornito il materiale per questo articolo.

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Tomba di Nefertiti-Tutankhamon: saranno ricercatori italiani a chiudere il caso?

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Nell’affaire “Tutferiti”, ormai non ci si capisce più niente con comunicati e smentite che si rincorrono da oltre un anno. Così, penso sia necessario un ‘riassunto delle puntate precedenti’ (in ogni caso, potete approfondire ogni passaggio cercando l’articolo relativo sul blog):

  • luglio 2015: l’egittologo Nicholas Reeves sconvolge il mondo dell’archeologia con una pubblicazione in cui afferma che, dietro le pareti nord e ovest della camera funeraria di Tutankhamon, si nasconderebbero stanze sconosciute appartenenti alla tomba di Nefertiti;
  • agosto 2015: Reeves si reca in Egitto e convince il ministro delle Antichità, Mamdouh el-Damaty, a iniziare nuove studi nella KV62;
  • settembre 2015: una prima indagine preliminare visiva sembra confermare l’ipotesi, quindi si procede con mezzi archeometrici;
  • 4 novembre 2015: tecnici dell’Università del Cairo e dell’HIP.institute, utilizzando una termocamera, individuano anomalie nelle aree interessate;
  • 28 novembre 2015: El-Damaty annuncia che, dopo tre giorni di scansioni con georadar effettuate dal giapponese Hirokatsu Watanabe, tutto farebbe pensare alla presenza di vuoti dietro i due muri;
  • 17 marzo 2016: vengono ufficializzati i dati elaborati delle prospezioni di Watanabe che si dice sicuro al 90% dell’esistenza delle stanze e addirittura di una serie di oggetti metallici e organici; di conseguenza, il ministro del Turismo si avventura in audaci dichiarazioni parlando già di “tesori nascosti”;
  • 1 aprile 2016: dopo una seconda prospezione con georadar, questa volta ad opera di tecnici americani della National Geographic Society, il nuovo ministro delle Antichità, Khaled el-Enany, a differenza del suo predecessore, non fornisce alcuna informazione rimandando il tutto a una terza scansione prevista per maggio;
  • 8 maggio 2016: durante la Second International Tutankhamun Conference al GEM, el-Damaty, senza entrare nel merito, ammette che i risultati della seconda scansione sono stati inconcludenti e contraddittori, mentre el-Enany rinvia a data da destinarsi il terzo esame;
  • ottobre 2016: i mesi di silenzio sull’argomento vengono rotti da Zahi Hawass, da sempre scettico in merito, che prima annuncia per novembre una nuova prospezione con un georadar russo e poi, invitato alla BMTA di Paestum, sposta la data a dicembre/gennaio.

Ed eccoci finalmente all’attualità. Quando aspettavo novità da Hawass (il 17 febbraio sarà al tourismA di Firenze), esce un articolo de La Stampa con l’intervista a Franco Porcelli, docente di Fisica presso il Politecnico di Torino e già protagonista della ricerca che ha confermato l’origine meteoritica del ferro di uno dei pugnali di Tutankhamon. A quanto pare, a dicembre, il Ministero delle Antichità avrebbe affidato a un team italiano la terza serie di scansioni con georadar che dovrebbe dare il verdetto definitivo. Il “Progetto VdR Luxor”, così, vede il coinvolgimento dell’Università di Torino, di alcune aziende private, come la Geostudi Astier di Livorno, e dalla Fondazione Novara Sviluppo. Oltre alle analisi della KV62, l’obiettivo della missione comprenderebbe anche la nuova mappatura geofisica dell’intera Valle dei Re con strumenti che possono sondare il terreno fino a 10 metri di profondità e, probabilmente, con la collaborazione dell’Agenzia Spaziale Italiana per le immagini da satellite. In attesa di partire per l’Egitto, Porcelli ha affermato che ci vorrà una settimana per acquisire i dati e due per interpretarli al meglio e non fantasiosamente – sospetto della squadra – come nei casi precedenti.

A questo punto, sono ancora più curioso di sentire cosa dirà Hawass a Firenze…

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