Articoli con tag: Zahi Hawass

Tutti gli aggiornamenti delle scoperte nella Valle delle Scimmie

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Source: MoA

Come promesso, ecco l’approfondimento della notizia segnalata ieri nel mio articolo scritto per National Geographic:

http://www.nationalgeographic.it/wallpaper/2019/10/10/foto/nuove_scoperte_nella_valle_dei_re_annunciate_da_zahi_hawass-4579624/1/

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Camere segrete, troni di ferro e proto-geroglifici: i misteri della Piramide di Cheope secondo Freedom (bufale eGGizie*)

Souce: facebook.com/freedomrete4/

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

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Devo ammetterlo: mi ero illuso, credevo che qualcosa fosse cambiato e invece…

La prima puntata della nuova avventura televisiva di Roberto Giacobbo, “Freedom – Oltre il confine”, non mi era dispiaciuta, anzi avevo apprezzato le belle immagini della tomba di Mehu – aperta al pubblico solo lo scorso settembre dopo quasi 80 anni dalla scoperta – e lo stile narrativo, volutamente amichevole e autoironico (ormai celebri sono i “permessi speciali” e le raccomandazioni fatte ai cameraman), che in alcuni casi preferisco a quello più ‘epico’ di Alberto Angela. Precisazione: il mio giudizio si limita al servizio sull’antico Egitto, l’unico che ho visto.

Tuttavia, giovedì scorso si è tornati nel classico solco del mistero che, con la scusa di voler sentire tutte le campane (cosa in genere buona e giusta), mette sullo stesso piano la cosiddetta ‘archeologia ufficiale’ e la fantarcheologia. Lungi da me pensare che ci siano verità dogmaticamente intoccabili, ma, se si vuole proporre teorie alternative, bisognerebbe avere alle spalle una solida preparazione, un metodo scientifico e argomentazioni che non si limitino a coincidenze numeriche, vaghe somiglianze o interpretazioni personali. Citando un altro Angela, il padre Piero, “Bisogna avere sempre una mente aperta, ma non così aperta che il cervello caschi per terra”.

Tornando alla seconda puntata di Freedom, l’argomento trattato si prestava particolarmente a speculazioni pseudostoriche di cui ho già parlato in questa rubrica: la piramide di Cheope. Perché nonostante il villaggio e i cimiteri degli operai, i graffiti nelle camere di scarico e la recente scoperta
dei papiri dello Wadi el-Jarf (erroneamente attribuita – questa volta per colpa del social media manager della trasmissione – a Zahi Hawass; immagine a sinistra), viene sempre riproposta la panzana dell’origine più antica della Grande Piramide. Opera di una civiltà di oltre 10.000 anni fa, il monumento sarebbe stato al massimo modificato da Khufu. A tal proposito, Giacobbo si domanda come sia stato possibile passare repentinamente attraverso i sistemi costruttivi così diversi della ‘Piramide a gradoni’ di Djoser, di quelle per l’appunto di Giza e degli esempi meno monumentali della V dinastia. Peccato che non si faccia riferimento alle fasi intermedie di Snefru (‘Piramide romboidale’, ‘Piramide rossa’ di Dashur) e all’evoluzione, durata comunque secoli, sia del pensiero religioso che del tessuto socio-economico dell’Egitto, non più in grado di supportare, alla fine dell’Antico Regno, opere come quelle della IV dinastia. In sostanza, non c’è stata nessuna perdita improvvisa di conoscenza tecnologica.

Altro indizio per una presunta retrodatazione della piramide sarebbe la presenza di proto-geroglifici – mille anni più antichi di Cheope – in fondo a un condotto esplorato da un robot. Così come la Camera del Re (dove si trova il sarcofago in granito), anche la sottostante Camera della Regina ha due lunghi tunnel dalla sezione quadrata di circa 20 x 20 cm che salgono con pendenza variabile verso l’esterno. Dopo essere stati individuati nel 1872 dagli scozzesi Waynman Dixon e James Grant (in origine, infatti, le aperture erano nascoste dal rivestimento della stanza), si è cercato di indagarli a più riprese, anche con mezzi altamente tecnologici. In particolare, per il condotto meridionale sono stati adottati ben 4 robot cingolati: nel 1992 Upuaut aveva prodotto scarsi risultati; nel 1993 Upuaut 2 era riuscito a salire per circa 63 metri fino a incontrare una lastra di calcare con due maniglie di bronzo; nel 2002 la National Geographic Society aveva inviato, con diretta TV, un Pyramid Rover in grado di forare la ‘porta’ e vedere con una microcamera che oltre l’ostacolo si trovava un piccolo segmento e una chiusura analoga; infine, nel 2009, il progetto Djedi, ideato dall’ingegnere Rob Richardson della University of Leeds, adottò una snake-camera snodabile così da documentare anche le pareti laterali del vano scoperto in precedenza.

Source: newscientist.com

Ed effettivamente una sorpresa in quest’ultimo caso ci fu quando si notarono segni dipinti in rosso sulla pietra (immagine a sinistra). Segni che, senza aspettare la prima pubblicazione scientifica del team (Hawass Z. et alii, First report: video survey of the southern shaft of the Queen’s Chamber in the Great Pyramid, in ASAE vol. 84, 2010), erano stati definiti proto-geroglifici.

Le più antiche testimonianze conosciute di scrittura egizia vengono dalla tomba U-j di Umm el-Qa’ab (3320-3150 a.C.), nei pressi di Abido. In questa sepoltura, forse appartenuta al re Scorpione I, sono stati scoperti vasi con segni d’inchiostro, impronte di sigillo e soprattutto etichette d’osso e avorio che recano toponimi interpretati come un’embrionale suddivisione amministrativa del territorio alla fine del Predinastico. Non sarà stato il 3500 a.C. come detto in trasmissione, ma comunque una simile datazione dei segni nel condotto, se fosse stata confermata, avrebbe sconvolto tutte le nostre credenze sul monumento e sull’intera storia dell’antico Egitto.

Source: Djedi Project
Source: Luxor Times

In realtà, anche se le immagini girate dalla microcamera (vedi in alto) non sono chiarissime, bastano comunque per confermare la datazione ‘ufficiale’. Nella piramide, infatti, ci sono molti segni simili, fra l’altro vergati analogalmente in inchiostro rosso, come l’iscrizione con il cartiglio stesso di Cheope nella cosiddetta Camera di Campbell (foto a destra). Si tratta di semplici appunti lasciati dagli operai con numeri, date e nomi delle diverse squadre di lavoratori (qui un articolo di approfondimento). D’altronde, chiunque sia stato in un cantiere sa benissimo che le pareti di tutti gli edifici, sotto la vernice o la carta da parati, sono piene di scritte e numeri lasciati da muratori ed elettricisti per facilitarsi il lavoro.

E quindi, come interpretare i segni in ocra rossa del condotto meridionale se non proto-geroglifici? Hawass e i co-autori del report scrivono che si tratta di cifre in ieratico, la forma di scrittura corsiva dell’egiziano antico. Luca Miatello, ricercatore indipendente, rincara la dose leggendo “121”, tesi condivisa da James Allen, celebre egittologo americano ed esperto in lingua che tutti gli studenti conosceranno per aver imparato i geroglifici sul suo libro “Middle Egyptian: An Introduction to the Language and Culture of Hieroglyphs”. Mi chiedo solo perché, nella sbandierata volontà di dar voce a tutti, non sia stato interpellato sulla questione proprio Hawass, direttore del Progetto Djedi, che ha accompagnato Giacobbo nella visita della piramide. Il vero quesito è la funzione sconosciuta di questi canali, detti impropriamente “d’areazione”, che da alcuni vengono indicati come passaggi simbolici per l’anima del faraone verso le stelle circumpolari.

Infine, non poteva mancare il riferimento allo studio che negli ultimi anni ha catalizzato l’attenzione dei media: lo Scan Pyramids Project. Ne ho parlato ampliamente sul blog, quindi dico solo che una squadra internazionale di scienziati ha effettuato indagini non invasive con l’utilizzo di particelle muoniche individuando due anomalie nella Piramide di Cheope (immagine in alto). In particolare, sarebbe stato rilevato un ampio vuoto sopra la Grande Galleria, interpretato troppo frettolamente come “stanza segreta”. Ormai dovremmo aver imparato la lezione dalla lunghissima vicenda delle camere nascoste nella tomba di Tutankhamon e quindi sarebbe opportuna maggior cautela nei proclami aspettando ulteriori esami (che fra l’altro sono stati annunciati in esclusiva durante la puntata dallo scettico Hawass che ha parlato di due nuovi gruppi di studiosi, giapponesi e americani, attesi a Giza per l’inizio del 2019). Appare quindi come minimo prematura l’ipotesi di Giulio Magli, docente di matematica e archeoastronomia presso il Politecnico di Milano, che basandosi sulla lettura dei Testi delle Piramidi ha parlato della presenza nella camera di un trono di ferro meteoritico. Interpretare alla lettera le fonti scritte è sempre sbagliato, a maggior ragione quando non ne si conosce il contesto. Quel vuoto, per quello che sappiamo ora, potrebbe avere semplicemente una funzione strutturale o pratica nel realizzare la galleria sottostante, quindi è inutile fare ragionamenti sul suo contenuto.

In ogni caso, la teoria di Magli si basa soprattutto sulla formula 536 dei Testi delle Piramidi, presente solo nella piramide di Pepi I (VI din., 2330-2280 a.C.; quindi lontana circa tre secoli dal regno di Cheope durante il quale non si hanno tracce di questi enunciati religiosi).

Sethe K., Die Altaegyptischen Pyramidentexte Pyramidentexte nach den Papierabdrucken und Photographien des Berliner Museums, 1908

Tuttavia, viene presa in considerazione solo la versione di Faulkner (The Ancient Egyptian Pyramid Text, 1969) che per l’ultima parte della formua (Pyr. 1293a) recita: “Sit on this your iron throne”. Questo ferro, secondo Magli, sarebbe quello meteoritico per la menzione in precedenza delle “porte del cielo”. Altri studiosi, invece, hanno tradotto il termine biA (in questo caso, evidenziato in alto, è biAi) come “rame”, “bronzo” (Sethe 1962, p. 119; Curto 1962, p. 67), genericamente “metallo” (Allen 2005, p. 168) o, come aggettivo “fermo/eterno/brillante” (Speelers 1934, p. 308; Mercer 1952, p. 253). Appare quindi evidente che, per un’interpretazione così dibattuta, non sia sufficiente scegliere solo la versione che fa al proprio caso, soprattutto se non si è filologi.

Per una trattazione più ampia dell’argomento e per i riferimenti bibliografici precedenti, rimando all’articolo di Lalouette: Le «firmament du cuivre»: contribution à l’étude du mot biA.

 

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Valle dei Re, Zahi Hawass scaverà nei pressi della tomba di Tutankhamon

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Valle dei Re

Mentre ancora aspettiamo novità dalla Valle delle Scimmie (la relativa docuserie, “Valley of the Kings”, di Discovery Channel è prevista per l’inizio del 2019), è stata annunciata una nuova campagna di scavo diretta da Zahi Hawass nel ramo principale della Valle dei Re. Il celebre egittologo, infatti, inizierà i primi di settembre a indagare due aree nei pressi della tomba di Tutankhamon (KV62) e di quella di Merenptah (KV8). Non a caso, pur smentendo definitivamente l’esistenza di camere nascoste nella sepoltura di Tut, il team di Franco Porcelli aveva comunque rilevato anomalie immediatamente a sud.

Senza volermi, questa volta, lasciare andare a precoci entusiasmi, dico solo che mancano all’appello le tombe di diversi faraoni e regine di Nuovo Regno, come quelle di Thutmosi II, Ramesse VIII o Ramesse XI. In ogni caso, la missione avrà una larga copertura mediatica dello Storied Media Group, nuovo gruppo hollywoodiano che si è accaparrato l’esclusiva e finanzierà gli scavi in cambio della realizzazione di una serie di documentari e, forse, anche eventi live per la TV.

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Al via gli scavi di Zahi Hawass nella Valle delle Scimmie

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Source: drhawass.com

Preparatevi a future notizie importanti… o anche no. Ormai ho imparato a contare fino a 10 (mila) prima di entusiasmarmi per una news proveniente dalla Valle dei Re. Eppure, le premesse per una grande scoperta ci sarebbero. Il celebre Zahi Hawass ha annunciato sul suo sito web la ripresa degli scavi nella Valle delle Scimmie – il ramo occidentale della necropoli reale – proprio dove, tra 2007 e 2009, aveva individuato quattro depositi di fondazione. La stessa area è stata indagata dalla squadra diretta da Franco Porcelli (Politecnico di Torino) e Gianfranco Morelli (Geostudi Astier di Livorno) e incaricata dal Ministero delle Antichità di mappare tutta la Valle dei Re e, soprattutto, di mettere la parola fine alla querelle ‘Tutfertiti’. Sotto la supervisione del direttore del Mallawi Museum, Ahmed El-Laithy, i tecnici italiani, tra il febbraio e il maggio del 2016, hanno effettuato una serie di prospezioni con la tecnica della tomografia di resistività elettrica (ERT: Electrical Resistivity Tomography) che avrebbero portato subito a risultati sorprendenti, anche se non del tutto confermati.

Infatti, senza che ci sia stato alcun annuncio ufficiale dal Ministero, il documentarista Brando Quilici ha riportato sul suo recente libro (“Enigma Nefertiti. Il più grande mistero dell’antico Egitto”, scritto insieme allo stesso Hawass) che le indagini avrebbero confermato l’esistenza di un’anomalia di circa 6 metri, 4 m dietro la parete Nord della camera funeraria di Tut. E c’è di più. Tornando nella Valle delle Scimmie, la ERT avrebbe individuato un possibile vuoto nelle vicinanze della tomba di Ay: una nuova sepoltura? L’ex Segretario generale dello SCA è convinto di sì, ipotizzando che appartenga ad Ankhesenamon, sposa di Tutankhamon che, alla morte del ‘faraone bambino’, si sarebbe unita al successore e, per questo, sarebbe stata poi inumata accanto alla KV23. Nell’ultimo capitolo del libro di Quilici, Hawass parla addirittura di scalini di pietra non ancora scavati. Non resta che aspettare…

http://www.drhawass.com/wp/valley-of-the-monkeys-excavations/

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Source: drhawass.com

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Giza, aperte al pubblico le Tombe dei costruttori delle piramidi

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Tomba di Nefer-Theith (Source: MoA)

Da ieri (1 novembre), i turisti che si recano a Giza possono visitare anche le Tombe dei costruttori delle piramidi. Il cimitero, scoperto casualmente nel 1990 (una seconda area nel 2009) e indagato dalla missione di Zahi Hawass, comprende le sepolture degli operai e dei loro supervisori che lavorarono alla realizzazione delle piramidi e dei templi nella piana durante la IV dinastia. La necropoli è divisa in due settori: l’enorme cimitero inferiore raccoglie 600 tombe degli uomini che trasportavano i blocchi, deposti senza mummificazione in semplici fosse scavate nella roccia (1 x 0,5 m) con coperture di diverso tipo, oltre a 60 strutture maggiori forse appartenute ai capisquadra; il cimitero superiore, poco più a sud, presenta 43 tombe più grandi e ricche, in parte ipogee e in parte costruite con calcare, mattoni crudi e altro materiale di scarto dai cantieri reali (granito, basalto, diorite). Queste ultime erano riservate a tecnici come scultori, architetti, disegnatori, supervisori e altri artigiani di un più alto livello sociale.

Quindi, con un biglietto di 400 lire egiziane (200 per studenti: rispettivamente 20 e 10 € circa) si potrà accedere alle seguenti tombe, restaurate e dotate di pannellistica in arabo e inglese:

  • Ptah-Shepsesu (GSE 1901), la cui sepoltura è stata la prima ad essere scoperta quando, nell’aprile del 1990, un turista americano v’inciampò sopra con un cavallo;
  • Petety (GSE 1923), supervisore degli operai che fece mettere all’entrata un avvertimento per i profanatori: “Ascoltate! Il sacerdote di Hathor colpirà due volte chiunque entri in questa tomba o la danneggi. Gli dèi lo affronteranno perché sono onorato dal Signore. Gli dèi non lasceranno che mi succeda niente. Chi farà qualcosa di male alla mia tomba, allora il coccodrillo, l’ippopotamo e il leone lo mangeranno!” (ed ecco perché i siti web hanno come al solito esagerato parlando di tombe maledette);
  • Nefer-Thieth (LG 53), Soprintendente al palazzo reale, sepolto con la moglie Nefer-Hetepes.

Inoltre, fuori dal cimitero dei lavoratori, saranno aperte al pubblico anche le tombe di Khufukhaf, visir e figlio di Cheope, deposto insieme alla moglie in una mastaba doppia (G 7130-7140) nella Necropoli orientale, e di Seshem-Nefer (G 8680), “Guardiano dei segreti del re” tra la fine della V e gli inizi della VI dinastia.

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Scoperta una nuova sepoltura nella Valle dei Re? E che fine hanno fatto le camere segrete della Tomba di Tutankhamon?

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Source: panorama.it

Sono stato a lungo combattuto sullo scrivere o meno questo articolo perché, come ormai sta succedendo dall’agosto del 2015, si va avanti con annunci sensazionalistici seguiti da clamorose smentite. Il tutto senza lo straccio di un dato scientifico condiviso. Sto parlando naturalmente della gestione, a dir poco confusionaria, dell’affaire “Tutfertiti”, ribattezzato così dopo che Nicholas Reeves aveva affermato che la tomba di Tutankhamon potesse nascondere quella di Nefertiti. Tuttavia, date le vostre numerose e legittime richieste d’informazioni in merito, vi riporterò le ultime news anche se non certe al 100%.

Sulle prime, la clamorosa ipotesi, o almeno quella della presenza di due camere nascoste, sembrava essere confermata da indagini al georadar; poi il repentino cambio di atteggiamento da parte delle autorità del Ministero delle Antichità, con addirittura l’estromissione di Reeves dalle ricerche, aveva fatto pensare il contrario. La fantomatica terza prospezione, quella risolutiva, è stata rimandata per mesi senza che ci fosse alcun annuncio dal MoA, se si escludono alcune indiscrezioni rilasciate da Zahi Hawass. Sappiamo benissimo come il celebre archeologo egiziano non si sia mai attenuto al protocollo ufficiale lasciandosi andare a dichiarazioni mediatiche, spesso non seguite da riscontri oggettivi. Così è successo anche quando, intervistato da una trasmissione inglese, ruppe il silenzio di mesi dicendo che la terza scansione al georadar nella KV62 sarebbe stata affidata per il novembre 2016 a una squadra russa. E invece si è arrivati al coinvolgimento di un team italiano diretto da Franco Porcelli, docente di Fisica presso il Politecnico di Torino. Infatti, i tecnici del “Progetto VdR Luxor” (Università di Torino, Geostudi Aster di Livorno e Fondazione Novara Sviluppo), utilizzando tre sistemi di radar con frequenze dai 200 Mhz ai 2 Ghz, dovrebbero aver analizzato la camera funeraria di Tutankhamon intorno alla fine di febbraio/inizi di marzo. Ma, anche in questo caso, non si è saputo più niente.

Fino al 7 luglio quando, per la presentazione del suo libro su Nefertiti scritto insieme ad Hawass, il documentarista  Brando Quilici – su La Repubblica e, con maggiori dettagli su National Geographic Italia (articolo misteriosamente sparito mentre sto pubblicando questo post) – si è forse lasciato sfuggire prima del Ministero delle Antichità quello che tutti aspettavamo da tempo. Secondo Quilici, la squadra del Prof. Porcelli (Politecnico di Torino) e dell’Ing. Gianfranco Morelli (Geostudi Astier), supervisionata dal direttore del Mallawi Museum Ahmed El-Laithy, avrebbe effettuato tra febbraio e maggio una prospezione dall’esterno della tomba con la tomografia di resistività elettrica (ERT: Electrical Resistivity Tomography), tecnica ritenuta più adatta del Ground Penetrating Radar per un terreno irregolare come quello della Valle. Nonostante l’iniziale scetticismo di Porcelli, sembra che sia stata rilevata, cito testualmente, «una forte anomalia conduttiva (zone di vuoto nella roccia) a circa quattro metri dalla parete Nord della tomba di Tut. Un “qualcosa” grande almeno sei metri». A quanto pare, quindi, riprende quota l’ipotesi di una continuazione della tomba dopo la camera sepolcrale; ma ho imparato a non pronunciarmi più su questa vicenda. Le ricerche dovrebbero riprendere a settembre con nuovi esami agli infrarossi e, finalmente, con la terza scansione al georadar.

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Source: livescience.com

Non è tutto. I tecnici italiani sono stati scelti anche per fare una mappatura tridimensionale dell’intera Valle dei Re e, nell’ambito di questa procedura, avrebbero effettuato una grande scoperta sempre annunciata da Quilici, ma stavolta confermata da Hawass in persona intervistato da Live Science: una nuova tomba. Nel ramo occidentale della necropoli reale, detto anche “Valle delle Scimmie”, più precisamente accanto alla tomba di Ay (KV23; 1323-1319), l’ERT avrebbe rilevato anomalie conduttive della roccia riconducibili a una nuova sepoltura. Hawass si è detto sicuro della presenza di una nuova tomba reale – per poi in parte ritrattare ammettendo che, per la certezza assoluta, ci sarà bisogno di uno scavo archeologico – perché proprio in quella zona, tra il 2007 e il 2009, aveva scoperto quattro depositi di fondazione, fosse votive di 1 m² ciascuna che contenevano oggetti ceramici e in faience, attrezzi in selce con manico di legno e un cranio di mucca (vedi foto). Questi depositi servivano a delimitare l’area di costruzione di un tempio o, per l’appunto, di scavo di un ipogeo che non era stato individuato per l’interruzione della missione allo scoppio della rivoluzione del 2011. In ogni caso, seguendo l’onda lunga dei proclami ad effetto, l’ex Segretario generale dello SCA ha presentato la possibilità che la tomba possa appartenere ad Ankhesenamon, sposa di Tutankhamon che, alla morte del ‘faraone bambino’, si sarebbe unita al successore Ay e, per questo, sarebbe stata poi inumata accanto alla KV23.

Una storia che ha sempre più condizionali. Troppi.

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Egitto protagonista al tourismA di Firenze (17 febbraio 2017)

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ph. Nadia Pasqual*

Dal 17 al 19 febbraio, presso il Salone dei Congressi di Firenze, si terrà la terza edizione di tourismA – Salone Internazionale dell’Archeologia. Quest’anno, la manifestazione – ormai appuntamento imperdibile per chi si occupa di turismo, valorizzazione e divulgazione nell’ambito dei beni culturali – avrà come Paese ospite l’Egitto al cui patrimonio storico-archeologico sarà dedicata l’intera mattinata del 17 con il convegno: “Omaggio a Tutankhamon”. L’iniziativa è stata presentata ufficialmente lo scorso lunedì (6 febbraio) nello splendido scenario di Villa Savoia a Roma, sede dell’Ambasciata della Repubblica Araba d’Egitto, alla presenza di Emad Fathy Abdalla, direttore dell’Ente del Turismo Egiziano che ha organizzato la conferenza stampa, l’egittologo Francesco Tiradritti, direttore della Missione Archeologica Italiana a Luxor, e Piero Pruneti, direttore di tourismA e di Archeologia Viva (in foto).

Com’è chiaro dal titolo scelto, il giovane faraone – vera icona dell’antico Egitto nell’immaginario comune – sarà protagonista della prima parte della mattinata con gli interventi dell’egittologa Donatella Avanzo che illustrerà la copia in scala 1:1 della camera funeraria della KV62, visitabile gratuitamente durante tutta la durata del Salone, dell’antropologo Marxiano Melotti e, soprattutto, di Zahi Hawass che dovrebbe portare a Firenze le ultime novità sul controverso caso delle camere nascoste, recentemente ritornato alla ribalta grazie al coinvolgimento di tecnici del Politecnico di Torino per la terza scansione con georadar da effettuare nell’ipogeo. Poi si parlerà dell’influenza egizia nel mondo classico con Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e di alcune missioni archeologiche italiane in Egitto come quelle dell’Università del Salento a Soknopaiou Nesos (Mario Capasso, Paola Davoli) e dell’Università di Pisa a Dra Abu el-Naga, Tebe Ovest (Marilina Betrò).

 

Il programma completo:

  • 8:20
    Proiezione film “Viaggio al Silica Glass: il Vetro delle Stelle” di Alfredo e Angelo Castiglioni
  • 9:00
    Donatella Avanzo
    egittologa e storica dell’arte
    «La mirabile ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon a “tourismA 2017″»
    Presentazione di Tutankhamon e il suo tempo, una storia dinamica di Stefania Mimmo
  • 9:30
    Marxiano Melotti
    antropologo del Mondo antico docente all’Università Niccolò Cusano di Roma
    «Tutankhamon: un’icona mediatica tra archeologia mito e turismo»
  • 10:00
    Zahi Hawass
    egittologo
    «Ultime notizie dalla tomba del faraone bambino»

10:45 Pausa

  • 11:30
    Paolo Giulierini
    direttore Museo Archeologico Nazionale di Napoli
    «C’è Egitto ed Egitto! La civiltà dei faraoni nel mondo greco e romano»
  • 12:00
    Mario Capasso
    direttore Centro Studi Papirologici – Università del Salento
    Paola Davoli
    docente di Egittologia all’Università del Salento
    «Scavando l’isola del dio coccodrillo nel Fayyum»
  • 12:30
    Marilina Betrò
    docente di Egittologia all’Università di Pisa
    «Storie dal sottosuolo: ultime scoperte a Dra Abu el-Naga nella necropoli dell’antica Tebe»

http://www.tourisma.it/omaggio-a-tutankhamon/

 

*Colgo l’occasione per ringraziare la gentile Nadia Pasqual, marketing & PR per tourismA 2017, per avermi invitato alla conferenza stampa e fornito il materiale per questo articolo.

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Zahi Hawass: a novembre nuovi esami nella tomba di Tutankhamon

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Source: Getty Images

Dopo il primo grande clamore scatenato dalla tesi di Nicholas Reeves sull’eventuale presenza della sepoltura di Nefertiti nella tomba di Tutankhamon, gli ultimi cinque mesi sono stai caratterizzati da un silenzio assordante. Infatti, con il nuovo ministro delle Antichità  Khaled el-Enany e dopo una seconda serie di esami che sembravano mettere in discussione la precedente sicurezza riguardo a camere nascoste dietro le pareti Nord e Ovest della camera funeraria,  dall’Egitto non è emersa più alcuna novità.

Fino a qualche ora fa, quando Zahi Hawass (chi altri poteva rompere il silenzio!), scavalcando la normale prassi per gli annunci ufficiali del Ministero, ha affermato che, il prossimo novembre, una squadra russa effettuerà ulteriori prospezioni con georadar nella KV62. La notizia è stata data durante un’intervista a “This Morning”, programma TV dell’emittente inglese ITV in cui l’archeologo egiziano è intervenuto per rispondere a domande del presentatore Phillip Schofield in occasione del lancio della miniserie “Tutankhamun”. Che sia la volta buona? In ogni caso, proverò a chiedere maggiori informazioni direttamente ad Hawass durante la sua conferenza del 29 ottobre alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum.

Ecco il video dalla pagina Facebook del programma: https://www.facebook.com/ThisMorning/videos/10154800537497122/ 

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Bufale eGGizie*: le piramidi sono state costruite da schiavi (o, volendo, oltre 10.000 anni fa)

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“Fight for Freedom”, 1949 (Source: misterkitty.org)

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Con questo articolo proverò a prendere due piccioni con una fava sfatando due bufale che riguardano il simbolo d’Egitto: le piramidi di Giza. Secondo molti, questi monumenti patrimonio dell’UNESCO sarebbero state costruite da schiavi; secondo altri, ancora più fantasiosi, risalirebbero a un’antichissima civiltà evoluta ormai dimenticata.

Ma partiamo con la prima. L’immagine di migliaia di uomini costretti a trascinare giganteschi blocchi di pietra sotto sferzanti colpi di frusta è forse una delle prime che, purtroppo, balena nella mente a chi pensa all’antico Egitto. In generale, si crede che le piramidi di Giza, come tutte le altre opere monumentali della Valle del Nilo, siano state realizzate grazie al lavoro degli schiavi: niente di più sbagliato. Tale leggenda metropolitana risente ovviamente dell’influenza di cinema e letteratura che, a loro volta, si rifanno a interpretazioni errate degli storici del passato. L’Antico Testamento, soprattutto con il libro dell’Esodo, ha avuto una grande responsabilità nella diffusione di questa diceria raccontando la storia di Mosè e della cattività degli Ebrei (mi sono già occupato dell’argomento recensendo il film “I Dieci Comandamenti”). Ma la fonte principale dell’equivoco è probabilmente Erodoto, storico e viaggiatore greco del V secolo a.C. che, trovatosi di fronte alle spaventose dimensioni delle piramidi, non poté che pensare al progetto di un sovrano megalomane e dispotico:

 «Non vi fu perfidia di cui Cheope non si macchiò. Innanzitutto, egli chiuse  tutti i templi e vietò  agli  Egiziani di sacrificare. Dopo di ciò, li obbligò a lavorare per lui. Alcuni vennero inviati a  cavare  le pietre nei monti d’Arabia, a trascinarle fino al Nilo e a trasportarle su battelli sulla riva  opposta  del fiume; qui altri le ricevevano e le trascinavano fino alla montagna libica. Ogni tre  mesi,  centomila uomini erano impiegati in questo lavoro. Quanto al tempo durante il quale il  popolo fu  così tormentato, si passarono dieci anni a costruire la rampa sulla quale si dovevano  trascinare le  pietre […] La piramide in sé costò vent’anni di lavoro […] Cheope, esausto per queste  spese, giunse  all’infamia di prostituire la propria figlia in un luogo di perdizione e di ordinarle di  ricavare dai  suoi amanti una certa somma di denaro. Non so a quanto ammontasse la somma; i  sacerdoti non  me lo hanno rivelato. Non solo ella eseguì gli ordini del padre, ma volle lasciare ella  stessa un  monumento. Ella pregò tutti coloro che la visitavano di donarle ciascuno una pietra. Fu  con queste  pietre, mi dissero i sacerdoti, che si costruì la piramide che si trova nel mezzo, di fronte  alla grande  piramide, e che ha un plettro e mezzo di lato» (Storie II, 124-26)

Da questo momento in poi, Khufu divenne il prototipo del tiranno assoluto, del governante dissoluto che non bada ai bisogni del popolo. Tuttavia, il culto di Cheope, la cui figura era stata già presentata in maniera contrastante nel Papiro Westcar (P. Berlin 3033), è attestato fino alla XXVI dinastia (672-525), quasi duemila anni dopo la morte del faraone, circostanza che sembrerebbe negare una cattiva considerazione da parte degli Egizi. Quindi, è ovvio che il giudizio di Erodoto, e di altri dopo di lui, si sia basato solo su racconti e su credenze dei contemporanei. Infatti, l’applicazione delle moderne categorie mentali a fatti del passato è spesso la principale causa di errate interpretazioni. Tornando all’oggetto della discussione, effettivamente in Egitto la schiavitù esisteva, ma è difficile inquadrarla nel nostro pensiero occidentale. Partendo dalla semplice definizione, per schiavitù s’intende la condizione giuridica di un individuo che è considerato proprietà privata di un altro e il cui lavoro non è retribuito (sinonimi: servitù, cattività, tirocinio ;D). Il problema è che una vera codificazione sociale di tale status avvenne solo nel Medio Regno e si consolidò soprattutto in epoca ramesside, quando le numerose guerre crearono un afflusso continuo di prigionieri stranieri. Nell’Antico Regno, periodo in cui furono costruite le piramidi di Giza, sembra non esistere una condizione umana corrispondente alla nostra schiavitù, se si esclude quella risultante dalle spedizioni belliche in Nubia organizzate proprio per l’approvvigionamento di manodopera che, in ogni caso, non fu impiegata nella realizzazione delle tombe dei faraoni di IV dinastia.

Ma allora chi? Non schiavi nubiani, libici o asiatici, ma liberi cittadini egiziani che erano momentaneamente dirottati dalle loro occupazioni quotidiane verso le opere pubbliche. La corvée, infatti, era un sistema di servizio di Stato obbligatorio attraverso cui il popolo, senza distinzione di genere, era utilizzato nella creazione e manutenzione di infrastrutture (strade, canali, dighe), nell’estrazione di materie prime in cave e miniere, nelle campagne militari, e, ovviamente, nell’erezione di edifici monumentali. Spesso, essendo la maggior parte della popolazione dedita all’agricoltura, questo periodo coincideva con la stagione dell’inondazione, Akhet, quando la piena del Nilo rendeva impraticabili i campi. Il lavoro era comunque coatto, ma i contadini erano nutriti meglio del resto dell’anno e avevano una copertura medica. Inoltre, esistevano perfino decreti reali che esentavano singoli o categorie di persone da quest’obbligo.

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Tornando nello specifico, è stato calcolato che per le tre piramidi siano stati necessari 20-30.000 operai  per un periodo non continuativo di circa 80 anni (2589-2504). Così, pur senza arrivare alle cifre di Erodoto, appare ovvio che servisse una grande struttura logistica per l’organizzazione del lavoro e, soprattutto, per l’alloggiamento degli uomini. Già nel 1880-82, Flinders Petrie era convinto di averla trovata quando scavò, a ovest della piramide di Chefren, le cosiddette “Baracche degli operai” che, però, si sono rivelate semplici magazzini. La vera svolta è arrivata solo tra il 1988 e il 1990 con la missione di Mark Lehner (Ancient Egypt Research Associates) e quella egiziana di Zahi Hawass. L’archeologo americano individuò, 400 metri a S-E della Sfinge, quella che poteva essere la “Città della piramide” nota già dalle fonti epigrafiche, con abitazioni, magazzini, un’officina per la lavorazione del rame, due grandi forni per la produzione in vasta scala di pane, un’area per il trattamento del pesce e un edificio amministrativo (immagine in alto; per l’originale mappa interattiva: AERA). Il sito era separato dalla necropoli reale da un possente muro in pietra (alto 10 m e lungo almeno 200) detto in arabo Heit el-Ghorab “Muro del corvo”. Nella parte nord, una serie di gallerie con piccole stanzette è stata interpretata come dormitorio in grado di ospitare, a rotazione, 1600-2000 lavoratori. Inoltre, sembra ci fossero due villaggi distinti: l’Orientale con abitazioni più piccole per gli operai semplici e l’Occidentale che presenta case più grandi per artigiani e supervisori. I due centri erano divisi da un palazzo nel quale sono state ritrovate impronte di sigilli di Chefren e Micerino e silos per i cereali. Purtroppo, il fronte di scavo copre solo il 10% della città (5000 m²) per la presenza di un moderno cimitero, di un campo da calcio e del sobborgo cairota di Nazlet es-Semman che avanza sempre più minacciosamente verso ovest.

Giza Plateau Mapping Project: http://www.aeraweb.org/projects/lost-city/

Rapporti di scavo: http://oi.uchicago.edu/research/projects/giza-plateau-mapping-project-gpmp-0

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Quasi contemporaneamente e poco più a ovest, Zahi Hawass scopriva le sepolture dei costruttori delle piramidi che avevano abitato i due villaggi. Un secondo gruppo è stato individuato nel 2009. Anche in questo caso, si è vista una netta divisione in due settori: il cimitero inferiore raccoglieva le tombe degli operai che trasportavano i blocchi, mentre quello superiore era riservato a tecnici come scultori, disegnatori e altri artigiani. È chiaro che una posizione così prossima alla necropoli reale fosse un privilegio che non sarebbe mai spettato a degli schiavi. L’enorme cimitero inferiore conta, oltre a 60 tombe più grandi forse appartenute a capisquadra, 600 semplici fosse scavate nella roccia (1 x 0,5 m) con coperture di diverso tipo. L’analisi dei corpi non mummificati ha evidenziato individui provenienti da tutte le zone d’Egitto con una bassa aspettativa media di vita (40-45 anni per gli uomini, 30-35 per le donne) che risente della forte mortalità infantile. Inoltre, le ossa recano evidenti tracce di usura da trasporto di carichi pesanti (es. vertebre schiacciate) ma anche segni di fratture curate, cosa che conferma un’assistenza medica per i lavoratori.

Il cimitero superiore, poco più a sud, include 43 tombe più grandi, in parte ipogee e in parte costruite con calcare, mattoni crudi e altro materiale di scarto dai cantieri reali (granito, basalto). La presenza di false porte, statue, iscrizioni e, in generale, di corredi più ricchi testimonia un più alto livello sociale per i defunti di questo settore il cui ruolo è chiarito dai loro titoli: disegnatore, architetto, “Ispettore dei costruttori della tomba”, “Direttore dei lavori della tomba”, “Supervisore del lato della piramide”, “S. degli artigiani”, “S. degli operai che trainano la pietra”, “S. della biancheria”, “S. del porto”, “S. dei carpentieri”, “S. del distretto amministrativo”.

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Se tutto ciò non bastasse a convincere i più scettici, nel 2013 a Wadi el-Jarf, costa occidentale del Golfo di Suez, la missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet (Sorbona) e Sayed Mahfouz (Università di Assiut) ha effettuato un ritrovamento eccezionale che fornisce la prova definitiva sugli autori della piramidi di Giza: frammenti di papiro risalenti al 26° anno di regno di Cheope. Con circa 4600 anni, sono i più antichi papiri iscritti mai individuati e contengono testi amministrativi che registrano le presenze mensili dei lavoratori del porto impiegati anche nel trasporto di blocchi di calcare verso il cantiere della Grande Piramide.

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Dopo questi dati, dovrebbe essere assodato che gli schiavi non c’entrarono niente; ma neanche alieni o Atlantidei. Un’altra bufala che circola attorno alle piramidi, infatti, è quella che le retrodaterebbe, insieme alla Sfinge, al 10.500 a.C. Questa teoria nasce soprattutto da improbabili studi degli autori di best-seller fantarcheologici Robert Bauval e Graham Hancock che prendono in causa analisi geofisiche mai provate e ipotetici allineamenti con la costellazione di Orione (approfondirò il discorso in futuro). Come visto, la città dei costruttori ebbe una vita brevissima, circa 35-40 anni sotto i regni Chefren e Micerino, e fu abbandonata a lavori completati con l’asportazione di tutto il materiale edile riutilizzabile, come soglie di pietra, colonne di legno e perfino mattoni. La datazione è supportata, oltre al ritrovamento dei già citati sigilli, dallo studio cronotipologico della ceramica e dal C14. Ma ancor prima di questi sviluppi più recenti,  ad esempio, all’interno delle camere di scarico della Grande Piramide, erano stati già scoperti graffiti degli operai che si definivano “Amici di Cheope” (ricorderete lo scandalo dei due tedeschi accusati di aver prelevato campioni da un cartiglio del re; immagine in alto). Allo stesso modo, nella piramide più piccola abbiamo la firma degli “Ubriaconi di Micerino”! Queste iscrizioni, oltre a legare inequivocabilmente le opere ai faraoni, ci forniscono utili informazioni sull’organizzazione dei lavoratori che erano suddivisi in squadre, a loro volta  frazionate in 4 o 5 gruppi più piccoli detti phyles e, infine, in unità di 10-20 uomini.

In ogni caso, per apporfondire l’argomento, il link seguente porta a una vastissima bibliografia di articoli scaricabili gratuitamente: http://www.gizapyramids.org/static/html/authors_list.jsp

 

 

 

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Dal GEM, le ultime notizie sulla tomba di Tutankhamon

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Source: news.discovery.com

Si è da poco conclusa, presso il Grand Egyptian Museum di Giza, la seconda conferenza internazionale dedicata a Tutankhamon (6-8 maggio). Particolarmente attesa era la terza e ultima giornata che aveva come oggetto le recenti indagini nella tomba alla ricerca di eventuali camere nascoste. Grazie alla cronaca live di studiosi e giornalisti accorsi all’evento (@AUCPressDir, @Pastpreservers, @terrygarcia ecc.), ho potuto seguire la discussione che ha dato spunti interessanti. Ad esempio, si è chiarito finalmente il motivo della clamorosa mancanza di dichiarazioni nella conferenza stampa del primo aprile. Infatti, l’ex ministro delle Antichità, Mamdouh Eldamaty, ha ammesso che la seconda serie di scansioni con il georadar, definita inconcludente, non può confermare i risultati delle prima a causa di troppi rumori di fondo. Si necessitano, quindi, altre analisi con georadar e infrarossi che andranno calibrate sfruttando la già nota KV5, la tomba dei figli di Ramesse II. Eldamaty ha aggiunto che solo al raggiungimento del 100% delle certezze, si procederà con l’inserimento di una sonda endoscopica in un piccolo foro nella parete. In quel caso, l’eventuale sepoltura obliterata potrebbe appartenere più a Kiya o a Tiye che a Nefertiti. Dal canto suo, Hirokatsu Watanabi, l’esperto giapponese che ha effettuato il primo esame lo scorso novembre, è ancora sicuro che dietro le pareti nord e ovest della camera funeraria ci siano dei vuoti. L’ultimo a prendere la parola è stato Zahi Hawass, da sempre scettico e più volte molto diretto nel criticare Reeves e la sua teoria. L’ex segretario generale dello SCA – presentatosi rassicurando di non voler attaccare nessuno, ma smentendosi subito prendendosela soprattutto con Eldamaty – ha ricordato che Reeves aveva già fallito nel 2000 quando, nell’ambito dell’Amarna Royal Tombs Project, aveva erroneamente interpretato come una nuova tomba (la KV64, nomenclatura poi passata nel 2012 a una sepoltura di XVIII din. riutilizzata per la cantante di Amon Nehmes Bastet della XXII din.) un’anomalia rilevata con il GPR. Infine, ha chiesto a Watanabe di pubblicare i suoi dati e ha proposto la formazione di un comitato internazionale, composto da egittologi e da tecnici, per la terza serie di scansioni.

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