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Vulcani e scarse piene del Nilo alla base del declino dei Tolomei?

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Source: wikipedia

Un recente studio metterebbe in relazione vulcani, una drastica diminuzione delle piene del Nilo e lo scoppio di tensioni sociali nell’Egitto tolemaico. Secondo lo storico Joseph Manning (Yale University) e il paleoclimatologo Francis Ludlow (Trinity College, Dublino), uno sconvolgimento del clima verificatosi tra III e I secolo a.C. avrebbe portato a numerose rivolte popolari. Questa teoria si basa sulla scoperta di un presunto legame tra eruzioni e la diminuzione del livello della piena che, in riferimento al periodo che va dal 622 al 1902, è stata calcolata in 22 cm in meno di media. Le nubi di anidrite solforosa emesse dai crateri nell’atmosfera, infatti, filtrano la luce solare con conseguenti abbassamento della temperatura e cambiamento dei modelli di precipitazione.

A questo punto, però, occorre spiegare in breve i meccanismi che causavano le piene del Nilo. Ho usato il passato non a caso perché ormai, con la costruzione della Grande Diga di Assuan, questo fenomeno non interessa più l’Egitto. Il fiume nasce come Nilo Bianco dal Lago Vittoria nel cuore dell’Africa (immagine a sinistra). Da qui, con una portata costante d’acqua, risale superando Khartoum, la capitale del Sudan, e poi incontra il Nilo Azzurro. Questo affluente, come l’Atbara più a nord, ha origine dall’acrocoro etiopico e ha un corso molto meno regolare proprio a causa della sua posizione. Durante la stagione delle piogge, infatti, l’altopiano è attraversato dalle perturbazioni monsoniche che ingrossano a dismisura il letto dei corsi d’acqua. Un simile flusso improvviso arrivava a fornire l’85% della portata totale del Nilo, trasportando con sé terreno ferroso dalle montagne dell’Etiopia. Così, puntuale ogni anno, lo straripamento degli argini depositava il fertile limo su tutti i campi coltivati d’Egitto. Ma il livello della piena, derivando dall’ammontare della pioggia caduta nel Corno d’Africa, non era costante e poteva causare danni se troppo alto o portare a periodi di siccità se troppo basso.

Tutta questa digressione era necessaria a sottolineare quanto l’agricoltura in Egitto, ancor più che in altri luoghi del mondo, dipendesse dai fenomeni atmosferici. Quindi, tornando all’argomento dell’articolo, gli autori dello studio hanno preso in considerazione il periodo che va dal 305 al 30 a.C., mettendo in relazione eruzioni vulcaniche con piene particolarmente scarse del Nilo. Le prime sono individuabili grazie a una quantità più alta di solfati negli antichi strati di ghiaccio in Groenlandia e Antartide; i secondi, invece, sono noti tramite le precise registrazioni in cubiti (circa mezzo metro) dei nilometri che venivano riportate sui documenti d’archivio -papiri e iscrizioni- anche per il calcolo delle tasse. Per un paese abitato soprattutto da contadini, l’andamento del raccolto serviva a decidere l’ammontare delle imposte. Ecco perché -ma la cosa non stupisce affatto- fattori naturali avrebbero avuto un forte impatto socio-politico-economico.

In particolare, dopo il florido regno dei primi tre Tolomei (305-222 a.C.), sarebbe iniziato il declino della dinastia macedone proprio in corrispondenza di grandi eruzioni. La rivolta tebana del 207 a.C. seguirebbe lo scoppio di un vulcano del 209; altre sommosse verrebbero dopo le eruzioni del 168, 164 e 161; infine, dopo due eruzioni nel 46 e 44, sarebbe arrivata la caduta finale per mano dei Romani sotto il regno di Cleopatra VII che, in quegli anni, aprì eccezionalmente i granai reali alla popolazione affamata dalla carestia.

Tuttavia, c’è da dire che non tutti gli studiosi si sono trovati d’accordo con i risultati della ricerca perché appare un po’ troppo semplicistico indicare le eruzioni come la causa diretta di rivoluzioni che, dalla storiografia tradizionale, vengono considerate moti nazionalistici contro una dominazione straniera. Inoltre, alcuni esperti del settore, hanno fatto notare come lo studio non si sia avvalso della fondamentale dendrocronologia, cioè l’analisi degli anelli di accrescimento degli alberi che, di anno in anno, si formano con uno spessore variabile a seconda degli eventi atmosferici e dei mutamenti del clima del pianeta.

L’articolo originale è stato pubblicato il 17 ottobre su Nature Communications: https://www.nature.com/articles/s41467-017-00957-y

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Saqqara, scoperta testa di statua lignea di Antico Regno*

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Source: MoA

Ancora belle novità dalla missione franco-svizzera diretta da Philippe Collombert  (Université de Genève) a Saqqara. In un settore dello scavo a est della piramide di Ankhesenpepi II (dove era stata già ritrovata la punta di un obelisco), gli archeologi hanno scoperto la testa di una statua femminile in legno forse risalente alla VI dinastia e, secondo Collombert, appartenente alla stessa regina moglie di Pepi I (2332-2287) e madre di Pepi II (2279-2184?) (*a tal riguardo, consiglio di dare un’occhiata al post su “Petrie Museum Unofficial Page” che mette in discussione questa datazione e, in base a confronti simili da Saqqara, propone che la testa sia della XVIII dinastia). Il frammento, alto 30 cm, rappresenta a grandezza naturale il volto e il collo di una donna i cui tratti sono resi con pittura su uno strato di stucco. Il cattivo stato di conservazione permette a mala pena di apprezzare uno dei due orecchini lignei che adornavano le orecchie.

Appare ovvio, quindi, quanto l’area sia promettente e che valga la pena seguire i prossimi sviluppi della missione: http://mafssaqqara.wixsite.com/mafs

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Source: MoA

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Abusir, scoperto complesso templare di Ramesse II

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Source: Czech Institute of Egyptology, Faculty of Arts, Charles University, Prague

Ad Abusir -importante sito cultuale e funerario a nord di Saqqara- la missione ceca diretta da Miroslav Bárta (Univerzita Karlova, Praga) ha scoperto i resti di un tempio di Ramesse II (1279-1213). In realtà, già nel 2012 si era capito che, sotto un cospicuo deposito di sabbia e detriti, potesse esserci un complesso templare che, però, quest’anno è stato possibile attribuire al faraone della XIX dinastia. La struttura, di 32 x 51 metri di lato, si componeva di un pilone in mattoni crudi (foto in basso a sinistra) che dava accesso a un’ampia corte fiancheggiata da due file di colonne in pietra e muri di fango almeno in parte dipinti di blu. Sul fondo della corte, una scalinata o una rampa portavano al sancta sanctorum rialzato in blocchi di calcare, suddiviso in tre celle parallele. Inoltre, il tempio comprendeva anche due grandi edifici in mattoni crudi posti ai lati e, probabilmente, utilizzati come magazzini per le derrate alimentari. Come detto, il riconoscimento è avvenuto grazie ai numerosi frammenti di rilievi policromi trovati nell’area del santuario che legano il tempio al culto delle divinità solari (Amon-Ra, Horus, Nekhbet) e della regalità (foto del cartiglio in basso a destra).

Secondo Bárta, questo tempio conferma la continuità millenaria del sito come centro di venerazione di Ra, almeno dai templi solari di V dinastia; inoltre, si tratterebbe del primo esempio di edificio religioso di Ramesse II nelle necropoli menfite di Abusir e Saqqara.

https://cegu.ff.cuni.cz/en/2017/10/15/a-new-temple-of-ramesse-ii-discovered-in-abusir/

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Saqqara: scoperto un altro pyramidion

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Source: MoA

Dopo pochi giorni dalla scoperta di una porzione di obelisco, la missione a Saqqara Sud diretta da Philippe Collombert ha individuato un altro pyramidion che, questa volta, dovrebbe appartenere a una piramide della regina di VI dinastia Ankhesenpepi II. Il blocco di granito è alto 1,3 m e ha una base quadrata dai lati di 1,1 m. Evidenti sono gli incavi utilizzati per il fissaggio alla sommità del monumento funebre e quelli per l’inserimento sulla punta della copertura in oro o rame. Il ritrovamento è stato effettuato a nord della piramide di Pepi II (2279-2184?), proprio dove ci si aspetterebbe che ci sia la piramide satellite di sua madre. Il pyramidion, quindi, sarebbe la prima traccia scoperta di questa struttura ancora non nota. In realtà, lo stesso Collombert ha riferito che la base del reperto, al contrario delle altre facce, è grossolana, come se non fosse stata finita di lavorare o per un riutilizzo successivo. A questo punto, mi chiedo cosa lo differenzi dall’obelisco della settimana scorsa che, almeno a prima vista, sembrerebbe molto simile.

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Eliopoli: scoperte dita del piede e altre frammenti del colosso di Psammetico I

22405963_1557374704308174_5208598467319456968_nEro stato informato di questa notizia già un mese fa, quando ero in Egitto, ma ho aspettato a pubblicarla in attesa di foto che sono arrivate solo questa mattina. A Matariya -l’odierno sobborgo del Cairo dove sorgeva l’antica Eliopoli- sono stati individuati nuovi pezzi della statua colossale di Psammetico I (664-610) scoperta lo scorso marzo dalla missione egiziano-tedesca diretta da Dietrich Raue e da Ayman Ashmawi (per i precedenti articoli: link 1, link 2, link 3). Lo scavo dell’area di Souq el-Khamis ha portato alla luce un alluce (scusate, non potevo resistere…) e altri 1920 frammenti di quarzite, la maggior parte dei quali appartenenti alla statua del faraone di XXVI dinastia. Tra questi, tre dita di piede, parti del gonnellino shendyt e delle gambe e, soprattutto, una nuova porzione del pilastro dorsale con il Nome di Horo del re aA-ib (= “Grande di cuore”) inscritto nel serekh (foto in basso a sinistra). Grazie ai nuovi ritrovamenti sparsi in un’area di 20 m di diametro -insieme alla testa e al torso ora esposti nel giardino del Museo Egizio del Cairo (foto)- si conferma l’identificazione di Psammetico I, rappresentato in piedi e non seduto in trono come ipotizzato in un primo momento.

Gli archeologi hanno scoperto anche frammenti di granito di ulteriori statue appartenenti, tra gli altri, a Ramesse II e a Ra-Horakhty. In particolare, di quest’ultimo si è conservato un occhio di falco che, secondo Ashmawi, farebbe pensare a una scultura alta 6 metri, la più grande finora nota per il dio dalla testa di falco.

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“Beyond the Text. The Materiality of Ancient Egyptian and Near Eastern Texts” (Pisa, 11 dicembre 2017)

pic03292006A Pisa, l’11 dicembre 2017, si terrà un workshop internazionale nato dalla collaborazione tra Università di Pisa e Nederlands Instituut voor het Nabije Oosten (NINO). Organizzato da Marilina Betrò, Jesper Eidem, Jeanette C. Fincke e Gianluca Miniaci, “Beyond the Text. The Materiality of Ancient Egyptian and Near Eastern Texts” rappresenterà l’occasione – attraverso un approccio multidisciplinare e aperto alle nuove tecnologie – per discutere delle ultime ricerche riguardanti la materialità dei documenti scritti in Antico Egitto, Vicino Oriente e Mediterraneo Orientale. L’attenzione, quindi, sarà rivolta non solo allo studio filologico dei testi ma soprattutto ai dati archeologici derivanti dall’analisi del loro supporto materiale. Esperti delle aree geografiche succitate si avvarranno anche della lente comparativa dell’archeologia mesoamericana e dell’antropologia culturale. Il workshop è preparatorio per una conferenza più grande sullo stesso argomento prevista per il 2019.

L’evento è stato finanziato dall’Università di Pisa, dal NINO e dall’associazione VOLO – Viaggiando Oltre L’Orizzonte.

L’appuntamento è quindi per l’11 dicembre 2017, dalle 9:00 alle 18:00, presso la Chiesa di Santa Eufrasia (Pisa, Via dei Mille, 13) e l’Aula Seminari Sal-1 del Complesso ex-Salesiani, 1° piano (via dei Mille, 19).

Per maggiori info e il programma completo:  http://egittologia.cfs.unipi.it/it/eventi/beyond-the-text/

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All’Hermitage, lei è in realtà un lui… castrato

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Source: TVC

Gli esami autoptici effettuati sulle mummie egizie spesso regalano sorprese. Ad esempio, una volta deciso di studiare i resti di una donna vissuta oltre 2500 anni fa, può capitare anche di farle una TAC e di trovargli qualcosa di troppo; o meglio, solo le tracce di quel qualcosa… È successo ai curatori dell’Hermitage e ai medici dell’Ospedale n°122 di San Pietroburgo, convinti di analizzare il corpo imbalsamato di Babat -aristocratica tebana e cantante di Amon-Ra durante le dinastie XXV-XXVI (755–525 a.C. circa)- e ritrovatisi, invece, con un uomo di mezz’età senza gli attributi sessuali. Ad annunciare la notizia è stato il direttore stesso del museo russo, Mikhail Piotrovsky, che ha presentato anche ulteriori dettagli degli esami. L’uomo, al di là della sua menomazione, godeva di un ottimo stato di salute e poteva fregiarsi di una dentatura molto più sana rispetto alla media dei suoi contemporanei. Non è chiaro, però, se la castrazione sia stata effettuata prima o dopo la morte. Così, oltre ad approfondire questo dettaglio non da poco, bisognerà capire anche a chi appartenga la mummia. La prima ipotesi formulata la identificherebbe con quella di Pa-kesh -sacerdote e “Capo dei guardiani del faraone”-  perché il suo sarcofago fu acquisito dall’Hermitage intorno al 1890 insieme a quello coevo di Babat.

http://hermitagemuseum.org/wps/portal/hermitage/news/news-item/news/2017/news_257_17/?lng=en

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Inaugurato il nuovo percorso di visita di Menfi

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Source: thecairopost.youm7.com

Menfi fu a più riprese la capitale dell’intero Egitto, la città più popolosa della Valle del Nilo (100.000 abitanti al suo apice) e oggi i suoi resti sono considerati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Nonostante tutto ciò, il sito di Mit Rahina -l’attuale nomenclatura- non è tra i preferiti dei turisti che, al massimo, arrivano per una veloce visita alla statua colossale di Ramesse II (foto in alto), alla sfinge di alabastro e al museo all’aria aperta. Per risolvere questo problema, dovuto soprattutto alla carenza di strutture recettive, due anni fa è partito un ambizioso progetto finanziato dalla United States Agency for International Development (USAID) e portato avanti dall’American Educational Research Association (AERA) in collaborazione con la University of York e il Ministero egiziano delle Antichità. Così, lo scorso 23 settembre, è stato ufficialmente inaugurato l’Ancient Memphis Walking Circuit, un percorso che unisce 8 tra i principali monumenti del sito e che, grazie a una nuova pannellistica, permette una visita più accurata della città (vedi immagine in basso): il museo all’aria aperta, la cappella di Ramesse II, il tempio di Hathor, la cappella di Seti I, il tempio di Ptah costruito da Ramesse II, le tombe dei sommi sacerdoti, il tempio di Api e il Grande Tempio di Ptah.

Una curiosità: il vero nome di quest’ultimo santuario, Hut-ka-Ptah (= “Casa del ka di Ptah”), ha dato origine con la sua forma grecizzata (Αἴγυπτος) alla parola Egitto.

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Wadi Abu Subeira: scoperti graffiti di 15.000 anni

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Source: MoA

Un team egiziano del Ministero delle Antichità ha individuato nuovi graffiti preistorici nello Wadi Abu Subeira, una valle che s’incunea nel deserto tra Kom Ombo e Assuan. Le incisioni rupestri mostrano branchi di animali che vivevano in Egitto alla fine del Paleolitico: ippopotami, tori selvatici, asini, gazzelle, giraffe. In totale diventano così 10 le pareti d’arenaria dello wadi ricoperte di petroglifi che vanno da 15.000 anni fa alla fine del Predinastico. Secondo Nasr Salam, direttore delle Antichità di Assuan e della Nubia, si è arrivati a una datazione grazie al confronto con siti simili come Qurta ed el-Hosh, a nord di Kom Ombo.

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Saqqara: scoperta punta di obelisco di Antico Regno

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Source: MoA

Non capita di certo tutti i giorni di scoprire un obelisco, men che meno se risalente all’Antico Regno. Questa “fortuna” è capitata alla missione svizzero-egiziana diretta da Philippe Collombert  (Université de Genève) che ha individuato la punta di 2,5 m di un monolite in granito che originariamente doveva raggiungere almeno il doppio d’altezza. Il ritrovamento è stato effettuato a Saqqara, sul lato est della piramide di Ankhesenpepi II, moglie di Pepi I (2332-2287) e madre di Pepi II (2279-2184?; bellissima una statua in alabastro dei due conservata presso il Brooklyn Museum). Si tratta, così, del più grande frammento di obelisco noto finora per il periodo. Secondo Mostafa Waziry, Segretario Generale dello SCA, le regine della VI dinastia facevano collocare due piccoli obelischi all’entrata del loro tempio funerario; tuttavia, il blocco risulta in un’altra zona, quindi potrebbe essere stato spostato in epoche successive, magari nel Nuovo Regno o nel Periodo Tardo quando la necropoli di Saqqara fu utilizzata come cava per materiale edile da riuso. In ogni caso, l’attribuzione ad Ankhesenpepi II è certa grazie alla presenza di un’iscrizione con l’inizio del suo nome e del titolo. Probabile anche che il pyramidion fosse coperto da lamine di metallo (oro o rame) che riflettevano i raggi del sole.

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