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Il museo archeologico dell’Aeroporto del Cairo si amplia

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Source: Ministry of Tourism and Antiquities

f7d42852-ec87-4fb4-a96d-acc0b2e0e4f7Se siete stati in Egitto, prima di ripartire per l’Italia forse vi sarà capitato di visitare il piccolo museo archeologico dell’Aeroporto Internazionale del Cairo. Oppure no, viste le sue dimensioni ridotte e la posizione piuttosto nascosta nel Terminal 3.

Inaugurata nel 2015, l’esposizione comprendeva solo 38 reperti dal Museo Egizio del Cairo, dal Museo Copto e dal Museo d’Arte Islamica (in fondo all’articolo trovate qualche foto che ho scattato un anno fa).

Ma in previsione di un prossimo riallestimento, il museo ha ricevuto nuovi oggetti dai magazzini del Museo di Piazza Tahrir, del Museo Greco-Romano di Alessandria e del Museo Nazionale di Suez: tra questi spiccano due mummie, un set di canopi e una statuetta in bronzo di Iside alata (imm. a sinistra). In totale, quindi, i pezzi esposti saranno circa 70.

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Source: Ministry of Tourism and Antiquities

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Elon Musk, piramidi, alieni e il declino del giornalismo

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Venerdì scorso, l’istrionico miliardario Elon Musk ha pubblicato uno dei suoi – almeno in apparenza – sconclusionati tweet in cui afferma che le piramidi sarebbero state costruite degli alieni. Subito dopo ha aggiunto un altro messaggio che fa riferimento a Ramesse II; forse meno eclatante, ma ci servirà comunque più tardi per parlare di giornalismo e comprensione del testo:

A prima vista, soprattutto conoscendo il personaggio e le sue provocazioni, il tweet sembrerebbe una trollata, probabilmente pensata per creare scalpore (obiettivo più che centrato) e conseguente attenzione mediatica sull’ultima impresa della SpaceX, l’azienda aerospaziale di Musk.

A distanza di ore però, forse spinto dalle migliaia di reazioni di protesta, il geniale imprenditore ha aggiunto due ulteriori tweet in cui ha linkato la pagina wikipedia dedicata alla Piramide di Cheope e un articolo della BBC in cui l’egittologa Joyce Tyldesley racconta come sono state effettivamente costruite le piramidi. Tra le risposte critiche spicca soprattutto la presa di posizione ufficiale dell’Egitto che, tramite il famoso archeologo Zahi Hawass e l’ex ministra del Turismo (oggi della Cooperazione Internazionale) Rania al-Mashat, ha bollato le parole di Musk come una “totale allucinazione” e lo ha invitato a vedere di persona le evidenze archeologiche.

Come detto, non è la prima volta che Musk ‘cinguetta’ le sue controverse opinioni: nei mesi scorsi si era schierato con Trump minimizzando la pericolosità del Covid-19 e ritenendo fascisti i provvedimenti di lock-down; a maggio, invece, aveva fatto infuriare gli azionisti della sua stessa azienda, la Tesla, dichiarando che le azioni valessero troppo; senza contare poi la scelta del nome X Æ A X-II per il figlio.

E ogni volta la stampa ne approfitta per pubblicare articoli dal contenuto piuttosto scarno ma dal facile guadagno di click. Niente di nuovo: tra giornalismo tradizionale su carta stampata e quello online passa un abisso e anche i siti di testate serie sono costretti a rincorrere il pubblico proponendo pezzi di gossip e video di gattini rubati da YouTube. Questo tipo di comunicazione, tra clickbaiting e mancanza di tempo (e voglia) per verificare e approfondire le notizie, crea spesso disinformazione e veicola dannose fake news. Ovviamente, visti gli attuali 550 mila like, 88 mila condivisioni e quasi 27 mila commenti, tutti i quotidiani italiani hanno ripreso il tweet di Musk, ma in un caso particolare, come vedremo, è stato oltrepassato ogni limite di decenza.

 

Prima, però, vorrei tornare sul secondo tweet e soffermarmi sul corretto uso del virgolettato. Il messaggio, che in realtà non è chiarissimo, è stato tradotto dal Fatto Quotidiano, la Repubblica, il Messaggero, il Mattino, il Giornale e Sky TG24 “Ramesse II era un alieno”. L’ipotesi è legittima, vista la rapida successione con il primo tweet; il problema è che quasi tutti i giornali appena citati l’hanno segnalata come citazione. Pur ammesso che Musk intedesse proprio quello e non volesse scrivere la solita frase randomica, è comunque sbagliato riportare tra virgolette la traduzione di un testo che non esiste. Il messaggio originale infatti recita “Ramses II was 😎” e sì, è sicuramente interpretabile come “Ramesse II (lo) era, (un alieno)”, ma alcune testate straniere, come il Daily Star e lo Spiegel, considerano semplicente l’effettivo significato dell’emoji con gli occhiali da sole: “Ramses era cool/figo”.

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Se questi ed altri giornali si sono giustamente limitati a riportare i fatti (e, un po’ meno correttamente, a copiarsi a vicenda nel chiamare Hawass “Zari”), la Stampa è andata oltre. Tralasciando il refuso nel titolo e che SpaceX non sia l’astronave ma l’azienda che l’ha sviluppata, l’articolo, a firma di Vittorio Sabadin, è un insieme di tesi cospirazionistiche, ipotesi fantarcheologiche e offese alla categoria degli egittologi. Un pezzo che non si può nemmeno definire clickbait perché le parti più estreme sono nel corpo del testo, fra l’altro consultabile dai soli abbonati.

Il giornalista va in difesa di Elon Musk prendendolo sul serio perché “ci sono ottime ragioni di pensare che una civiltà superiore abbia costruito le piramidi”. Le ragioni consistono nella solita sfiducia nelle capacità umane e nella mancanza di contestualizzazione dei dati storici. Secondo Sabadin, l’Egittologia non saprebbe rispondere a diverse domande: Com’è possibile che le piramidi siano state costruite senza mezzi adeguati? Per quale motivo? Perché quelle di Giza sono più grandi delle successive? Perché non sono stati trovati corpi al loro interno? Perché non sono iscritte? Perché i geroglifici, come le altre conoscenze scientifiche, sono apparsi all’improvviso? Se solo si fosse documentato su pubblicazioni del settore oltre che su blog di ufologia e su datati best seller di fantarcheologia (i cui autori sono stati costretti più volte a ritrattare le loro tesi di fronte a dati inconfutabili), Sabadin avrebbe letto di tutti quei lunghi processi evolutivi che hanno portato ai tratti caratteristici della civiltà egizia. Avrebbe saputo che i geroglifici non sono spuntati dal nulla, ma sono nati, come altre forme di scrittura, per questioni di controllo amministrativo: lo testimoniano le etichette con proto-geroglifici della tomba U-j di Umm el-Qa’ab (3320-3150 a.C.). Avrebbe visto i tanti tentativi che, da Djoser fino a Snefru, hanno permesso di arrivare alla forma classica piramidale ancor prima di Cheope. Avrebbe scoperto i motivi economici e ideologici che spiegano le minori dimensioni delle piramidi di V e VI dinastia. Sarebbe venuto a conoscenza delle evidenze archeologiche che illustrano come erano spostati i pesanti blocchi all’epoca. E così via. Poi, delle prove schiaccianti che legano Cheope alla Grande Piramide ho già parlato e non vorrei ripetermi per l’ennesima volta.

In realtà, tesi sugli antichi astronauti ci sono sempre state, anche se non mi sarei mai aspettato di trovarle riportate così acriticamente su un quotidiano di questo livello (e siamo troppo lontani dal 1 Aprile). D’altronde, già nel 1935 l’ufficiale britannico Noel Wheeler coniava la parola “pyramidiot” per definire i ciechi seguaci di certe ipotesi alternative. Proprio perché abituato, non mi sarei arrabbiato così tanto se il giornalista non avesse buttato fango sul nostro lavoro, rappresentando gli egittologi da un lato come una loggia massonica che tiene per sé chissà quale verità, dall’altro come pavidi bugiardi attaccati al posto di lavoro: “In pubblico ogni egittologo che tiene alla sua carriera non ha dubbi sul fatto che le tre piramidi di Giza siano state costruite da Cheope, Chefren e Micerino intorno al 2.500 a.C.. In privato molti cominciano ad ammettere che quella egizia è forse stata una civiltà «imitativa», che ha copiato da altri cose che non sapeva fare.”

Gli egittologi non hanno un editore che detta loro la linea da tenere. Studiano, raccolgono e analizzano dati, formulano ipotesi e le pubblicano, venendo poi valutati per i risultati raggiunti e per il metodo adottato. Sabadin è liberissimo di esprimere la sua opionione, anche se non supportata da prove, di ritenere più logico che “le tre piramidi di Giza siano state costruite da una civiltà superiore in un’epoca molto più antica”; ma, invece di mettere in dubbio la professionalità di seri studiosi sulla base di baggianate, forse farebbe bene a parlare con qualcuno di loro. Ne trova un bel po’ a soli 2,5 km dalla sede del giornale in cui lavora.

 

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Trasferiti al Museo Nazionale della Civiltà Egiziana 17 sarcofagi reali

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Sarcofago di Ahmose-Meritamon (ph. Ministry o Tourism and Antiquities)

In attesa della grande parata ufficiale che vedrà il trasferimento di 22 mummie reali dal Museo Egizio del Cairo al Museo Nazionale della Civiltà Egiziana di Fustat, nei giorni scorsi si è proceduto allo spostamento dei 17 sarcofagi che le accompagnavano.

Le bare lignee erano state scoperte nel 1881 nella cachette di Deir el-Bahari insieme ai corpi imbalsamati di 18 faraoni e 4 regine di XVII, XVIII, XIX e XX dinastia, oltre alle mummie di importanti personaggi della XXI dinastia e di individui non identificati. Tra i sarcofagi, che ora saranno puliti e restaurati, spiccano quelli del re di XVII din. Seqenenra Ta’o, della regina Ahmose-Nefertari e di sua figlia Ahmose-Meritamon (foto in alto), di Amenofi I, Thutmosi II, Thutmosi III, Ramesse II, Ramesse III e di Padiamon (che però conteneva i resti di Ahmose-Sitkamose).

Questo grande trasloco era stato deciso già nell’agosto del 2019 ed era previsto per lo scorso marzo, ma ovviamente il covid ha costretto a rimandare la data.

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Scoperti blocchi iscritti e statue dall’età ramesside al periodo copto nei pressi di Mit Rahina

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Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Il Ministero del Turismo e delle Antichità ha annunciato una serie di ritrovamenti effettuati dopo un intervento di emergenza nelle vicinanze di Mit Rahina, l’antica Menfi (20 km a sud del Cairo). Gli uomini del Supremo Consiglio delle Antichità hanno scoperto statue e blocchi iscritti in calcare e granito rosa e nero nel terreno di un privato cittadino prima dell’inizio di un progetto edilizio.

La maggior parte dei reperti – come dimostrano i cartigli – proviene da un tempio dell’età di Ramesse II (1279-1213 a.C.), ma ci sono anche pezzi più recenti, databili fino al periodo copto. I blocchi appaiono tutti sbozzati una seconda volta a indicare il loro riutilizzo per costruzioni successive.

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Gli Hyksos non invasero l’Egitto: nuovo studio conferma ciò che si sapeva già

Semitic people from Syria-Canaan invading Egypt, tomb wall at Beni Hassan, 1700 B.C, Einwanderung semitischer Familien in Agypte

Rappresentazioni di genti asiatiche, Aamu, con i capi definiti Hyksos, dalla tomba di Khnumhotep II a Beni Hassan,

Gli Hyksos, fenomeno che caratterizzò il II Periodo Intermedio, sono comunemente considerati il perfetto paradigma del popolo straniero invasore che interrompe la pace e la libertà di uno Stato ingiustamente soggiogato. Il filosofo Benedetto Croce, ad esempio, usò la loro presunta invasione dell’Egitto come metafora della parentesi illiberale del fascismo in Italia, “con la sola felice differenza che la barbarie di questi durò in Egitto oltre dugento anni, e la goffa truculenza e tumulenza fascistica si è esaurita in poco più di un ventennio” (Croce B., “La libertà italiana nella libertà del mondo”, in Scritti e discorsi politici: 1943-1947, vol. I).

Ma è proprio vero che le cose andarono così? Che l’Egitto si ritrovò controllato da gente straniera venuta improvvisamente da est? Un recente studio, portato avanti da Chris Stantis e dai colleghi della Bournemouth University e pubblicato su Plose One, sembrerebbe confutare la teoria dell’invasione.

Il team ha cercato di ricostruire l’origine geografica di una settantina di individui sepolti ad Avaris, l’odierna Tell el-Dab’a nel Delta orientale (120 km a NE del Cairo), città che divenne la capitale della dinastia Hyksos, la XV (1640–1530 a.C.). Per farlo ha confrontato la quantità di isotopi di stronzio (87Sr/86Sr) nei denti con il livello medio degli stessi nel suolo locale. Lo stronzio, infatti, è un metallo presente ovunque in natura e viene assorbito in piccole quantità, attraverso cibo e soprattutto acqua, dallo smalto dei denti durante la loro formazione.

Analizzando 36 scheletri di persone vissute nei 350 anni precedenti alla XV dinastia (XII-XIII din., 1991–1649 a.C.), è emerso che ben 24 di esse avrebbero trascorso la loro infanzia fuori dal Delta e dalla Valle del Nilo in generale. Essendo il fiume la fonte principale di stronzio, si presume quindi che ci fossero livelli simili in tutto l’Egitto. Questo dato indica una cospicua presenza straniera, proveniente da diverse zone, ad Avaris già da secoli. Il modello si ripete anche nei 35 individui collocabili nei cento anni di dominazione Hyksos, ma per assurdo diminuisce leggermente la componenente alloctona. Inoltre, in generale, sono state riscontrate più donne che uomini stranieri, particolare che poco si adatterebbe a un’invasione militare.

In conclusione, dallo studio – seppur limitato nel numero di campioni e da contestualizzare perché relativo a sole sepolture elitarie – emergerebbe una città multiculturale, caratterizzata da un continuo flusso migratorio già nel Medio Regno. Per questo, diversi giornali online hanno pubblicato articoli sensazionalistici in cui si celebra la scoperta come una sorta di debunking di una bufala storica saldamente radicata nelle convinzioni contemporanee. Peccato che tutto ciò si sapesse già da decenni, almeno da quando gli scavi iniziati nel 1966 della missione austriaca di Manfred Bietak confermarono l’identificazione di Tell el-Dab’a come Avaris.

 

Intanto c’è da fare una precisazione. Il termine Hyksos è la forma grecizzata di Hekau Khasut, cioè “Principi dei paesi stranieri”, epiteto con cui vengono indicati i sovrani della dinastia di Avaris nel Papiro dei Re di Torino e in altri testi presenti, ad esempio, su scarabei. La definizione è quindi relativa ai soli governanti, mentre le comuni popolazioni asiatiche che vivevano nel Delta orientale e nel vicino Levante erano chiamate Aamu.

Con la fine XIII dinastia (1725 a.C. circa), il potere centrale era ormai in crisi e la formazione di centri autonomi governati da signori locali frammentò l’unità dell’Egitto. Nell’area del Delta orientale ne approfittò quindi un’élite di origine straniera, comunque già presente in loco, per conquistare il potere e allargare il proprio dominio fino a Tebe. Con lo stesso meccanismo si formò, durante il Terzo Periodo Intermedio, anche la XXII dinastia (945-717 a.C.), retta dai rappresentanti di quella comunità libica che da tempo era inserita nel tessuto socio-economico egiziano.

Come detto, una progressiva penetrazione di popolazioni siro-palestinesi è attestata già a partire dalla fine della XII dinastia. Cultura materiale, tecnica edilizia, pratiche funerarie e onomastica sono chiare; armi e ceramica, case dalla pianta siriaca, sepolture all’interno dell’abitato, sacrifici di asini, nomi semitici, matrimoni misti indicano un insediamento asiatico ben integrato ad Avaris già almeno dal 1800 a.C. Tracce di distruzione sono invece quasi inesistenti e la città cominciò a dotarsi di una cinta muraria difensiva solo quando le mire espansionistiche dei sovrani tebani della XVII dinastia si facero sempre più pressanti.

Il finale dello scontro è noto: Ahmose, iniziatore della XVIII dinastia, proseguì la vittoriosa campagna di “riconquista” del predecessore Kamose, prendendo la capitale nemica e riunificando l’Egitto. Come si sa, sono i vincitori a scrivere la storia e la successiva accezione negativa degli Hyksos dipende proprio dalla retorica propagandisca dei re del Nuovo Regno. Quasi un secolo più tardi, ad esempio, Hatshepsut per legittimare il suo potere usava ancora il topos della cacciata dello straniero impuro nello Speos Artemidos a Beni Hassan: “Io ho restaurato quello che era distrutto, io ho rialzato quello che precedentemente era andato in frantumi, da quando gli Asiatici erano nel Delta ad Avaris, quando i nomadi andavano distruggendo quello che era stato fatto. Loro regnavano senza Ra”. A questa visione di parte hanno fatto poi riferimento Manetone nel III sec. a.C. e la vecchia storiografia di ‘800 e prima metà del ‘900.

Al contrario, la lettura di un documento coevo fornisce uno scenario completamente diverso della contesa. Nel famoso papiro matematico Rhind, copiato durante il regno del penultimo faraone Hyksos Apofi, c’è una breve nota che aggiorna sullo stato della guerra tra Nord e Sud che caratterizzò la fine del Secondo Periodo Intermedio. Lo scriba, dall’egizianissimo nome Ahmose, indica la data utilizzando ufficialmente gli anni di regno di Apofi e invece apostrafa il suo omonimo futuro riunificatore dell’Egitto, ormai minacciosamente quasi alle porte di Avaris, come “questo principe meridionale”.

D’altronde, anche in uno dei video divulgativi che, con l’associazione VOLO di Pisa, abbiamo realizzato due anni fa, la mia collega Camilla dice proprio: “In conclusione gli Hyksos non invasero l’Egitto in una singola campagna militare, ma s’inserirono nella società locale attraverso un fenomeno migratorio lento e graduale”.

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“L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” (Padova, 25 ott 2019 – 26 lug 2020)

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Per gli amanti dell’antico Egitto una presentazione di Giovanni Battista Belzoni sarebbe completamente superflua; per tutti gli altri il gigante padovano fu una delle figure cardine della nascita dell’egittologia all’inizio del XIX secolo, protagonista di grandi scoperte e altre imprese che, purtroppo, spesso non gli furono riconosciute dai suoi contemporanei.

Così, sulla scia del bicentenario dei tre viaggi in Egitto – effettuati tra 1816 e 1819 – e del ritorno in patria, nella sua città natale è stata organizzata una mostra che ho avuto modo di visitare solo adesso, a pochi giorni dalla chiusura. In ogni caso, avete ancora tempo fino a domani (26 luglio) per fare un salto al Centro Culturare Altinate San Gaetano e vedere “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi”.

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Ritratto di Belzoni, Museo di Arte Medioevale e Moderna di Padova

La mostra, curata da Francesca Veronese e da Claudia Gambino, è incentrata sulla personalità eclettica di Belzoni e ne racconta tutte l’eterogenee avventure: non solo le eccezionali gesta egittologiche – come il trasporto del colosso di Ramesse II al British Museum, l’ingresso nella Piramide di Chefren, l’aver liberato dalla sabbia il Tempio maggiore di Abu Simbel e la scoperta della tomba di Seti I – ma anche il passato da forzuto circense, gli studi di ingegneria idraulica, la vena artistica e l’ultima esplorazione – che gli fu fatale – verso Timbuctù.

L’esposizione comprende 150 oggetti – tra reperti archeologici, pubblicazioni e altri documenti dell’epoca, litografie, acquerelli, modellini – provenienti da Padova e da biblioteche e musei italiani e stranieri come l’Egizio di Torino, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, il Museo Civico Archeologico di Bologna, i Vaticani, il Louvre, il British Museum, la British Library ecc. In realtà, però, la componente più evidente è sicuramente quella grafica, grazie a ricostruzioni ambientali, grandi stampe alle pareti e video interattivi. In effetti, se si considera la lunghezza del percorso, i pezzi non solo molti, con una distribuzione che vede anche alcune sale con un singolo oggetto. Quindi, per lo story telling della mostra si è scelto di utilizzare soprattutto l’apparato visivo, tanto che i reperti sono spesso inseriti – cosa che ho apprezzato – in piccole vetrine come fossero parte dei disegni e dei rilievi riprodotti sui muri.

 

Oltre alle varie vicende relative all’esploratore, ci sono anche le classiche sale tematiche dedicate a religione, vita quotidiana, pratiche funerarie, mummificazione, ognuna raccontata per “bocca” di Belzoni stesso con brani tratti dalla sua autobiografia, il “Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia and of a Journey to the Coast of the Red Sea, in search of the ancient Berenice; and another to the Oasis of Jupiter Ammon”. In effetti, ho avuto la sensazione che, a discapito dell’approfondimento della sua vita, Giovanni Battista sia stato presentato quasi come fosse il curatore, l’autore dei testi. D’altronde, il titolo stesso della mostra pone l’accento più sull’Egitto che su Belzoni. Ma va specificato che tale valutazione non tiene in considerazione l’audioguida che non ho utilizzato. Quindi lo stesso ragionamento può essere fatto anche per l’apparato didascalico che non sempre spiega termini tecnici.

Il percorso espositivo, che si sviluppa quasi completamente nel primo piano del palazzo, prosegue al piano terra attraverso le ultime sale e l’ampio chiostro occupato dal modello in scala 1:15 della piramide di Chefren, alto ben 10 metri. Qui è riprodotta la grande firma che Belzoni lasciò nella camera funeraria, a testimonianza della delusione per la paternità rubata di molte scoperte e della voglia di rimarcare finalmente i suoi meriti.

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Scoperte a Taposiris Magna due mummie tolemaiche: vicini alla tomba di Antonio e Cleopatra? No.

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Source: Arrow Media

Ormai ogni singolo ritrovamento effettuato ad Alessandria e dintorni fa gridare alla scoperta eccezionale. Qualsiasi tomba venga fuori è subito collegata dai media ad Alessandro Magno o a Cleopatra e Marco Antonio. Ricorderete ad esempio il sarcofago nero che, secondo i giornali, avrebbe potuto conservare il corpo del condottiero macedone e che invece era pieno di ossa e liquami.

L’ultima notizia di questo tipo viene da Taposiris Magna, sito archeologico a una cinquantina di chilometri a ovest da Alessandria, che da anni è caratterizzato da speculazioni simili. L’apertura di una camera funeraria ancora sigillata con all’interno due mummie di età tolemaica, per giunta appartenenti a un uomo e a una donna, ha fatto incautamente pensare all’ultima dimora della regina e del triumviro.

Autori della scoperta sono i membri del team diretto dal 2005 da Kathleen Martínez, avvocatessa domenicana che – cito – ha trasformato la sua passione da tempo libero in una vera e propria missione archeologica. Probabilmente aiutata dal suo autofinanziamento, ha cominciato a scavare il tempio di Taposiris, dedicato a Iside da Tolomeo IV (222-204 a.C.), convinta di poter trovare la tomba di Cleopatra VII,  in barba alle fonti letterarie che la collocano ad Alessandria.

Tornando al topic dell’articolo, l’aperura di una piccola camera, scavata nella roccia e inclusa in una struttura ipogea multipla individuata a 500 metri dal tempio, è stata recentemente mostrata nel documentario di Channel 5 “The Hunt for Cleopatra’s Tomb” (in particolare dal minuto 20.00). Ancora sigillata da un muretto in blocchi di calcare, è la prima tomba inviolata scoperta nel sito e conteneva solo due mummie in cattivo stato per le infiltrazioni di acqua (foto in alto). Quella messa peggio, a sinistra, presentava i fragili resti di una copertura in cartonnage con la raffigurazione di uno scarabeo alato (imm. in basso a destra), e a un primo esame antropologico, è parsa appartenere a un uomo. È stato invece possibile trasportare fuori quasi interamente la Mummia 1, sulla destra, che è stata sottoposta a radiografia. Sotto la copertura, che conserva ancora tracce di foglia d’oro, è stato rilevato il corpo di una donna con ancora tutti gli organi interni.

Tipo di sepoltura, tecnica d’imbalsamazione e copertura in oro indicano che i defunti appartenevano ad alte classi sociali durante il periodo greco-romano. La Martínez va oltre, ipotizzando che i due possano essere stati sacerdoti preposti al culto di Cleopatra. La sepoltura fa infatti parte di una necropoli che si sviluppa attorno al cosiddetto “faro” o “torre di Abusir” (immagine in basso), una struttura che, sempre secondo la direttrice, sarebbe il segnacolo monumentale del tempio funerario dell’ultima regina tolemaica.

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Source: Channel 5

Senza sminuire l’importanza dell’ultimo ritrovamento, appare eccessivamente sensazionalistico lo stile comunicativo che accompagna da anni ogni risultato della missione. Ciclicamente tabloid e documentari parlano di indizi sulla fantomatica tomba di Cleopatra e ogni volta la scoperta è effettuata nell’ultima settimana di campagna, rimandando necessariamente a sviluppi futuri. Non bastano qualche moneta con l’effige della regina e i resti dell’armamentario di un soldato romano; in archeologia non si scava in cerca di qualcosa spinti da una convinzione pregressa, perché di Schliemann ce n’è uno solo.

 

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Scoperta la causa di morte della Mummia Urlante

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Source: Dr. Zahi Hawass Facebook

Tra le olre 50 mummie scoperte nel 1881 nella cachette reale di Deir el-Bahari (DB320), due in particolare colpiscono per le loro fattezze raccapriccianti. In entrambi i casi, i volti sono deformati da un urlo reso eterno dal processo d’imbalsamazione. Ma se per l’individuo maschile, il cosiddetto “Sconosciuto E”, sono già stati fatti esami ed è stata proposta una teoria che lo identificherebbe come Pentaur, figlio di Ramesse III coinvolto nella famosa “congiura dell’harem”, della “Sconosciuta A” fino ad ora si conosceva ben poco.

A differenza del presunto Pentaur, la donna ha beneficiato di una buona mummificazione, con bende di lino puro su cui sono scritti in ieratico il titolo di figlia e sorella reale e il nome Meritamon che, però, appartenendo a più principesse, non ne permette il riconoscimento sicuro.

Così, nell’ambito del progetto di studio delle mummie del Museo Egizio del Cairo, il celebre Zahi Hawass e Sahar Saleem, professore di Radiologia presso la Cairo University, hanno analizzato la “Mummia urlante” tramite radiografie e TAC, ricavando nuovi dati interessanti. Intanto l’età della morte è collocata tra i 50 e i 60 anni; poi è stato evidenziato il metodo di mummificazione che è consistito nell’eviscerazione, la sostituzione degli organi interni con impacchi, resine e spezie profumate e la mancata asportazione del cervello, ancora presente essicato sul lato destro del cranio. Quest’ultima pratica si adatterebbe di più, secondo Hawass, alla Meritamon figlia di Seqenenra Ta’o, faraone della fine della XVII dinastia.

Ma il risultato più importante riguarda la causa di morte e il conseguente motivo dell’urlo. La donna è forse deceduta sul colpo a causa di un infarto; è stata infatti rilevata una grave forma di aterosclerosi con l’avanzata calcificazione delle pareti delle arterie coronarie destra e sinistra, iliache, del collo, degli arti inferiori e dell’aorta addominale. La mummificazione sarebbe iniziata quando il corpo era ancora contratto per il rigor mortis. Per questo la donna ha le gambe accavallate e leggermente flesse, la testa reclinata verso destra e la mandibola abbassata.

Tuttavia, i risultati dello studio sono stati messi in dubbio da altri ricercatori: https://gizmodo.com/how-did-this-screaming-mummy-really-die-1844454580

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Tombaroli scoprono muro tolemaico a Nag Hammadi

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Source: Ministry of Tourism and Antiquities

La polizia egiziana ha arrestato 4 uomini intenti a scavare illegalmente resti archeologici a Nag Hammadi, località della provincia di Qena subito a nord dell’ansa del Nilo. I fermati avevano scoperto un muro di arenaria completamente coperto da geroglifici dal chiaro stile tolemaico. La datazione della struttura, che sarà scavata da una missione archeologica del Ministero delle Antichità, è stata confermata dai cartigli di Tolomeo IV (222/221-204 a.C.).

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Source: Ministry of Tourism and Antiquities

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Abido, scoperte inusuali camere scavate nella roccia

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Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Stavano indagando un’area desertica a sud del cimitero reale di Umm el-Qa’ab, ad Abido, alla ricerca di antica attività umana, quando i membri del team egiziano diretto da Mohammed Abd el-Badi ha scorto una strana fila di buchi sulla falesia. Si tratta di una serie di aperture, tutte alla stessa altezza, che conducono a camere scavate nella roccia. Queste stanze, alte al massimo 1,20 m, sono singole o unite in gruppi di due, tre o cinque tramite finestre sulle pareti interne.

La datazione dell’insolita struttura, forse risalente al Periodo Tardo e tolemaico, è fornita dalla ceramica presente e da un unico graffito che cita il nome di un certo Khonsuenhorus, di sua madre Amenirdis e della nonna Neshorus. Per il resto, a esclusione di qualche nicchia e panca ricavate dalla roccia, non c’è nessun tipo di decorazione.

Anche la funzione è alquanto incerta. Le camere non dovrebbero essere sepolture; al contrario, secondo Matthew Adams, co-direttore della vicina North Abydos Expedition, la posizione nella Valle Sacra e la connessione a pozzi e a vene d’acqua naturali potrebbero suggerire un ruolo religioso.

 

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