Saqqara, scoperta tomba di funzionario della VI dinastia

ph. Jarosław Dąbrowski / PCMA

La missione polacca diretta da Kamil Kuraszkiewicz (Università di Varsavia) ha scoperto a Saqqara la tomba di un funzionario vissuto durante la VI dinastia. L’uomo, chiamato Mehtjetju, era Sovrintendente ai documenti segreti del faraone Userkara (2330 a.C. circa), Ispettore della tenuta reale e sacerdote presso la piramide di Teti. La sepoltura si trova più precisamente sulla sponda orientale del grande fossato che è a ovest del complesso di Djoser.

Per il momento gli archeologi hanno liberato dalla sabbia solo la facciata della cappella funeraria e non sono ancora entrati nella struttura, ma è stato già possibile leggere nome e titoli del defunto. Tuttavia, appare già evidente come la decorazione non sia stata completata perché ci sono ancora i disegni preparatori per scene di portatori di animali da sacrificare (bovini, stambecchi e orici), tracciati in inchiostro nero sull’intonaco (foto in alto). Bisognerà quindi aspettare la prossima campagna di scavo.

https://scienceinpoland.pl/en/news/news%2C92163%2Cpolish-researchers-find-tomb-official-responsible-pharaohs-secret-documents.html

ph. Jarosław Dąbrowski / PCMA
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Riemergono i colori originari del Tempio di Esna

Source: Ahmed Amin / Ministry of Tourism and Antiquities

Il Tempio di Esna continua a restituire i suoi magnifici colori originari rivelando particolari finora inediti.

Il santuario fu costruito 60 km a sud di Luxor in epoca tolemaica per il dio Khnum, le sue consorti Menhit e Nebtu, loro figlio Heka e per la dea Neith. Tuttavia, la sua vasta decorazione, che risale soprattutto al periodo romano, dall’imperatore Claudio (41-54) a Decio (249-251), era coperta da spessi strati scuri di fuliggine e guano.

Il team egiziano-tedesco diretto da Christian Leitz (Università di Tübingen), in collaborazione con Daniel von Recklinghausen e Hisham El-Leithy e Mustafa Ahmed (Ministero del Turismo e delle Antichità), sta per l’appunto effettuando un’importante opera di pulizia, restauro e documentazione fotografica delle pareti che servirà ad aggiornare il lavoro di pubblicazione dei testi del tempio, portato avanti per anni dall’egittologo francese Serge Sauneron (Esna, vol. II-IV, VI, VII).

Source: Ahmed Amin / Ministry of Tourism and Antiquities

Dopo le scoperte “astronomiche” di due anni fa, dalle superfici che sembravano nere sono emersi “nuovi” rilievi. In particolare, sul soffitto in corrispondenza con l’ingresso sono state scoperte due file di 46 rapaci dalle ali spiegate, raffiguranti in alternanza la dea avvoltoio Nekhbet, protettrice dell’Alto Egitto, e la dea cobra Uadjet con la corona rossa del Basso Egitto (foto in alto). Nei cartigli ripuliti è possibile leggere, tra gli altri, il nome di Tito (79-81).

Al regno di Domiziano (81-96), invece, risale un’iscrizione in rosso sul lato occidentale dell’edificio che reca dal data del 5 del mese di Epiphi, corrispondende alla fine di giugno o inizio di luglio, e che potrebbe indicare la fine dell’intervento edile dell’imperatore sul tempio.

Al momento è stata ripulita, restaurata e documentata più della metà dei soffitti, oltre a otto delle 18 colonne e i due architravi della sezione centrale.

https://uni-tuebingen.de/en/university/news-and-publications/press-releases/press-releases/article/spektakulaere-deckengemaelde-im-tempel-von-esna-entdeckt/

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Verso l’apertura del Grand Egyptian Museum

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Forse ci siamo. Dopo continui rinvii, a quanto pare il Grand Egyptian Museum è vicinissimo al suo completamento e alla tanto attesa inaugurazione, prevista per la fine del 2022. Infatti, durante una recente riunione di coordinamento tra i vertici del Ministero del Turismo e delle Antichità e del Nucleo ingegneristico delle Forze Armate, sono stati forniti aggiornamenti sull’andamento del gigantesco cantiere del museo archeologico situato a Giza, a due passi dalle piramidi.

I lavori di costruzione, compresa la realizzazione degli edifici accessori e del sistema stradale, dovrebbero finire entro il 30 Giugno, mentre la sistemazione degli interni, delle vetrine e delle aree commerciali si protrarrà non oltre il 30 Settembre. In questo modo, seppur non sia stata ancora fornita una data ufficiale, sarà possibile rispettare un’importantissimo anniversario dell’Egittologia, cioè il centenario della scoperta della Tomba di Tutankhamon, o più probilmente dell’accesso all’Anticamera avvenuto il 26 Novembre 1922.

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Scoperto nei pressi di Alessandria un laboratorio di epoca romana per la produzione della ceramica

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

A Tabba Matouh, sito a ovest di Alessandria, è stato scoperto un laboratorio per la fabbricazione di ceramica risalente al periodo romano. La struttura comprendeva una serie di fornaci, tra cui due scavate nella roccia (foto in basso), e altri ambienti utilizzati anche in epoca bizantina per la produzione della calce.

Poco più a sud del laboratorio, la missione egiziana del Consiglio Supremo delle Antichità ha individuato un altro edificio che serviva come ripostiglio per utensili di uso quotidiano, come stoviglie e vasi da cucina, pestelli, macine, fusi da telaio ecc. Un ultimo locale era forse adibito alla cottura e alla vendita di cibo come dimostra la presenza di fornelli, anfore con resti di lische di pesce e diverse monete, di epoca tolemaica, sparse sul pavimento. In una stanza adiacente, su una pedana rialzata sono stati ritrovati frammenti di statuette votive in terracotta raffiguranti un faraone, Bes, Arpocrate e divinità femminili (foto in alto).

Tuttavia, l’area doveva essere frequentata anche in epoche più antiche come dimostra una necropoli di un centinaio di tombe scavate nella roccia che è stata intaccata dalla costruzione del laboratorio per la ceramica.

Source: Ministry of Tourism and Antiquities
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“Moon Knight”: la spiegazione di tutti i riferimenti all’antico Egitto

Con il sesto e ultimo episodio, mercoledì scorso si è conclusa su Disney+ la nuova miniserie Marvel “MOON KNIGHT” che, così come il fumetto da cui trae ispirazione, attinge ampiamente a storia, archeologia e religione dell’antico Egitto. In questo articolo proverò a spiegare tutti i riferimenti egittologici, ma se ne avete individuati altri, segnalatemeli nei commenti! Di conseguenza ci saranno spoiler, quindi consiglio caldamente a chi non ha visto l’intera serie di tornare più tardi o al massimo leggere il pezzo relativo ad ogni puntata.

Devo ammettere che, fino al lancio dei primi trailer, non conoscevo l’esistenza di un supereroe che deve i suoi poteri a una divinità egizia, così mi sono documentato leggendo qualche albo che lo riguarda, in particolare la raccolta “Lunatico”, con i numeri del 2016 di Greg Smallwood e Jeff Lemire. In realtà, la prima apparizione di Moon Knight risale addirittura al 1975 come antagonista in “Werewolf by Night”, ma, grazie all’apprezzamento dei lettori, intensificò la sua presenza in fumetti di personaggi più famosi, fino ad ottenere una serie personale dal 1981. Molto brevemente, il Cavaliere della Luna è l’alterego (uno dei tanti, come vedremo) di Marc Spector, mercenario americano che, in fin di vita, viene salvato dal dio Khonshu al quale consacra la sua esistenza come protettore dei viaggiatori della notte. Ma caratteristica principale del personaggio è la coesistenza di diverse identità che, nel corso degli anni, sfocerà in una psiche frammentata e in un disturbo della personalità multipla. Fino alla fine, infatti, non sarà chiarò se quello che stiamo vedendo sia l’effettiva realtà o una proiezione della mente malata del protagonista.

Già dall’evento scatenante, gli intrecci con la civiltà nilotica sono continui e cose di cui parlare quindi ce ne sono molte. La serie – affidata fra l’altro a un regista egiziano, Mohamed Diab – si è avvalsa della consulenza di un egittologo, Zoltán Horváth del Museo di belle arti di Budapest, ma non per questo è scevra da errori. Alcune sviste dipendono dall’aderenza al fumetto, altre per evidenti scelte di marketing, altre ancora dal fatto che nessuna scena, come spesso accade, è stata girata in Egitto. Ma è apprezzabile l’utilizzo dell’antica lingua egizia per alcune delle invocazioni del villain Arthur Harrow (Ethan Hawke). C’è infine da sottolineare che Oscar Isaac, l’ottimo attore che impersonifica Moon Knight, ha già curiosamente ricoperto un ruolo “egizio” per la Marvel nel film “X-Men – Apocalisse“.

1° Episodio – Il dilemma del pesce rosso

A sinistra: il museo in cui lavora Steven; a destra: la vera facciata del British Museum

Steven Grant è un commesso del bookshop di un museo archeologico di Londra. Seppur non venga direttamente citato, è chiaro ci si riferisca al British Museum che conserva una delle collezioni egizie più importanti in assoluto. Tuttavia, la serie è stata girata nel Museo Nazionale Ungherese a Budapest, la cui facciata neoclassica si avvicina molto a quella del British.

Il vero Colosso di Ramesse II al British Museum (destra) e la riproduzione nella serie (sinistra)

Gli stessi reperti mostrati in puntata sono tutti oggetti di scena creati ad hoc su modello di famosi pezzi provenienti da musei di tutto il mondo. Ci sono sicuramente antichità del British, come il Gatto Gayer-Anderson, alcune statue di Sekhmet e soprattutto il cosidetto “Giovane Memnone” (foto in alto a destra), ma si riconoscono altre opere iconiche: dal Museo Egizio del Cairo, le maschere funerarie d’oro dalla necropoli reale di Tanis, la statua-rebus di Ramesse II e le versioni in miniatura di Ramesse III tra Horus e Seth e di Chefren seduto in trono; dal Luxor Museum la statua di Nebra e di Ramesse VI con nemico; dal sito di Menfi, la statua colossale di Ramesse II (ma in piedi); dal Kherma Museum in Sudan, il gruppo di statue di faraoni della XXV din. e re kushiti della cachette di Dukki (frame in alto a sinistra); ecc. Altri invece sono frutto di fantasia, come i 4 pilastri al centro della sala principale del museo che mostrano scene prese dal papiro di Hunefer.

A sinistra: Harrow con il suo scettro e il tatuaggio della bilancia; a destra: cap. 125 del Libro dei Morti dal Papiro di Hunefer

Nonostante il suo lavoro si limiti a vendere souvenir, Steven si mostra un esperto di religione egizia e si stupisce che nella cartellonistica del museo si pubblicizzi una mostra sull’Enneade con 7 dèi al posto di 9… ma poi cita erroneamente Horus (per la composizione dell’Enneade, rimando al 3° episodio). In effetti, il nostro protagonista passa notti intere a studiare libri di egittologia, soprattutto per combattere i suoi disturbi del sonno che, come presto si vedrà, hanno una causa ben più complessa. A un certo punto, infatti, Steven si risveglia all’improvviso in un borgo alpino, braccato dagli adepti di una setta armata. A capo di questi invasati c’è Arthur Harrow che, grazie ai poteri conferitigli da Ammit (che invoca gridando in antico egiziano: “dwA ammwt” = “lode ad Ammit”), giudica le persone anche per i loro peccati futuri. Non a caso, sull’avambraccio destro, Harrow ha il tatuaggio di una bilancia che si anima durante il giudizio e che fa riferimento alla Pesatura dell’anima o Psicostasia del capitolo 125 del Libro dei Morti. In questo gruppo eterogeneo di formule magico-religiose che servivano a superare ostacoli e pericoli nell’aldilà, il defunto, di solito accompagnato da Anubi, subiva la prova finale: il cuore, sede del pensiero, delle emozioni e della memoria, era posto sul piatto di una bilancia e pesato in contrapposizione alla piuma di Maat, simbolo di verità e giustizia, con cui doveva trovarsi in equilibrio. In caso contrario, l’organo sarebbe stato gettato in pasto ad Ammit, la “Grande divoratrice”, mostro ibrido dalla testa di coccodrillo, zampe anteriori di leone e posteriori di ippopotamo. Per questo motivo, il bastone di Harrow è decorato con due teste di coccodrillo. Nella serie Ammit ha un ruolo meno passivo ed è tratteggiata come una pericolosa divinità in cerca di una discutibile giustizia preventiva che, per questo, era stata intrappolata dagli altri dèi.

A sinistra: lo scarabeo-bussola di Ammit; a destra: scarabeo alato in faience, Periodo Tardo, Metropolitan Museum 30.8.1082a-c

Tuttavia, Harrow e i suoi accoliti vogliono riportare Ammit sulla terra ed hanno quindi bisogno di trovare la sua tomba, la cui ubicazione è indicata da uno scarabeo alato d’oro. Gli Egizi identificavano lo scarabeo stercorario con Khepri, il sole mattutino nascente, per il particolare comportamento dell’insetto che trasporta con le zampe palle di escrementi; di conseguenza, lo rappresentavano nell’atto di innalzare il disco solare. In ambito funerario, lo scarabeo era simbolo di rinascita e il suo amuleto veniva posto come protezione beneaugurante sul petto delle mummie. Il nome di Khepri appare proprio tra i geroglifici incisi sullo scarabeo dorato che corrispondono a una breve porzione del capitolo 17 del Libro dei Morti, scritta in modo speculare sulle due elitre del coleottero:

i xpri Hry-ib wiA=f pAwty Dt=f nHm=k Wsir Imn-Htp mAa-xrw” = “Oh Khepri, nel mezzo della sua barca, il cui corpo è primigenio, salva l’Osiride Amenofi, giusto di voce”.

Questa chicca si deve sicuramente alla consulenza dell’egittologo, ma personalmente – visto che lo scarabeo punta come una bussola alla tomba di Ammit – avrei sostituito con il suo nome quello di Amenofi (o Amenhotep) che qui ha poco senso.

La prima trasformazione di Moon Knight

Successivamente scoppia una colluttazione per accaparrarsi lo scarabeo d’oro e Steven sembra non riuscire a controllare a pieno il suo corpo perché mosso dalla voce di un’entità misteriosa e da una seconda personalità, il mercenario Marc Spector, con cui si alterna nei momenti di black out mentale. Si deve arrivare alla fine dell’episodio per far sì che Steven diventi pienamente consapevole del suo ego dissociato. Di nuovo a Londra dopo un salto temporale e spaziale, infatti, è costretto ad affidarsi al più risoluto Marc quando viene di nuovo raggiunto da Harrow che, nel museo ormai chiuso, prima prova a giudicarlo con il suo bastone e poi gli scaglia contro un mostro umanoide dalle fattezze di cane. La creatura si rifà ovviamente ad Anubi, dio della mummificazione e protettore delle necropoli, raffigurato, per l’appunto, con la testa di sciacallo. Nella scena conclusiva, in un bagno che magicamente viene ricoperto di testi geroglifici luminosi, si vede la prima trasformazione in Moon Knight, tra gli dèi Thot e Horus (immagine in alto).

2° Episodio – Evoca il costume

A sinistra: Khonshu nella serie Marvel; al centro: statua di Khonsu da Karnak, NMEC; a destra: rilievo con Khonsu da Karnak

Il costume di Moon Knight, oltre a mantello e cappuccio bianco, è composto da bende di lino che ricoprono il corpo di Marc durante la trasformazione. Inoltre, sul petto c’è un crescente lunare che è il simbolo della divinità egizia di cui l’eroe è l’avatar sulla terra: Khonshu. Khonsu (più propriamente senza la “h” finale, ma comunque da pronunciare “su” e non “sciu” come si sente in giro) era effettivamente il dio della luna, ma era di solito rappresentato come un bambino mummificato (foto in alto al centro). Faceva infatti parte della triade divina della città di Tebe, l’attuale Luxor, come figlio di Amon e Mut, e insieme venivano venerati nel grande complesso templare di Karnak. Alcune volte era ritratto con la testa di falco (immagine in alto a destra), come Horus ma con disco e crescente lunare sul capo; sicuramente non come l’uccello scheletrico dal lungo becco che si vede nella serie e nel fumetto, più adatto all’ibis di Thot (iconografia che, detto sotto voce, a me piace tantissimo!). Lo stesso ruolo vendicativo e violento del dio si distacca da quello che ha nel pantheon egizio nelle sue attestazioni più tarde. Invece, negli antichi Testi delle Piramidi (XXIV sec. a.C. circa), più precisamente nel cosiddetto “Inno cannibale”, si legge un breve accenno a Khonsu come colui che uccide e fa a pezzi gli altri dèi affinché il faraone defunto potesse cibarsi delle loro membra e acquisirne la forza (Pyr. 402).

Intanto fa la sua apparizione anche Layla El-Faouly (May Calamawy), moglie di Marc e figlia di un archeologo egiziano morto a causa di soldati predoni di tombe. Layla e Steven/Marc capiscono di dover trovare la sepoltura di Ammit prima di Harrow e quindi si recano in Egitto.

3° Episodio – Un tipo amichevole

A sinistra: la sala degli dèi nella Grande Piramide; a destra: schema dell’interno della Piramide di Cheope

Marc e Khonshu cercano di fermare Harrow chiedendo agli altri dèi un’udienza che viene convocata nella Piramide di Cheope a Giza. All’interno della struttura, una gigantesca stanza arriva quasi fino al pyramidion ed è decorata da improbabili statue più adatte al set del film “Cabiria” del 1914 (in alto a sinistra). In realtà, la Grande Piramide, salvo pochi ambienti e corridoi, è quasi completamente piena, ma si può giustificare la scelta con un’ipotetica dimensione divina alternativa. Un portale conduce in sala gli avatar degli dèi dell’Enneade, tra cui vengono citati Horus, Iside, Tefnut, Osiride e Hathor. L’Ennade eliopolitana era un gruppo di nove divinità celebrato soprattutto nella città di Eliopoli, importante centro del culto solare che coincide con l’odierno quartiere di Matariyya al Cairo e dove forse sarebbe stato meglio ambientare l’udienza. Inoltre, la composizione originaria della Grande Enneade prevedeva Atum (dio creatore primigenio), Shu e Tefnut (la prima coppia divina), Geb e Nut (terra e cielo), Osiride (sovrano dell’Aldilà), Iside (dea della fertilità e della magia), Seth (dio del caos e del deserto) e Nefti (protettrice dei morti).

L’avatar di Hathor, dea dell’amore, è stato chiaramente inserita per farla velatamente flirtare con Marc a cui, nonostante il consiglio degli dèi giudichi Harrow non colpevole, dice che nemmeno loro sanno dove sia sepolta Ammit, ma gli consiglia comunque di cercare il sarcofago nero di Senfu, medjay incaricato di documentare la posizione della tomba. I Medjay in origine erano una popolazione nubiana del deserto orientale, ma poi il termine venne adottato per indicare corpi speciali dell’esercito e della polizia. Questa attribuzione è stata spesso sfruttata nel cinema e nei videogiochi per creare personaggi con il ruolo di guardiano/guerriero. Possiamo ricordare, ad esempio, Ardeth Bay e i suoi compagni nel film “La Mummia” del 1999 o Bayek del gioco “Assassin’s Creed: Origins”.

A sinistra: la piramide di cristallo di Mogart con il sarcofago nero di Senfu; a destra: la mummia con il cartonnage

Il sarcofago in granito nero, insieme a un secondo sarcofago antropoide in legno e alla mummia, sono esposti in una piramide di cristallo, simil-Louvre, nel giardino del collezionista Anton Mogart. Layla, che conosce Mogart per la sua attività nel mercato nero di antichità, cerca di distrarlo mentre Steven studia il corpo di Senfu. La donna tira in ballo, citandola proprio in tedesco, la parola “Stundenwachen”, come se i testi iscritti nella parte interna del coperchio del sarcofago si riferissero a questo concetto egittologico estremamente tecnico, ma non adatto al contesto. Gli Stundenwachen (Veglia oraria) sono infatti formule da recitare e riti da officiare durante la veglia di un giorno, diviso in 24 ore, sul corpo di Osiride, ma sono noti da testi riportati sulle pareti di templi di epoca greco-romana.

Comunque Steven recupera un pezzo della copertura in cartonnage della mummia che risulta una mappa astrale con le coordinate per trovare la tomba di Ammit. Il cartonnage era una tecnica utilizzata per realizzare maschere funerarie, sarcofagi o altri oggetti del corredo con strati sovrapposti di lino o papiro stuccati e dipinti, un po’ come la cartapesta. Quello che Steven maneggia, invece, sembra più un origami in cuoio a forma di stella a cinque punte.

4° Episodio – La tomba

A sinistra: gli ushabti delle divinità imprigionate; a destra: ushabti del Museo Civico Archeologico di Bologna

Le coordinate ricavate dal cartonnage di Senfu si riferiscono alla situazione astrale di circa 2000 anni fa, così Khonshu è costretto a muovere la volta celeste per permettere a Steven e Layla di calcolare la posizione della sepoltura di Ammit. Il gesto, fin troppo appariscente perché la popolazione vede le stelle muoversi vorticosamente nel cielo notturno, scatena l’ira degli dèi dell’Enneade che intrappolano Khonshu in un ushabti e lo mettono insieme alle altre statuine delle divinità decadute (immagine in alto a sinistra). Qui il riferimento egittologico è un po’ stiracchiato perché gli ushabti, tra gli oggetti più tipici della tradizione funeraria egizia, erano figurine poste, a partire dal 1900 a.C. circa, nelle tombe per garantire una funzione specifica. Realizzate di solito con misure che andavano dai 2 ai 20 cm e in diversi materiali (legno, pietra, faience, fango, terracotta, metallo), queste statuine in un primo momento replicavano l’aspetto del defunto, ma con il tempo il loro numero aumentò e divennero veri e propri servitori che lavoravano al posto del morto nell’aldilà. Data l’importanza del Nilo nella vita quotidiana dell’antico Egitto, l’esistenza dopo la morte era infatti immaginata come un fertile paesaggio agricolo in cui tutti avevano i propri obblighi. Gli ushabti quindi si attivavano magicamente grazie a una formula che poteva essere iscritta sul loro corpo (il capitolo 6 del Libro dei Morti) e compivano tutti quei lavori che sarebbero toccati al defunto per l’eternità: arare la terra, scavare canali per l’irrigazione, spostare la sabbia da una riva all’altra del fiume, ecc. Non a caso, una delle ipotesi sull’etimologia del nome li identifica come “coloro che rispondono (alla chiamata)”. Dal I millennio a.C., il loro numero si stabilizza – teoricamente – sulle 401 unità, corrispondenti a un operaio per giorno dell’anno più un caposquadra ogni 10 lavoratori. Nella loro forma standardizzata, gli ushabti erano rappresentati con un corpo mummiforme nell’atto di sorreggere attrezzi agricoli, come zappa, piccone e cesta per i semi. E in questo almeno, le statuette mostrate in Moon Knight si avvicinano all’iconografia classica, soprattutto grazie alle braccia incrociate sul petto. Ma quindi agli dèi non occorrevano ushabti? Ehm, no… a parte, in un certo senso, rarissime eccezioni, come nel caso delle statuine a testa di toro poste nel Serapeo di Saqqara vicino i grandi sarcofagi in cui erano deposti gli animali considerati reincarnazioni viventi del dio Apis (qui un esempio dal Louvre).

Steven e Layla riescono a trovare la tomba che si trova in pieno deserto (in realtà lo Wadi Rum in Giordania) e si accorgono che la struttura sotterranea labirintica è a forma di udjat, l’occhio di Horus. Sembra infatti che, oltre alla sepoltura, ci siano veri e propri laboratori di mummificazione in cui sacedoti-heka, tumulati vivi per proteggere il faraone, eviscerano chi cerca di profanare il luogo. Questo è un classico cliché della letteratura e del cinema che, tuttavia, non ha fondamento. Ad eccezione di precoci casi risalenti ai primi regni del Protodinastico (intorno al 3000 a.C.), infatti, non sono attestati sacrifici umani in Egitto né tanto meno deposizioni coatte di servitori o membri della corte. Inoltre, sebbene il concetto di Heka, riassumibile banalmente nella magia, sia applicabile al contesto mostrato, i sacerdoti rappresentati alle pareti hanno pelli di leopardo addosso quindi sono preti-sem, che avevano un importante ruolo durante i riti funerari.

A sinistra: i piedi del sarcofago dorato di Tutankhamon; al centro: la tomba di Alessandro Magno nella serie; a destra: KV9, Valle dei Re

La camera sepolcrale presenta un collage di elementi appartenenti a epoche diverse. La struttura generale si rifà a tombe reali del Nuovo Regno, in particolare alla KV9 nella Valle dei Re, realizzata per Ramesse V e utilizzata da Ramesse VI (1144-1136 a.C.), di cui sono riconoscibili diverse copie delle pitture parietali (due esempi in alto). Il sarcofago, almeno per la parte dei piedi, trae spunto da quello esterno di Tutankhamon; altri oggetti del corredo, invece, vanno dal Medio Regno al Periodo Tardo (vedi immagine in basso) e si vede addirittura una statua equestre in bronzo a grandezza naturale di foggia chiaramente greco-romana. Bucefalo?

Alcuni oggetti nella tomba di Alessandro Magno: modellino funerario con soldati dalla tomba di Mesehti, XI din. (Museo Egizio del Cairo) e statuetta di Ibis, Periodo Tardo (Museum of Fine Arts, Houston)

Effettivamente, la tomba appartiene ad Alessandro Magno (356-323 a.C.), come si legge dal nome, scritto non proprio in maniera esatta, in cartigli sul sarcofago e sulle pareti. Il condottiero macedone è sì stato sepolto nell’Egitto che aveva precedentemente conquistato, ma le fonti lo collocano prima a Menfi e poi ad Alessandria, in un mausoleo non ancora individuato e che con tutta probabilità non assomigliava in alcun modo alla tomba mostrata nella serie. L’ushabti di Ammit comunque si trova nella bocca della mummia di Alessandro. Steven riesce a recuperarlo, ma è anche raggiunto da Harrow che lo uccide – almeno apparentente – con un colpo di pistola in pieno petto.

5° Episodio – Asylum

A sinistra: Steven e Marc nell’ospedale psichiatrico incontrano Tauret; a destra: statuina in legno della dea, XIX din., Museo Egizio di Torino

Fine della storia? Naaa… ci sono ancora due episodi. Dopo il colpo di pistola, infatti, Marc si risveglia nell’ufficio del direttore di un istituto psichiatrico, il Dr. Harrow. Sembrerebbe quindi che tutto ciò che è accaduto fosse solo una proiezione della sua mente. Ma fuggendo dalla sala, incontra un sarcofago egizio al cui interno è chiuso Steven. In cerca di un’uscita, i due, per la prima volta fisicamente divisi, finiscono al cospetto dell’imponente figura della dea ippopotamo Taweret che, con una vocina dolce e amichevole, spiega loro che effettivamente sono morti e che ciò che vedono è la Duat, l’oltretomba dell’antico Egitto manifestatosi in una forma comprensibile dalle loro capacità cognitive. Taweret, chiamata anche Tauret, Tueret o Tueris, era una divinità molto popolare nei culti domestici perché protettrice dei bambini e delle partorienti e perché legata al concetto di fertilità. In ambito funerario, invece, aveva un ruolo secondario di garante della rinascita dopo la morte e di guida nel viaggio nell’aldilà. In tal senso, Anubi sarebbe stato più adatto alla guida della barca solare, ma il personaggio pacioccoso della serie servirà sicuramente a vendere action figures e peluche.

A sinistra: la prima barca solare di Cheope; a destra: la barca che conduce Marc e Steven verso i Campi di Iaru

Marc e Steven cominciano ad attraversare la Duat, giustamente raffigurata come un deserto notturno. L’imbarcazione in cui viaggiano prende spunto dalla prima barca solare di Cheope (foto in alto a destra), fino a poco tempo fa esposta ai piedi della Grande Piramide, ma ora conservata presso il Grand Egyptian Museum di Giza. Durante il percorso, Taweret ruba ad Anubi anche il compito di prendere i cuori, che effettivamente hanno la forma dell’amuleto-ib, e di pesarli con la piuma di Maat. I bracci della bilancia non sono in equilibrio, quindi i due devono tornare dentro la struttura per risolvere traumi del passato prima che gli spiriti della Duat arrivino a prenderli.

A sinistra: bronzetto di Orisiride, Periodo Tardo, Metropolitan Museum; al centro: la barca funeraria va verso il Portale di Osirde; a destra: falsa porta, V din., Museo Civico Archeologico di Bologna

Ripercorrendo i ricordi, si viene a sapere che Steven altri non è che un’identità dissociata creata da Marc quando, da bambino, subì la morte del fratellino e le conseguenti violenze della madre che gli diede la colpa della disgrazia. Per questo l’equilibrio si ottiene solo quando Steven cade dalla barca e diventa una statua di sabbia. Questo avviene proprio in prossimità del Portale di Osiride, il passaggio che collega la Duat con la sfera terrena (in alto al centro). L’iconografia scelta si rifà giustamente alla stele falsa-porta (immagine in alto) che, nelle tombe dell’Antico Regno, era un elemento architettonico che simbolicamente permetteva all’anima del defunto, il ka, di ricevere le offerte e di muoversi tra l’aldilà e il mondo dei vivi. Accanto al cancello si vedono quattro enormi statue che hanno la forma delle statuette di bronzo di Osiride (in alto a sinistra), raffigurato mummiforme, con barba posticcia, scettro heqa e il flagello nekhekh in mano e corona atef sulla testa (corona bianca più piume di struzzo laterali).

6° Episodio – Dèi e Mostri

A sinistra: Marc nei Campi di Iaru; a destra: vignetta del Cap. 110 del Libro dei Morti di Ani, British Museum

Con il sacrificio di Steven, Marc può finalmente arrivare nei Campi di Iaru, un infinito campo di grano permeato di tranquillità e di una calda luce soffusa. I Campi di Iaru, letteralmente “Campi di Giunchi/Canne”, sono descritti nei capitoli 109, 110 e 149 del Libro dei Morti e possono considerarsi – tra mille virgolette – come il paradiso dell’antico Egitto. Questo luogo dell’aldilà era rappresentato come un fertile paesaggio coltivato, solcato da freschi canali d’acqua, in cui il defunto, nonostante dovesse compiere diversi lavori agricoli (ma tanto li passava agli ushabti), viveva un’eternità felice e pacifica (immagine in alto a destra). Il concetto di base mette in contrapposizione la verde Valle del Nilo con l’arido deserto. Nei più antichi Testi delle Piramidi, invece, la volta celeste era divisa in due parti, settentrionale e meridionale, rispettivamente occupate dai Campi delle Offerte e, per l’appunto, dai Campi di Iaru che erano solo una tappa momentanea di purificazione durante l’ascesa al cielo. Solo dai Testi dei Sarcofagi, diventarono la destinazione finale, probabilmente posta a est, in corrispondenza con la fine del viaggio notturno del Sole.

Ammit divora le anime dei cittadini del Cairo

Nonostante la beatitudine raggiunta, Marc decide di tornare indietro e di recuperare Steven, anche perché, nel frattempo, Harrow ha rotto l’ushabti di Ammit ed è riuscito a invocarla. L’iconografia della creatura si allontana da quella originale prettamente animale e presenta, come già nei fumetti, un corpo umano con testa e coda di coccodrillo, chioma leonina legata in ciocche e abito e voce femminili. D’altronde, il genere scelto dagli Egizi per la “Grande divoratrice” è chiaro fin dalla desinenza femminile finale -t nel nome. Fedele alla sua definizione, quindi, una gigantesca Ammit a Giza comincia a ingurgitare le anime dei cittadini del Cairo che sono giudicati da Harrow e dai suoi compagni (immagine in alto).

A sinistra: Layla diventa Scarlet Scarab; a destra: Nefti alata su uno degli angoli del sarcofago di Tutankhamon (f. osirisnet.net)

La situazione è grave. Per fermare Ammit c’è bisogno di più forze, così Layla riesce a liberare Khonshu rompendone l’ushabti, fa tornare in vita Marc e a sua volta diventa avatar di Taweret indossando un costume con ali metalliche. Questa forma è una reinterpretazione degli sceneggiatori che hanno preso un personaggio maschile della Marvel già esistente, Scarlet Scarab, e lo hanno trasformato in un’eroina con poteri diversi. Nell’iconografia religiosa egizia, molte dee vengono rappresentate con ali di rapace e le braccia aperte in un gesto di protezione, spesso in ambito funerario: Maat, Nut, Hathor, Iside, Nefti, Selkis, Neith. Troviamo le ultime quattro, ad esempio, agli angoli del sarcofago esterno in quarzite di Tutankhamon (foto in alto a destra).

Da qui in poi si assiste solo a tante botte, con lo scontro tra Ammit e Khonshu e tra Moon Knight, Scarlet Scarab e Harrow, senza che ci siano altri riferimenti egittologici. Ovviamente vinceranno i buoni, anche se l’immancabile scena post-credit apre a possibili risvolti futuri.

Riferimento bonus:

Il primo vero rimando dell’intera serie all’antico Egitto è la decorazione dell’acquario di Steven con souvenir kitsch nell’acqua che ritraggono la Grande Sfinge, una piramide, il busto di Nefertiti, una barca funeraria, un obelisco e un tempietto.

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Scoperto il tempio di Zeus Kasios a Pelusio

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

A Tell el-Farama, dove sorgeva l’antica Pelusio, città che dava il nome al ramo più orientale – ormai insabbiato – del Delta del Nilo, gli archeologi egiziani hanno scoperto un tempio dedicato a Zeus Kasios. L’epiteto dato al re dell’Olimpo era già noto da fonti archeologiche, letterarie e numismatiche per questo sito del Sinai nord-occidentale e deriva dall’identificazione con una divinità semitica legata a un monte siriano (per approfondire: link 1, link 2).

Il santuario si trova più o meno a metà strada tra la cittadella e la cosiddetta chiesa circolare, ed è stato individuato grazie ai resti dell’ingresso monumentale, accessibile attraverso una rampa sopraelevata e composto da due enormi colonne in granito di Assuan alte 8 metri (foto in basso) e un architrave dello stesso materiale crollato in antichità a causa di un terremoto. Il perimetro dell’edificio, invece è realizzato in muri in mattoni crudi su una piattaforma di macerie livellate.

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Molti blocchi in granito ed elementi architettonici, come capitelli corinzi, erano stati trovati in altri punti della città già a partire dal 1910, quando l’egittologo francese Jean Clédat ipotizzò l’esistenza del tempio, seppur senza individuarlo, soprattutto grazie a un frammento di un’iscrizione dedicatoria in greco dell’imperatore Adriano. Evidentemente la struttura divenne una cava per materiale da costruzione utilizzato per edifici di epoca bizantina, in particolare chiese.

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

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Rinnalzato l’obelisco caduto di Hatshepsut a Karnak

Continuano i lavori di restauro nel complesso templare di Karnak che stanno interessando strutture architettoniche e statue monumentali. Nello specifico, questa mattina il Ministero del Turismo e delle Antichità ha comunicato l’avvenuta anastilosi (ri-erezione) dell’obelisco di Hatshepsut che giaceva vicino il lago sacro.

Più precisamente, è stata rimessa in piedi solo la porzione superiore alta 11 metri e pesante 90 tonnellate, compreso il pyramidion in cui la regina è raffigurata inginocchiata alla presenza del padre divino Amon. Il monolite di granito faceva parte di una coppia fatta erigere da Hatshepsut (1479-1358 a.C.) tra il 4° e il 5° pilone del Tempio di Amon-Ra, di cui però resta integro solo l’obelisco nord alto circa 30 metri. Di quello sud si conserva nella posizione originaria solo il piedistallo e la parte bassa (foto in basso a destra), dopo che cadde in antichità, forse a causa di un disastroso terremoto.

L’attuale posizione della cuspide, nei pressi del grande scarabeo di Amenofi III, si deve all’egittologo francese Georges Legrain che la spostò dalle macerie durante il restauro della Grande Sala Ipostila.

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Presentate le 5 tombe scoperte a Saqqara

ph. Sayed Hassan/AP

Questa mattina a Saqqara Sud si è tenuta la presentazione ufficiale delle 5 tombe risalenti alla fine dell’Antico Regno – inzio Primo Periodo Intermedio (2200-2000 a.C. circa) di cui vi avevo anticipato la scoperta due giorni fa. Se nello scorso articolo, per forza di cose, ero stato piuttosto generico, qui posso approfondire la notizia con nuovi dati.

Le prime immagini sono trapelate da un’intervista in esclusiva del giornale egiziano Youm7 al direttore della missione, Mostafa Waziry (qui il video in arabo). Waziry ha infatti mostrato quella che forse è la tomba più importante; dalle inquadrature sono stato finalmente in grado di leggere titoli e nome del defunto: Henu (Ranke I, p. 242, n. 2), “Governatore/sindaco/principe”, “Portasigilli del Re del Basso Egitto”, “Unico amico della Grande Casa (palazzo reale)”, “Sovrintendente alle tenute agricole”. La camera funeraria si trova in fondo a un pozzo di 6 metri ed è foderata da lastre di calcare dipinte con decorazioni a facciata di palazzo e offerte di cibo. Il soffitto è protetto da una volta in mattoni crudi sovrastante, caratteristica che s’incontra anche nelle altre tombe. All’interno dell’ambiente sono stati trovati alcuni reperti come contenitori in ceramica, una statuetta in legno dipinto (forse un produttore di birra; foto in alto) e vasetti miniaturistici (modellini con pura funzione rituale) in alabastro e basalto.

Source: Getty

Successivamente Waziry e alcuni suoi colleghi hanno accompagnato giornalisti e influencer a vedere anche le altre tombe di cui, però, al momento ci sono meno immagini. La sepoltura conservata peggio è quella di Iry (foto in alto), interamente occupata da un grande sarcofago in calcare, ma di cui mancano quasi completamente le lastre parietali. Al contrario, la tomba della possibile moglie Iaret (Ranke I, p. 7, n. 1) presenta pitture dai colori ancora vividi e, anche in questo caso, un grande sarcofago in pietra (foto in basso). Entrambe le sepolture erano state già individuate e documentate da Maspero nel 1889.

ph. Khaled DESOUKI / AFP

Sono riuscito finalmente a risalire al nome preciso dell’altra donna che era deposta ancora una volta in un sarcofago in pietra, all’interno di una camera che conserva le scene d’offerta più vivaci: Biti (Ranke I, p. 93, n. 22). Qui è stato ritrovato anche il poggiatesta, oltre che una statuina in legno (foto in basso).

Source: ig @sulaiman.plus

Posso invece confermare la mia prima impressione sul soprannome del sacerdote Pepi-nefer (Ranke I, p. 132, n. 6) di cui la sepoltura è mostrata qui in basso.

ph. Xinhua/Sui Xiankai
ph. REUTERS/Hanaa Habib
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Saqqara, scoperte 5 tombe di 4000 anni

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Saqqara si dimostra ancora una volta una fonte inesauribile di scoperte. Nel sito a 40 km a sud-ovest dal Cairo, più precisamente 100 metri a nord-ovest della piramide di Merenra I, la missione del Supremo Consiglio delle Antichità diretta da Mostafa Waziry ha individuato 5 tombe risalenti alla fine dell’Antico Regno e all’inizio del Primo Periodo Intermedio.

Lo scavo è iniziato lo scorso settembre, ma solo oggi sono stati pubblicati un video-trailer e alcune foto in concomitanza con la visita ufficiale del Ministro del Turismo e delle Antichità, Khaled el-Enany. Ulteriori dettagli saranno rilasciati questo sabato durante una conferenza stampa quindi, come sempre succede per i primi dispacci tradotti dall’arabo, ci sono evidenti problemi di traslitterazione dei nomi quindi prendete con le pinze le identità dei defunti riportati in questo e in altri articoli che troverete nel web.

Le cinque tombe consistono tutte in un pozzo a sezione rettangolare che conduce a una camera funeraria foderata in lastre di calcare e decorata con pitture policrome. In generale, dalle immagini diffuse si notano decorazioni a facciata di palazzo e offerte di oggetti (cibo, vestiti, gioielli e mobili) utili per la vita nell’aldilà. All’interno degli ipogei sono stati ritrovati oggetti che vanno dall’Antico Regno al Periodo Tardo, a testimonianza di un riutilizzo successivo delle strutture.

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Le prime due sepolture, per via della loro vicinanza, sono state attribuite a una coppia, cioè all’alto funzionario Iry, di cui è stato trovato un grande sarcofago in calcare, e alla possibile moglie Iaret. La terza tomba presenta un nome, anzi un soprannome (rnf nfr) che contiene il cartiglio di un faraone e per questo è detto basiloforo (foto in alto). Tuttavia non riesco a leggere i segni dopo il cartiglio, quindi potrebbe essere, con moltissimi dubbi, Pepi-nefer. Il quarto pozzo, profondo 6 metri, conduce alla sepoltura della sacerdotessa di Hathor Peteti. Infine, la quinta tomba, dal pozzo di 7 metri, appartiene ad Henu, il funzionario che sembra avere i titoli più importanti e che lo collocano nella corte reale, come Sovrintendente del palazzo reale, Sindaco, Principe ereditario, Portatore dei sigilli del Basso Egitto.

Bisognerà aspettare sabato per avere nuove immagini, così da poter avere maggiori informazioni e verificare nome e titoli dei morti.

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Nuove scansioni muoniche per la Piramide di Cheope

Source: Explore Great Pyramid mission/Bross et al. 2022

Ricorderete il clamore suscitato dai risultati del progetto #ScanPyramids da cui si ipotizzò la presenza di una presunta stanza nascosta all’interno della Piramide di Cheope. Ora, a distanza di 6 anni, si potrebbe tornerare a utilizzare i muoni per indagare la struttura, ma con una tecnologia 100 volte più potente.

Per chi invece si fosse perso la notizia, nel 2016 un team internazionale (HIP.institute, Università del Cairo, Université Laval, Nagoya University) sottopose la Grande Piramide a una tomografia muonica, tecnica che misura la quantità assorbita dei muoni (particelle con carica negativa che fanno parte dei raggi cosmici) dopo aver attraversato la roccia. I tecnici coinvolti nella ricerca parlarono di una promettente anomalia sopra la Grande Galleria che interpretarono come un vuoto lungo 30 metri. In realtà, le autorità egiziane criticarono aspramente queste conclusioni, pubblicate su Nature senza il consenso del Ministero e bollate come precipitose.

Un nuovo progetto, chiamato “Exploring the Great Pyramid” e portato avanti da fisici del Fermi National Accelerator Laboratory, University of Chicago, University of Virginia, Cairo University Oxford e Yale, ha elaborato un modello che promette nuovi risultati. Rispetto allo #ScanPyramids, si useranno due telescopi a muoni molto più grandi e quindi non più collocabili all’interno della piramide. I sensori saranno infatti montati all’interno di container a temperatura controllata – di cui ogni unità sarà lunga 12 metri, larga 2,4 e alta 2,9 – che saranno spostati lungo la base, anche per ottenere più angolazioni (immagine in alto).

Per il momento, dopo le simulazioni virtuali, si sta costruendo un prototipo di telescopio, ma i membri del gruppo assicurano i primi dati dopo 2 anni di osservazione, seppur non sia stata ancora indicata una data di partenza. Grazie a questa nuova tecnologia sarebbe possibile avere una tomografia completa della piramide che indicherà le differenze di densità della materia e quindi non solo i passaggi da vuoto a pietra. Di conseguenza ci sarebbe una maggior precisione e velocità nell’individuare e tracciare eventuali vuoti strutturali o ambienti ancora sconosciuti.

L’articolo originale: https://arxiv.org/pdf/2202.08184.pdf

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