Assuan, scavata chiesa copta su forte romano su tempio tolemaico

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Un tempio tolemaico, una fortezza di epoca romana e una chiesa copta, tutti in uno. Scusate il titolo da filastrocca, ma stiamo parlando di una stratificazione storica secolare, indagata dalla missione egiziana che scava nei pressi di Assuan, per la precisione vicino il villaggio di Gebel Shisha. Il forte romano infatti ingloba elementi architettonici di un tempio più antico e blocchi di arenaria iscritti con i cartigli di diversi Tolomei; a sua volta, però, l’edificio fu riutilizzato per la costruzione di una chiesa con annesso monastero.

In realtà il sito era stato già individuato negli anni ’20 del secolo scorso dall’egittologo tedesco Hermann Junker, ma riprendendo lo scavo a distanza di 100 anni, gli archeologi egiziani hanno trovato 5 ulteriori stanze della chiesa e forni per la cottura della ceramica.

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Saqqara, Zahi Hawass scopre un tempio funerario di una nuova regina di VI dinastia e decine di sarcofagi di Nuovo Regno

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Nuovi sarcofagi a Saqqara, ancora… ma almeno ci siamo spostati di qualche centinaio di metri dal Bubasteion.

La missione archeologica diretta da Zahi Hawass nei pressi della piramide di Teti ha individuato 22 pozzi funerari, profondi circa 10-12 metri, con sepolture di Nuovo Regno, databili tra la XVIII (1550-1292 a.C.) e la XIX dinastia (1292-1189), seppur molti di essi, a scapito dell’annuncio ufficiale, sembrino più tardi. I sarcofagi antropoidi sarebbero decine e, come le mummie al loro interno, sono in buono stato di conservazione mantenendo ancora leggibili le decorazioni dipinte sulla superficie di legno. Alcuni defuti erano semplicemente avvolti in stuoie di canne, mentre oltre 50 sarcofagi sono stati scoperti in un unico pozzo.

Source: Zahi Hawass
Source: Zahi Hawass

I morti erano accompagnati da centinaia di oggetti di corredo, come vasi di ceramica, alcuni dei quali d’importazione (Creta, Siria, Palestina), maschere funerarie, statuette di Ptah-Sokar-Osiride, cassette di legno con ancora all’interno ushabti in legno dipinto e un magnifico set da toeletta comprendente uno specchio di bronzo, uno stilo con il tubetto per il kohl e un contenitore per il trucco a forma di anatra (foto in basso). Tra i reperti ritrovati dalla missione spiccano anche modellini di barche, giochi da tavola, come il senet e il tau, un’ascia in bronzo che attesta la carica militare del propietario e un papiro lungo 4 metri che presenta il capitolo 17 del Libro dei Morti, parte della scena della pesatura del cuore e il nome del defunto, Bukaaef (bw-xAa.f), che si legge anche su 4 ushabti e un sarcofago. Notevole è anche una stele funeraria in cui, nel registro superiore, un funzionario della XIX dinastia, il “Sovrintendente al carro da guerra del Re” Kaptah (xA-ptH), sua moglie Mutemuia (Mw.t-m-wiA) e una figlioletta Aia (AiA) sono in atto di adorazione nei confronti di Osiride, mentre in quello inferiore a loro volta sono omaggiati da altri 6 figli. Bisogna però precisare che, come spesso succede in occasione di grandi annunci così confusionari, gli oggetti segnalati potrebbero appartenenere anche ad altri contesti che, come vedremo, non sono solo funerari.

Set da toeletta con specchio, contenitore per il trucco e stilo e tubetto per il kohl, Nuovo Regno
Ascia in bronzo, Nuovo Regno
Libro dei Morti di Pukhaef

Infatti, se tutto ciò non bastasse, c’è molto di più.

La necropoli in questione, infatti, è connessa al tempio funerario di una regina, moglie o madre di Teti. L’annuncio in inglese, probabilmente tradotto male dall’arabo sulla pagina facebook di Hawass (fate attenzione anche a come saranno riportati i nomi dei defunti precedentemente segnalati), non è chiaro e fa riferimento a una certa ‘Nearit’ che non trova riscontro con Teti. Le uniche possibilità che mi vengono in mente sono la regina Iput (near Iput!?) o, per assonanza, Nebet, moglie di Unis, Meritites IV, sposa di Pepi I, o Neith, regina di Pepi II. See, quotidiano online che spesso parla delle scoperte del famoso archeologo egiziano, scrive che sarebbe invece la madre di Teti, che però si chiamava Sesheshet e la cui piramide era stata scavata proprio da Hawass nel 2008.

Ma se gli annunci scritti sono stati piuttosto confusi, le prime interviste video ad Hawass hanno chiarito ogni dubbio. Il tempio funerario apparteneva a una nuova regina, finora sconosciuta, di cui era stata scoperta la piramide nel 2010. Neith, era sposa e, al tempo stesso, figlia di Teti (in basso, il suo nome iscritto su un obelisco in calcare). L’importanza della scoperta sta anche nel retrodatare questa pratica che era nota in epoche successive come il Nuovo Regno.

In ogni caso, il primo faraone della VI dinastia (2345–2333 a.C.) era stato divinizzato e venerato anche a distanza di mille anni; per questo i funzionari del Nuovo Regno vollero farsi seppellire nelle vicinanze della sua piramide, con la conseguente presenza di laboratori di mummificazione. L’area di scavo, in particolare, sembrerebbe il punto di accesso alla zona sacra di Saqqara durante il periodo. Il tempio funerario della regina, a quanto pare già noto in precedenza, è fiancheggiato sul lato sud-orientale da magazzini in mattoni crudi in cui erano stipate provviste e offerte.

Al Nuovo Regno risale anche una struttura in mattoni di fango con un cortile lastricato in pietra calcarea che nascondeva un pozzo profondo addirittura 24 metri non ancora indagato. Quindi aspettatevi un 2021 ancora pieno di notizie da Saqqara.

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Kek, il “dio-rana” egizio tra i supporter di Trump che hanno assaltato il Campidoglio

Elaborazione grafica di Mattia Mancini (@djedmedu); foto da wikipedia e dal video di @rebtanhs

Abbiamo ancora negli occhi le scioccanti immagini dell’assalto al Campidoglio di Washington DC, sede del Congresso degli Stati Uniti d’America. Nell’eterogenea massa spinta dall’irresponsabile politica populistica di Donald Trump e da mesi di bufale su presunti brogli elettorali, sono emersi grotteschi personaggi che avrebbero certamente generato risate, se non fosse per la gravità dell’attacco al luogo simbolo della più potente democrazia mondiale, per la pesante atmosfera da guerra civile e per la morte di 5 persone.

Come detto, nella fauna dei manifestanti pro-Trump c’erano individui appartenenti a diversi gruppi politici e non, come repubblicani, complottisti, suprematisti bianchi, xenofobi, QAnon ed estremisti dell’alt-right. Spiccavano anche bandiere “dal sicuro sapore nazista” (semicit. La Molisana) che, come vedremo*, hanno un impensabile collegamento con la religione egizia. Il riferimento più immediato è invece quello alla Kriegsflagge, la bandiera militare tedesca della seconda guerra mondiale, per il verde al posto del rosso e 4 K e una E a sostituire la svastica.

Ma cosa mette in relazione i fatti di Capitol Hill con l’antico Egitto? Una rana.

Una bizzarra catena di passaggi in cui sono finiti casualmente videogame, meme, forum, trolling e propaganda politica ha fatto sì che un’antica figura divina, sconosciuta ai più, diventasse l’oggetto di un assurdo culto internettiano, la controparte storica di un personaggio cartoonesco razzista e un mezzo di supporto per la scalata al potere del presidente uscente: Kek.

Kek, o Kuk, è una delle 8 divinità primigenie che compongono l’Ogdoade Ermopolitana, la cosmogonia alla base della formazione dell’universo nella città di Ermopoli – o Khemno in egizio (per l’appunto, la città degli “Otto”) – capitale della XV provincia dell’Alto Egitto. Secondo questo mito, in principio ci sarebbero state solo quattro coppie di entità astratte, hehu, che personificavano elementi tipici del Caos e della natura indistinta del non-creato: Nun e Nunet (le acque primordiali), Kek e Keket (l’oscurità, le tenebre in mancanza della luce), Huh e Huhet (l’illimitatezza, l’infinità degli spazi non ancora determinati), Amon e Amonet (l’invisibilità, la non esistenza). Ogni genio maschile era rappresentato come un uomo dalla testa di rana ed aveva la sua controparte femminile dalla testa di serpente (nell’immagine in cima all’articolo, si vede la rappresentazione di Kek nel soffitto del Tempio di Dendera). I due animali acquatici sono legati all’ambiente in cui si sarebbe formata la vita, sarebbe emersa la collina primordiale di fango e il sole per la Prima Volta.

In questo assurdo, contorto percorso digitale, la parola kek era stata in realtà acquisita inizialmente con un altro significato. Corrisponde infatti alla traslitterazione dell’onomatopea coreana per la risata, ‘kekeke’, ed era diffusissima tra i giocatori asiatici del videogame di strategia online “Starcraft”, tanto da spingere la stessa casa produttrice a utilizzarla nel suo titolo successivo, il ben più noto World of Warcraft. Nel gioco di ruolo multiplayer ambientato in un universo fantasy, gli utenti di tutto il mondo possono interagire, dividersi tra Alleanza e Orda e cooperare per sconfiggere gli avversari; si può chattare liberamente con i membri della propria fazione, mentre i messaggi dei nemici sono criptati, come se fossero scritti in una lingua sconosciuta. L’acronimo anglosassone lol (laughing out loud), ad esempio, se digitato da un Orco, appare come kek nelle chat di Umani, Nani e Gnomi.

Source: Wikimedia Commons

A un certo punto, su 4chan.org, qualcuno si è accorto che questa parola, ormai di uso comune tra i videogiocatori, corrispondeva anche al nome di un dio egizio definito semplicisticamente “del Caos e dell’Oscurità”. In particolare, un utente di /pol/, sub-forum della controversa piattaforma, pubblicò nel 2016 un collage di immagini con una statuetta di rana, l’interpretazione goliardica della sua maccheronica iscrizione geroglifica – che in realtà è la storpiatura del nome di Heqet, altra divinità faraonica anfibia – e Pepe the Frog, su cui torneremo poi (vedi immagine in alto).

Qui nasce la magia/pazzia del web.

/pol/ è infatti un covo di semplici troll ma anche di estremisti di destra e suprematisti bianchi e il luogo da cui è partita la cosiddetta “Guerra dei meme”. Con la candidatura di Trump alla corsa alla Casa Bianca nel giugno 2015, infatti, questa sottocultura internettiana trovò nel ‘tycoon’ il paladino perfetto contro democratici, politically correct e ‘normies’ o, come diremmo qui in Italia, buonisti. Per questo cominciò un’incessante pubblicazione di centinaia di migliaia di post di sostegno per Trump che quasi sempre consistevano in meme e immagini demenziali ‘edgy’. La sconfitta inaspettata di Hillary Clinton è dovuta anche a questi contenuti virali che, seppur creati inizialmente con il solo scopo di trollare, di prendere in giro i perbenisti, sono stati subito sfruttati nella campagna elettorale repubblicana e per fare proselitismo. L’eccezionale velocità di diffusione e il velo d’ironia dei meme hanno reso più semplice l’avvicinamento delle persone a certe idee reazionarie.

Uno dei protagonisti di questa ‘guerra’ è stato sicuramente Pepe the Frog, una rana antropomorfa che nel corso degli anni, a discapito della volontà del suo creatore, si è tramutata in uno squallido personaggio razzista e antisemita, amato dall’alt-right e in alcuni casi perfino con le sembianza di Trump che, dal canto suo, non ha faticato a ricondividere sul suo profilo Twitter.

Il parallelismo automatico tra Pepe e il dio egizio ha poi portato all’ideazione di una vera e propria mitologia satirica dell’inesistente Stato del Kekistan (della cui la bandiera ho parlato all’inizio) e a di una dettagliata religione fittizia chiamata Culto di Kek, Esoterismo keketico o semplicemente Keketismo. Il fine umoristico di questa assurda teologia è palese, a partire dalla traduzione coreana della parola stessa, ma è indubbio che strizzi l’occhio a idee razziste, neonaziste, misogine e anti-liberali. Il destino divino o, meglio, magico-memetico del culto era quello di portare al compimento della profezia di Kek, cioè la vittoria di Trump alle elezioni e l’abbattimento dello status quo democratico abbracciando i principi del Caos e dell’oscurità cari all’alt-right.

E, visti gli ultimi risvolti, è inutile dire che qualcuno ha preso sul serio queste fesserie:

Our Kek who art in memetics
Hallowed by thy memes
Thy Trumpdom come
Thy will be done
In real life as it is on /pol/
Give us this day our daily dubs
And forgive us of our baiting
As we forgive those who bait against us
And lead us not into cuckoldry
But deliver us from shills
For thine is the memetic kingdom, and the shitposting, and the winning, for ever and ever.
Praise KEK

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*Ringrazio Stefania Berutti per avermi segnalato questa chicca.

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Un anno (il 7°) di Djed Medu: le scoperte archeologiche più importanti in Egitto del 2020

Ed eccoci qui, come ogni 29 dicembre, a celebrare il compleanno di Djed Medu e soprattutto a fare il bilancio dei più importanti eventi egittologici verificatisi durante l’anno. Nel 2020 ho drasticamente diminuito il numero di articoli pubblicati sul blog, vuoi perché avevo una tesi di dottorato da finire, ma soprattutto perché ci sono state effettivamente meno notizie di cui parlare a causa della pandemia globale. Salvo pochi casi, infatti, gli archeologi stranieri non hanno potuto recarsi in Egitto e le scoperte si devono soprattutto a missioni locali. Il primo posto della copertura mediatica va senza dubbio allo scavo nell’area del Bubasteion a Saqqara che, con i suoi infiniti sarcofagi, ha raggiunto prime pagine, servizi televisivi e le home dei siti dei giornali di tutto il mondo. Solo la missione nella necropoli di Tuna el-Gebel, ancora una volta diretta da Mostafa Waziry, ha retto il passo per qualche mese, tanto da creare un vero e propio botta e risposta di annunci sensazionalistici.

Ma partiamo con la carrellata delle più importanti notizie egittologiche, mese per mese:

GENNAIO

Così come negli scorsi tre anni, nella necropoli di Tuna el-Gebel sono state scoperte altre tombe risalenti al Periodo Tardo. A gennaio è stato annunciato il ritrovamento, solo il primo dell’anno per il sito, di diversi pozzi funerari con 20 sarcofagi appartenuti a sacerdoti di Thot della XXVI dinastia (672-525 a.C.), accompagnati da oltre 10.000 ushabti, amuleti e canopi.

FEBBRAIO

A oltre 5000 anni fa risalgono invece le 83 tombe predinastiche scoperte a Kom el-Khilgan, nel Delta orientale. Tra queste sepolture, alcune consistevano in fosse ovali scavate nella sabbia con il defunto deposto in posizione fetale all’interno di rare casse funerarie in terracotta. E vogliamo far passare un anno senza novità sull’affare Tutfertiti? Sarebbe stata rilevata un’anomalia nelle vicinanze della KV62 durante l’ultimo ciclo di scansioni con georadar nella Valle dei Re.

MARZO

La missione polacca a Deir el-Bahari ha individuato un promettente deposito di fondazione reale che potrebbe indicare la vicinanza della tomba del faraone Thutmosi II, la cui ubicazione è ancora ignota. Tra i detriti c’era una cassa in pietra calcarea che conteneva tre pacchetti di lino con lo scheletro di un’oca, un uovo dello stesso uccello e una cassettina di legno con un uovo di ibis. Un quarto involto di lino racchiudeva uno scrigno in faience con il nome del faraone.

APRILE

La lunga serie di scoperte effettuate nell’area del Bubasteion di Saqqara comincia con una mummia di mangusta, rara per le sue eccezionali dimensioni. A Dra Abu el-Naga invece, la missione spagnola del “Proyecto Djehuty” ha scoperto due sarcofagi della XVII dinastia nella corte della TT11. Il primo apparteneva a una ragazza di 15/16 anni, il cui corpo era ancora adornato da collane e altri gioielli. Il secondo invece è una miniatura di 22 cm che conteneva uno “stick shabti”.

MAGGIO

Altre novità da Saqqara sono arrivate dal versante dei laboratori di mummificazione a sud della piramide di Unas. La missione egiziano-tedesca dello SCA e dell’Università di Tübingen ha individuato un ulteriore pozzo funerario con le sepolture di tre sacerdoti della dea serpente Niut-sh-es, tra cui spicca anche una defunta, chiamata Didibastet, che era accompagnata da ben 6 canopi.

GIUGNO

Non reggono il confronto con le altre scoperte dell’anno, ma i nuovi ritrovamenti effettuati lungo il Viale delle Sfingi a Luxor finiscono comunque in questa lista perché sono gli unici del mese di giugno. Durante i lavori di restauro della strada, sono emersi forni di epoca romana e un muro di contenimento.

LUGLIO

Non il risultato di uno scavo archeologico ma la pubblicazione di un’applicazione informatica. Concretizzando un progetto nato con l’uscita del videogioco “Assassin’s Creed: Origins”, Google ha lanciato Fabricius, il primo traduttore automatico di geroglifici.

AGOSTO

Mese di scoperte animalesche! La necropoli degli animali domestici di Berenice ha rivelato anche la presenza di scimmie provenienti dall’India. Invece, a Qubbet el-Hawa, Assuan Ovest, la missione spagnola ha ritrovato un deposito con le mummie di 11 coccodrilli.

SETTEMBRE

Tornando al Bubasteion di Saqqara, alla fine dell’estate è cominciata un’infinita serie di anticipazioni ufficiose e comunicati ufficiali sul ritrovamento di cachette con decine e decine di sarcofaci di Periodo Tardo ed Epoca Tolemaica. A partire da tre pozzi funerari con 59 sarcofagi ancora sigillati, accompagnati da centinaia di oggetti di corredo.

OTTOBRE

Ancora un pozzo fumerario ma a Tuna el-Gebel. A 10 metri di profondità era sepolto il “Sovrintendente del tesoro reale” Pa-di-Iset, importante funzionario della XXVI dinastia che era accompagnato da uno splendido set di vasi canopi in alabastro e da due statue in calcare raffiguranti una donna in piedi e un bovino seduto.

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NOVEMBRE

59 sarcofagi a Saqqara non bastavano, così ne sono stati annunciati altri 100 o più in quella che è stata definita dalle autorità egiziane “la più grande scoperta archeologica del 2020”. Ancora una volta tutte sigillate e in ottimo stato di conservazione, le bare risalgono per lo più alla XXVI dinastia ma anche al Periodo tolemaico.

DICEMBRE

L’anno si è chiuso con un’affascinante ri-scoperta. Uno dei pochi oggetti rinvenuti nella Piramide di Cheope, di cui si erano perse le tracce da decenni, è rispuntato nei depositi del museo dell’Università di Aberdeen: una stecca in legno di cedro, ormai in frantumi.

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Scoperta bonus: non è stata ancora ufficialmente annunciata, ma scommetto che la tomba di Penmes a Saqqara sarà presentata nel 2021. Ci rivediamo fra un anno per vedere se avrò avuto ragione o meno.

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“Egitto di Provincia”: il Gayer-Anderson Museum del Cairo

Torno a parlare di una collezione egizia “minore” a distanza di 2 anni e mezzo dall’ultima volta e non poteva esserci occasione migliore per occuparmi di un museo che si trova proprio in Egitto e che ho visitato all’inizio del mese.

Del Cairo tutti conoscono lo storico Museo Egizio di Piazza Tahrir e forse anche i due nuovi musei archeologici, il Grand Egyptian Museum di Giza e il Museo Nazionale della Civiltà Egiziana a Fustat, che sono ancora in fase di costruzione. Molti meno, invece, hanno sentito parlare di un vero e proprio gioiello nascosto tra i fatiscenti palazzi della parte vecchia della città, un edificio rimarchevole più per la sua bellezza architettonica che per l’importanza delle antichità che contiene: il Gayer-Anderson-Museum.

Probabilmente il nome non sarà nuovo agli amanti dell’Egitto antico perché è legato a uno dei reperti più famosi del British Museum, il “gatto Gayer-Anderson“. La statuetta di bronzo fu donata al museo londinese nel 1939 dal maggiore, medico dell’esercito britannico e collezionista Robert Grenville Gayer-Anderson (1881-1945) che era arrivato in Egitto nel 1907. Qui, dopo una prestigiosa carriera che lo portò a ricoprire importanti cariche militari e amministrative, fino ad ottenere addirittura il titolo onorifico di Pascià, Gayer-Anderson si ritirò a vita privata nel 1923 per didicarsi a tempo pieno alle sue vere passioni. Cominciò infatti a raccogliere, studiare e vendere antichità egizie, mobili orientali e altri oggetti da Turchia, Siria, India, Iran, Cina e Italia. Scriveva articoli per riviste egittologiche, organizzava mostre al Cairo e intratteneva rapporti con musei di tutto il mondo, come il già citato British Museum o il Fitzwilliam Museum di Cambridge a cui donò oltre 7500 pezzi. Non è un caso che, in due quadri nella sua abitazione, sia rappresentato mentre maneggia un ushabti o caricaturizzato con le fattezze della sfinge (foto in basso)

Tra il 1932 e il 1943, il Maggiore ebbe il permesso di risiededere nelle confinanti Beit Amna bint Salim (1540) e Beit el-Kretilya (1632), due dei pochissimi esempi di edilizia privata ottomana sopravvissuti alle demolizioni nelle adiacenze della monumentale moschea di Ibn Tulun. La bellezza del luogo, con tendaggi, mobili d’epoca ed elegantissimi intarsi in legno, è sottolineata anche dalla scelta di utilizzare i due palazzi come location per il film “007 – La Spia che mi amava“. Alla sua morte nel 1945, Gayer-Anderson lasciò in eredità la sua abitazione, insieme a tutto il contenuto, al governo egiziano che poi ne ha fatto una casa-museo.

I reperti egizi sono sparsi un po’ ovunque, tra stampe d’inzio ‘900, vasi cinesi e tappeti persiani. Vediamo capitelli hathorici da Dendera in giardino e porzioni di rilievi da Luxor o modellini di Medio Regno inseriti nelle pareti. Ma il principale luogo deputato all’antico Egitto, almeno fino a non molto tempo fa, è la “Stanza del Museo”, dove Gayer-Anderson esponeva gli oggetti che collezionava. Qui, tra ceramiche e vassoi metallici di epoca islamica, spicca la riproduzione del celebre gatto donato al British, mentre alle sue spalle c’è un’altra copia, quella del busto di Nefertiti oggi a Berlino; pochi altri reperti egizi sono esposti nella sala, come un sarcofago in cartonnage di XXI dinastia messo in un angolo (foto in basso a destra).

Il grosso della collezione egizia è stato disposto meno di 20 anni fa in due vetrine nella piccola “Sala dell’Antico Egitto” o “Sala faraonica”. Appare subito evidente l’interesse di Gayer-Anderson per gli oggetti di piccole dimensioni di ogni epoca: canopi, porzioni di rilievi, stele, frammenti di sarcofagi, maschere funerarie, scarabei, statuette e diverse figurine in terracotta di Arpocrate e Bes risalenti al periodo greco-romano. Decine di braccia, orecchie, piedi, corna, urei e barbe, invece, potrebbero essere i “pezzi di ricambio” che il collezionista usava per restaurare e rendere più appetibili le statuette in legno.

Per approfondire

  • Ikram S., “A Pasha’s Pleasures: R.G. Gayer-Anderson And His Pharaonic Collection In Cairo”, in D’Auria S. (ed.), Offerings to the Discerning Eye. An Egyptological Medley in Honor of Jack A. Josephson, Leiden-Boston 2010, pp. 177-186.
  • Warner N., Guide to the Gayer-Anderson Museum, Cairo 2003.
  • La visita virtuale: https://mpembed.com/show/?m=LCyv1zFUxiq&mpu=497
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Da una scatola per sigari in un museo scozzese rispunta uno dei pochi oggetti trovati nella Grande Piramide

Source: University of Aberdeen

I depositi dei musei sono luoghi straordinari che riservano sempre nuove sorprese se ci si mette a “scavare” in profondità tra casse e scatoline.

Proprio in una piccola confezione di sigari nascosta in una collezione universitaria scozzese è stato ritrovato uno dei tre oggetti individuati nella Grande Piramide di Giza. A discapito delle dimensioni colossali dell’ultima dimora di Cheope, infatti, dal suo interno provengono solo (oltre al sarcofago in granito, e gli inaccessibili oggetti ripresi nel 1993 dal robot Upuaut-2) una sfera in dolerite dal diametro di circa 7 cm e pesante 540 g, un attrezzo in rame a forma di coda di rondine e un bastoncino in legno di cedro lungo 12 cm. A trovarli fu l’ingegnere britannico Waynman Dixon nel 1872, quando, esplorando la Camera della Regina, individuò due condotti di areazione che all’epoca erano ancora nascosti dalle lastre che foderano le pareti. Alla base di quello settentrionale c’erano i tre manufatti, arnesi dimenticati dai costruttori o forse modellini rituali lasciati intenzionalmente per permettere al faraone di aprire il passaggio e raggiungere il cielo.

Harper’s Weekly, 1873

Se i primi due sono stati donati nel 1976 dai discendenti di Dixon al British Museum, dell’asta di legno si erano perse le tracce da quasi 80 anni. Nel 1946, infatti, la figlia dell’ormai defunto James Grant – fisico, medico e collezionista scozzese che esplorò la Piramide insieme all’amico Dixon – lasciò l’oggetto all’Università di Aberdeen dove il padre si era formato e a cui aveva già ceduto gran parte della sua collezione di reperti archeologici.

Il collegamento era stato ricostruito nel 2001 grazie a un documento, ma solo recentemente è stato confermato da Abeer Eladany, assistente curatrice delle raccolte universitarie che era rimasta incuriosita dalla vecchia bandiera del suo paese su una scatolina che si trovava tra gli oggetti della collezione asiatica. Il confronto incrociato tra i numeri di inventario ha definitivamente accertato che i frammenti di legno al suo interno corrispondono a ciò che resta di una delle cosiddette “reliquie di Dixon” (il n. 3 dell’illustrazione in alto). Il carbonio 14 ha poi portato a una datazione del 3341-3094 a.C., circa 500 anni prima di Cheope (2589-2566 a.C.). Il legno utilizzato o l’oggetto stesso erano quindi molto più antichi della Grande Piramide.

https://www.abdn.ac.uk/news/14573/

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Iscrizione di 5000 anni attesterebbe il dominio del Re Scorpione

© Ludwig Morenz

A Wadi el-Malik, nei pressi di Assuan, è stata scoperta un’iscrizione di 5000 anni che, nonostante la sua estrema brevità, avrebbe un’importanza straordinaria. Solo quattro segni in proto-geroglifico che attesterebbero il dominio di Re Scorpione (II) fino ai remoti confini meridionali dell’Egitto.

Il ritrovamento dell’iscrizione, insieme a ceramica coeva, risale a oltre due anni fa, ma ora i risultati dello studio sono stati pubblicati da Ludwig Morenz (Università di Bonn) per il primo numero della nuova rivista “KATARAKT. Aswan Archaeological Working Papers“.

Il testo inciso su una roccia, traducibile con “Dominio dell’Horus Re Scorpione“, è accompagnato da un segno circolare, determinativo che identifica nomi di luoghi, e quindi corrisponderebbe al più antico toponimo conosciuto a esclusione di quelli che si trovano su etichette e sigilli per merci (come quelli della tomba U-j di Umm el-Qa’ab, dove fu sepolto l’omonimo sovrano predinastico, Scorpione I) . Il regno di Scorpione II, infatti, è attestato intorno al 3070 a.C., in una primordiale fase di formazione dello Stato egiziano e per questo, secondo Morenz, l’iscrizione sarebbe la prima fonte scritta attestante un effettivo controllo politico di una zona così periferica.

Tuttavia, tutti i condizionali usati sono d’obbligo perché l’argomento è molto dibattuto. Al di là della lettura dubbia dell’iscrizione, come segnala Paolo Medici (dottore di ricerca in Egittologia presso la Freie Universität Berlin ed esperto di Predinastico), molti studiosi non sono nemmeno d’accordo con il considerare Scorpione II un faraone a sé, identificandolo con Narmer o addirittura negando che sia veramente esistito.

https://www.uni-bonn.de/news/297-2020

 © Drawing David Sabel
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Ricordo di Edda Bresciani

La prof.ssa Bresciani nel sito di Medinet Madi

Ieri, 29 novembre, è purtroppo venuta a mancare Edda Bresciani, Professore Emerito dell’Università di Pisa e socia nazionale dell’Accademia dei Lincei. Nel cercare di ricordare una delle figure più importanti dell’egittologia italiana e internazionale, si rischierebbe di cadere in un’infinita lista impersonale di pubblicazioni, scavi e titoli. Così preferisco riproporre le bellissime parole della professoressa Marilina Betrò, sua allieva, che è riuscita a far emergere anche il lato umano, così peculiare, oltre a quello, di altissimo livello, accademico. Aggiungere altro sarebbe solo superfluo.

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Ricordo di Edda Bresciani
di Marilina Betrò

Il mio cellulare è pieno dei suoi whatsapp, stringhe colorate di immagini, messaggi icastici, divertenti, graffianti, punteggiati di emoj, per lei nuovi geroglifici che combinava e dominava, scriba eccellente anche in questi.
Il vuoto enorme del suo silenzio ora lo sommerge, mi sommerge.

Aveva compiuto 90 anni lo scorso 23 settembre, una delle ultime telefonate con lei che già non stava bene, la festa che avrei voluto farle per quell’occasione rimandata “a quella per i 100”, come ci dicemmo.

Per chi l’ha conosciuta e ha studiato alla sua scuola parlarne ora solo come della “egittologa” Edda Bresciani sembra far torto a quello che era il suo spirito multiforme, la cultura immensa, la curiosità versatile, insaziabile.
Egittologa era, certo – e grande: studiosa conosciutissima, ammirata e amata nell’ambiente scientifico internazionale, demotista geniale, archeologa che ha legato il suo nome a siti interi dell’Egitto (la sua Medinet Madi, la Saqqara saitica e persiana, dove con lei ho mosso i miei primi passi, ancora studentessa, Tebe); autrice di libri su cui si sono formate e si formano generazioni di egittologi: Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testiNozioni elementari di grammatica demoticaI testi religiosi dell’antico EgittoLa porta dei sogni. Interpreti e sognatori nell’Egitto antico.

Ed era tantissime altre cose: Accademica dei Lincei, Socia corrispondente dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi, medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica per la Cultura e l’Arte, qui a Pisa Professore Emerito, insignita dell’Ordine del Cherubino, del Campano d’Oro e, come amava dire, “lucchese sì ma anche divenuta pisana dopo aver ricevuto, la Benemerenza di San Ranieri, prima donna ad esserne insignita”.

Ma soprattutto, al di là dei titoli e delle onorificenze, personalità irripetibile, irridente, irriverente, ironica, soprattutto auto-ironica, maestra unica: la provocazione – a pensare, a guardare il mondo da prospettive inedite, da sentieri mai battuti – era la sua maieutica.

Addio, Edda, ti ricordo qui con uno dei tuoi bellissimi haiku, uno dei pochi malinconici:

Bussa alla porta
portato dal vento –
un ramo secco
(Edda Bresciani, Pisa ETS, 2016)

Marilina Betrò
Professoressa di Egittologia e Civiltà Copta

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Individuata una nuova costellazione grazie ai colori originali del Tempio di Esna

Source: uni-tuebingen.de (ph. Ahmed Amin)

Dopo 2000 anni tornano a risplendere i colori originali del Tempio di Esna, con qualche sorpresa.

Ricordo quando nel 2006 visitai il tempio e vidi che le pareti erano completamente annerite da secoli di polvere, fuliggine e guano; per questo mi colpiscono ancora di più le foto pubblicate in questi giorni dal team egiziano-tedesco diretto da Christian Leitz (Università di Tübingen), in collaborazione con Daniel von Recklinghausen e Hisham El-Leithy e Mustafa Ahmed (Ministero del Turismo e delle Antichità). Il progetto di restauro dei rilievi ha visto dal 2018 quattro interventi di pulizia – ma non di ricolorazione – dei rilievi che hanno permesso di documentare al meglio le scene e i testi religiosi che ricoprono ogni superficie.

Il Tempio di Esna è un santuario che si trova 60 km a sud di Luxor. Dedicato al dio Khnum, alle sue consorti Menhit e Nebtu, al loro figlio Heka, e alla dea Neith, fu costruito nella sua forma definitiva in epoca tolemaica e decorato soprattutto nel periodo romano (I-III sec. d.C.). Tuttavia, ne rimane solo la parte frontale, il pronao, perché nel XIX secolo fu utilizzata come deposito per il cotone. Il resto è stato espoliato per ricavarne pietra da costruzione o è ancora 9 metri sotto il livello della moderna città che ha completamente inglobato la struttura.

Source: uni-tuebingen.de (ph. Ahmed Amin)

La documentazione fotografica delle pareti così ripulite servirà anche a completare e aggiornare il lavoro di pubblicazione dei testi del tempio, portato avanti per anni dall’egittologo francese Serge Sauneron (Esna, vol. II-IV, VI, VII) che ha potuto vedere solo la forma in rilievo dei geroglifici ma non i particolari dipinti.

Così, dal famoso soffitto astronomico sono emersi nomi di costellazioni che erano disegnati e non incisi, come quelle dell’Orsa Maggiore (msxtyw; a forma di coscia di toro, nella foto in cima all’articolo) o di Orione (sAH). Finora sconosciuta era invece una nuova costellazione chiamata “Oche di Ra” (Apdw n Ra) che, purtroppo, non essendo accompagnata da una raffigurazione grafica, è per il momento impossibile da identificare.

https://uni-tuebingen.de/en/fakultaeten/philosophische-fakultaet/fachbereiche/altertums-und-kunstwissenschaften/institut-fuer-die-kulturen-des-alten-orients-ianes/forschung/aegyptologie/projekte/the-temple-of-esna/

Source: uni-tuebingen.de (ph. Ahmed Amin)
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Scoperte 30 monete d’oro di oltre 1000 anni nel Fayyum

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Per una volta, l’utilizzo della parola “tesoro” – o meglio, “tesoretto” – riferita a una scoperta non è improprio. Nel gergo archeologico, infatti, un tesoretto è un gruppo di monete nascosto in antichità, ma mai più recuperato.

In questo caso, il gruzzolo è davvero consistente perché la missione egiziano-russa a Deir el-Banat, sul bordo sud-orientale del Fayyum, ha ritrovato un sacchetto di lino, ancora chiuso con un sigillo in argilla, che contenevale 33 monete risalenti alla dinastia abbasside.

Tra queste ci sono 28 dinar d’oro coniati durante i califfati di Al-Mu’tasim Bi’llah (833-842), Al-Muqtadir Bi’llah (908-932) e Al-Radi Bi’llah (934-940). Si tratta sicuramente di una delle più importanti scoperte effettuate nel sito da quando, nel 2003, è partita la prima campagna di scavo, all’inizio solo russa. Nell’area, negli anni scorsi sono state individuate anche mummie di epoca greco-romana e altre testimonianze di età copta e islamica.

http://www.cesras.ru/deyatelnost/arheologiya/fajjum-dejr-al-banat

Source: Ministry of Tourism and Antiquities
Source: Ministry of Tourism and Antiquities

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