Karnak, ricostruita cappella per barca sacra di Thutmosi III

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Source: CNRS-CFEETK 2016

Alla presenza del ministro El-Enany, ieri è stato ufficialmente inaugurato un nuovo monumento nel Museo all’aperto del complesso di Karnak. Nell’area dell’angolo N-E della cinta di Amon-Ra preposta all’esposizione delle strutture ricostruite (come la “Cappella Bianca” di Sesostri I o la “Cappella Rossa” di Hatshepsut), da oggi è possibile ammirare anche la cappella in calcite di Thutmosi III (1458-1424) ritrovata in frammenti, tra il 1914 e il 1954, nel riempimento del 3° pilone e nei pressi del 9° pilone. Il sacello originariamente era  posto di fronte al 4° pilone come stazione intermedia per accogliere la barca sacra di Amon durante le processioni, prima di essere smantellato e riutilizzato come materiale di reimpiego. La ricostruzione della cappella è stata affidata al team del Centre Franco-Égyptien d’Étude des Temples de Karnak (CFEETK) che aveva iniziato nel 2010 rimontando i pezzi delle pareti per poi passare, lo scorso anno, al difficile ricollocamento della lastra del soffitto, pesante 76 tonnellate (qui il video del procedimento). I lavori di restauro e pulizia finale si sono conclusi nelle scorse settimane.

http://www.cfeetk.cnrs.fr/index.php?page=anastylose-chapelle-thoutmosis-iii

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Riaperto il Mallawi Museum dopo l’assalto del 2013

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Source: MSA

Stamattina, alla presenza del ministro El-Enany, delle più alte cariche politiche locali e di archeologi egiziani e stranieri, è stato ufficialmente riaperto il Mallawi Museum. Il museo, situato 40 km a sud di El-Minya, in Medio Egitto, conservava 1089 reperti provenienti dai vicini siti di Tuna el-GebelHermopolis, Antinopoli e Amarna. Di questi, ben 1040 furono rubati il 14 agosto 2013 da un’orda incontrollata di persone che approfittarono del caos scoppiato dopo la destituzione del presidente Morsi. Gran parte dei pezzi spariti (950) è stata recuperata grazie ai sequestri della polizia o alle restituzioni spontanee da parte di chi, evidentemente, non era riuscito a piazzare una refurtiva così scomoda (link 1, link 2, link 3, link 4, link 5, link 6, link 7). Anche l’edificio subì gravi danni, ma ora, dopo tre anni di restauro, è tornato ad aprire le porte ai visitatori. Il progetto di rinnovo è costato 10 milioni di lire egiziane (circa 1 milione di euro), in parte finanziati dal Governo italiano.

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Giovanni Romanin: la storia del cavatore che diede la vita per salvare Abu Simbel

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48 anni fa (22 settembre 1968), René Maheu, l’allora Direttore Generale dell’UNESCO, dichiarava ufficialmente conclusa una delle più grandi imprese ingegneristiche della storia, una vera e propria corsa contro il tempo per salvare un monumento patrimonio dell’umanità. Dopo quattro anni di duro lavoro, oltre 2000 uomini venuti da tutto il mondo erano riusciti a strappare dalla minacciosa avanzata delle acque del Nilo i templi di Abu Simbel.

Il salvataggio del complesso ramesside è il simbolo dell’iniziativa di 113 Paesi che, rispondendo all’appello lanciato dall’UNESCO con l’invio di denaro, tecnologie e professionalità di ogni tipo, si adoperarono alla protezione dei siti archeologici del Sud dell’Egitto e del Nord del Sudan che rischiavano di essere inghiottiti dal Lago Nasser. Infatti, con la costruzione della Grande Diga di Assuan, iniziata nel 1960, si sarebbe creato un enorme bacino idrico artificiale della superficie di circa 6000 km² in un’area ricchissima di testimonianze storiche. La campagna internazionale durò 20 anni, fino al 10 marzo 1980, e vide lo spostamento in punti più sicuri di 22 monumenti, come i templi di File che furono ricollocati sulla più alta isola di Agilkia. Tutto ciò che non si sarebbe potuto salvare fu documentato grazie a decine di missioni archeologiche, compresa quella italiana (Università di Torino, Milano e Roma “La Sapienza”) che, sotto la direzione di Sergio Donadoni, scavò nei siti di Demhit, Kalabsha, Kubban, Ikhmindi, Korosko-Qasr Ibrim, Tamit e Sonqi Tino. Il governo egiziano, poi, in segno di riconoscimento per l’aiuto ricevuto, donò interi edifici alle nazioni che si erano distinte nelle operazioni di salvataggio: il Tempio di Debod alla Spagna (Madrid), di Dendur agli USA (Metropolitan Museum di New York), di Taffa all’Olanda (Rijksmuseum van Oudheden a Leida), la porta del Tempio di Kalabsha alla Germania (Ägyptisches Museum und Papyrussammlung di Berlino) e il santuario rupestre di Ellesija all’Italia (Museo Egizio di Torino). Il nostro Paese, in particolare, ebbe un ruolo di primaria importanza proprio ad Abu Simbel grazie all’avanzata perizia ingegneristica e, soprattutto, alla maestria in un mestiere secolare come quello dei cavatori di marmo.

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Febbraio 1966

I due templi si trovano 280 km a sud-ovest di Assuan, in pieno deserto. Fatti scavare nella roccia da Ramesse II (1279-1212) nel 26° anno di regno, servivano a celebrare la divinizzazione in vita del faraone e di Nefertari. Il Tempio Maggiore, con la facciata occupata dai quattro colossi alti 20 metri, era dedicato a Ptah, Amon-Ra, Ramesse II e Ra-Harakti; il Tempio Minore, poco più a nord, era consacrato ad Hathor e alla regina. Le dimensioni degli edifici e l’asprezza del luogo in cui sono ubicati rendono evidente come sia stato arduo realizzarli; difficoltà che incontrò 3000 anni dopo (1 agosto 1817) anche Giovan Battista Belzoni che fu il primo a riuscire a liberare il Tempio Maggiore dalla sabbia e a trovarne l’entrata; così, proseguendo fino al secolo scorso, la campagna dell’UNESCO, costata quasi 42 milioni di dollari, può essere considerata la terza grande impresa che ha interessato il complesso. Egittologi, epigrafisti, fotografi e disegnatori documentarono ogni singolo centimetro delle strutture per poi lasciar campo libero a ingegneri, architetti e operai in un gigantesco puzzle da 1041 tessere di 20 tonnellate! I templi, infatti, andavano letteralmente fatti a pezzi (alcuni dei quali raggiungevano il peso di 33 T) e rimontati in un punto che, 208 metri indietro e 65/67 più in alto, non sarebbe stato raggiunto dall’acqua. Durante le operazioni di smantellamento, terminate a febbraio/marzo 1966 (immagine in alto), fu costruito uno sbarramento che rallentasse l’avanzamento del lago. Ogni blocco numerato fu ricollocato al suo esatto posto tanto da mantenere l’allineamento che permette ancora il ripetersi, due volte l’anno (22 febbraio e 22 ottobre), seppur con uno sfasamento di un paio di giorni, del cosiddetto “Miracolo del Sole”, il fenomeno durante il quale, alle prime luci dell’alba, i raggi del sole attraversano tutto il Tempio Maggiore e illuminano tre delle quattro statue del sancta sanctorum. Il tutto, poi, fu ricoperto da due gigantesche cupole in cemento armato, dalla campata di 50 e 24 m, e dalla montagna artificiale che ricrea il paesaggio originario.

La fase più delicata dell’intero progetto fu probabilmente il sezionamento dei templi, soprattutto delle superfici a vista, che fu affidato agli Italiani: decine di esperti cavatori da Carrara e da Mazzano (BS) diressero gli operai egiziani in questo delicato compito. I tagli, infatti, dovevano essere il meno larghi possibile raggiungendo al massimo i 15-20 mm per le porzioni interne e addirittura 8 per le parti visibili. Per raggiungere una simile precisione, si poteva utilizzare esclusivamente la sega a mano; un lavoro a dir poco infernale se si considerano anche le temperature che possono superare i 45° (per questo, spesso si cominciava di notte), la sabbia che ostruisce le vie respiratorie e il vento tagliente del deserto che sferza la pelle. I reporter dell’epoca si stupivano del fatto che gli Italiani, al contrario degli operai locali, non usassero quasi mai occhiali protettivi e mascherina per “sentire meglio” la pietra. E pensare che molti di loro non avevano mai lasciato il loro paesino prima di allora e, di certo, non erano abituati a un clima del genere. Condizioni ambientali che, invece, conosceva benissimo Giovanni Romanin, uno dei protagonisti dell’impresa e alla cui memoria è dovuta la decisione di scrivere questo articolo. Perché ogni grande evento della storia è composto da migliaia di piccole esperienze intrecciate l’una all’altra, assemblate proprio come i blocchi dei templi ricostruiti, e quella di Giovanni si lega indissolubilmente ad Abu Simbel.

Giovanni, infatti, è stato uno di quei cavatori chiamati in Egitto dall’Italia dove, purtroppo, tornò privo di vita ancor prima del completamento dei lavori. Era nato il 4 maggio 1909 a Forni Avoltri (UD), un piccolo centro della Carnia la cui economia è da sempre basata sulle miniere e le cave alpine. Non a caso, Giovanni e il fratello Virginio vivevano proprio dell’estrazione della pietra locale e, per la loro esperienza, negli anni ’30 furono chiamati a lavorare in Etiopia. Ad Addis Abeba rimasero 13 anni durante i quali provarono le difficili condizioni climatiche che avrebbero ritrovato nel 1964 quando, dopo essere ritornati a casa, furono contattati dall’Impre.Gi.Lo (Impresit-Girola-Lodigiani), società specializzata in grande opere che, insieme ad altre 4 aziende, era stata incaricata dall’UNESCO per il trasloco. I due fratelli erano perfetti per quel ruolo grazie alle solide competenze professionali e al periodo passato in Africa; in particolare, Giovanni doveva amare veramente ciò che faceva perché, nelle foto, dove è riconoscibile dall’immancabile berretto nero, appare sempre sorridente (vedi in basso). Purtroppo, però, è impossibile trovarlo sorridente anche nelle foto di gruppo ufficiali scattate durante la cerimonia di chiusura del 22 settembre 1968: era spirato due anni prima senza la soddisfazione di veder coronati i suoi sforzi. Il 16 luglio 1964, infatti, fu colpito da un infarto e a nulla servì la corsa verso un ospedale di Assuan dove, unica vittima dell’intero corso del cantiere, arrivò già morto. Ma, più che ricordarlo per questo triste primato, a Giovanni Romanin vanno tributati tutti gli onori del caso per aver contribuito, perfino con la sua vita, al salvataggio di una delle meraviglie più rappresentative dell’antico Egitto.

Vorrei ringraziare di cuore la figlia Virginia che mi ha raccontato la storia del padre, purtroppo perso da bambina; una storia che merita di essere conosciuta da tutti e ricordata ogni qual volta ci si trovi di fronte a una foto dei quattro colossi di Ramesse.

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“XXVII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico” (Rovereto, 4-18 ottobre 2016)

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Torna l’appuntamento annuale con la divulgazione archeologica a mezzo cinematografico: a Rovereto (TN), dal 4 all’8 ottobre, si terrà la “27ª Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico”. La manifestazione, organizzata dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto con la collaborazione della rivista Archeologia Viva, vedrà la presenza di 50 film da tutto il mondo appartenenti al “settore della ricerca archeologica, storica, paletnologica, antropologica e comunque aventi come scopo la tutela e la conservazione dei beni culturali”. Tra questi, tre pellicole si occupano di tematiche inerenti all’antico Egitto: “A la dècouverte du temple d’Amenhophis III” del fotografo e cineasta francese Antoine Chéné che da anni lavora con il Centre Franco-Égyptien d’Études de Temples de Karnak, ma che, questa volta, si è occupato del tempio funerario di Kom el-Hettan;  “Ancient Egypt – Life and Death in the Valley of the Kings”, i due documentari realizzati da Ian Hunt per la BBC con protagonista l’egittologa Joann Fletcher.

A margine delle proiezioni, Francesco Tiradritti, direttore della Missione Archeologica Italiana a Luxor (MAIL), terrà una conferenza dal titolo “Ricerche nel cenotafio di Harwa: iniziazione e resurrezione nell’Egitto del VII secolo a.C.”, confermando, così, Tebe Ovest come filo conduttore dell’egittologia presente a Rovereto nell’edizione 2016.

Il pubblico presente in sala eleggerà il film vincitore del consueto Premio “Città di Rovereto – Archeologia Viva” e si conferma la menzione speciale conferita da una giuria di archeoblogger di cui ho l’onore e il piacere di far parte insieme a:

Inoltre, quest’anno avrò la possibilità di essere presente di persona all’evento e di accedere all’importante banca dati fotografica del Museo Civico che contiene oltre 30.000 scatti di Maurizio Zulian da diverse località di Alto e Medio Egitto. Quindi, continuate a seguirmi qui sul blog e sui vari social (Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat: @djedmedu) per essere informati dei prossimi aggiornamenti.

Per il programma completo: http://www.rassegnacinemaarcheologico.it/rica_context.jsp?ID_LINK=114023&area=316&id_context=406393&page=2

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Individuati elementi metallici nella seconda barca solare di Cheope

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Source: thenews.com

Ieri, durante una visita ufficiale a Giza, il ministro El-Enany ha annunciato un’importante scoperta effettuata dal team giapponese di Sakuji Yoshimura (Waseda University) che sta lavorando all’estrazione dei frammenti lignei della seconda barca solare di Cheope. Una delle ultime tavole prelevate, lunga 8 metri e larga 40 cm, presenta 11 ganci metallici (vedi foto), circolari o “ad U”, forse utilizzati come supporti per i remi. Si tratta del primo ritrovamento del genere in quanto la prima barca, oggi esposta nell’apposito museo accanto alla Grande Piramide, non presenta alcun elemento metallico. Questo particolare ha spinto Yoshimura a ipotizzare che l’imbarcazione sia stata realizzata per navigare effettivamente e non solo a scopo funerario. Tuttavia, è ancora presto per arrivare a conclusioni e bisognerà aspettare che tutta la barca sia portata nei laboratori del Grand Egyptian Museum dove verrà restaurata e rimontata. Infatti, ci vorranno ancora 8 anni per il completamento del “Khufu Solar Boat Restoration Project” perché, al momento, solo 700 pezzi su 1450 sono stati trasferiti al GEM.

Le due barche di 47 metri furono scoperte nel 1954 da Kamal el-Mallakh in fosse a sud della Piramide di Cheope, ma la seconda è rimasta sigillata nel suo pozzo fino al 1987 a causa del pessimo stato di conservazione. Solo nel 2009 è iniziato il progetto di rimozione che ha visto una prima fase di pulizia, disinfestazione e consolidamento in situ e poi, solo dopo aver abbassato il livello di umidità del legno al 55%, la seconda fase di spostamento dei pezzi.

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Scoperto sarcofago di un sindaco di Tebe della XXV dinastia

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Source: MSA

Come di consueto, con l’avvicinarsi della fine dell’estate, tornano attive le missione archeologiche in Egitto e fioccano notizie di scoperte. Così, partiamo con quella effettuata dai membri del South Asasif Conservation Project che, sotto la direzione di Elena Pischikova, lavorano allo studio, alla pulizia e al restauro di tombe già note ma mai pubblicate in modo appropriato nella necropoli di el-Asasif Sud, a Tebe Ovest. Nella TT391 (già segnalata da Champollion e Rosellini), la sepoltura di Karabasken – Quarto Profeta di Amon e Sindaco di Tebe sotto il faraone Shabaka (715-705; XXV dinastia) – , durante lo scavo della sala cultuale più interna, è venuta alla luce una rampa discendente di 9 metri che porta alla camera sepolcrale. Qui si trova un sarcofago di granito rosa (altezza 241, larghezza 163, lunghezza 306 cm) senza iscrizioni né raffigurazioni. Il pesante coperchio reca tracce di almeno due tentativi di apertura in antichità, mentre l’interno si presentava allagato al momento della scoperta. Ora si aspetta uno scavo più approfondito per verificare la presenza di frammenti lignei o del corpo del defunto.

https://southasasif.wordpress.com/2016/08/25/the-discovery-of-the-burial-chamber-and-sarcophagus-of-the-mayor-of-thebes-and-forth-priest-of-amun-karabasken-tt-391-25th-dynasty/

Per maggiori nformazioni sulla tomba: http://www.southasasif.com/Karabasken-Entrance.html

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Cédric Gobeil nuovo presidente dell’Egypt Exploration Society

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Source: adul.ulaval.ca

Cédric Gobeil è il nuovo presidente dell’Egypt Exploration Society. Lo studioso francese, membro dell’IFAO e direttore della missione transalpina a Deir el-Medina, è stato eletto dal Comitato Direttivo della gloriosa società britannica (fondata nel 1882) ed entrerà in carica all’inizio di ottobre. Succede a Chris Naunton che si era dimesso lo scorso 31 maggio per concentrarsi, tra le altre cose, sul suo nuovo ruolo di presidente dell’International Association of Egyptologists.

Qui il suo profilo su academia.edu: https://egnet.academia.edu/C%C3%A9dricGobeil

http://ees.ac.uk/news/news/369.html

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“Agente 007 – La spia che mi amava” (blooper egittologici)

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Ebbene sì: l’agente di Sua Maestà con licenza di uccidere è andato in missione segreta anche tra piramidi e templi egizi. Nemmeno 007 poteva rimanere impassibile di fronte al fascino della Valle del Nilo e delle sue bellezze (non solo monumentali); così, in Egitto è ambientato, almeno in parte, il decimo film ispirato dalla penna di Ian Fleming: “La spia che mi amava”. Il ruolo di James Bond è ricoperto da Roger Moore, mentre la regia è affidata a Lewis Gilbert che aveva già diretto “Si vive solo due volte” con Sean Connery. In piena Guerra Fredda (siamo nel 1977), viene raccontata un’alleanza anglo-sovietica contro un nemico comune, Karl Stromberg, che minaccia di cancellare l’intera umanità per creare una nuova civiltà atlantidea nel profondo degli abissi; il tutto, condito con l’ironia tipica delle pellicole di 007 con Moore.

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La storia si sviluppa in diverse parti del mondo compreso, come anticipato, l’Egitto che, in poco più di mezz’ora, viene mostrato in tutti i suoi luoghi più iconici (e scontati). Due sottomarini nucleari, uno inglese e uno russo, vengono catturati da Stromberg grazie a un sistema di telerilevamento satellitare che, per un tradimento interno, viene rivenduto in segreto. Così, James Bond si reca proprio al Cairo dove si trova la persona venuta in possesso del microfilm con i codici per rintracciare i sommergibili. Si inizia subito con un cliché perché l’agente, vestito come Lawrence d’Arabia, cavalca nel deserto fino a un accampamento in un’oasi a pochi chilometri dalle piramidi di Saqqara (immagine in alto). La scena, poi, si sposta nei vicoletti della Vecchia Cairo, nel cortile della moschea di Ibn Tulun e nelle magnifiche stanze del Gayer-Anderson Museum. L’incontro decisivo con il contatto di 007, però, è a Giza, durante uno dei famosi spettacoli serali di luci e suoni che, tutt’oggi, colorano piramidi e sfinge con un sottofondo musicale. Tuttavia, all’appuntamento si presentano anche il Maggiore Amasova del KGB (Barbara Bach), anch’essa interessata ai codici, e uno dei nemici più popolari dell’intera saga, Squalo o, nella versione originale, Jaws (Richard Kiel; in basso a destra).

Le riprese in notturna a Giza devono essere state problematiche, tanto che il regista fu costretto a rigirare gli spezzoni dei primi piani utilizzando finti fondali e modellini delle piramidi (come è evidente nell’immagine in alto a sinistra). In ogni caso, il killer dalle fauci d’acciaio recupera il microfilm, uccide tutti coloro che ne erano venuti in contatto e fugge verso sud con un furgone nel cui retro s’intrufolano le due spie. Un viaggio che dura una notte con destinazione Luxor. Ed è qui che iniziano i blooper, sostanzialmente dovuti al menefreghismo del regista che incolla nella stessa sequenza luoghi lontani anche centinaia di chilometri.

Il veicolo entra nel tempio funerario di Ramesse III a Medinet Habu attraversando il cosiddetto migdol (Fig. 1; min. 39:53); subito dopo, però, passa sotto il portale (Fig. 2; min. 39:55) che è sul lato est del migdol, non dietro. Si tratta, infatti, dell’ingresso del piccolo tempio di Amon costruito sotto la XVIII dinastia (Amenofi I, Hatshepsut e Thutmosi III), inglobato nel grande complesso ramesside e ampliato in epoca greco-romana. Scesi dal furgone, Bond e la compagna (in questo caso, termine di doppia valenza) si aggirano tra le colonne della grande sala ipostila di Karnak (Fig. 3; min. 40:39) che, in realtà, si trova sull’altra sponda del Nilo. Qui Squalo tende loro un agguato scagliando dall’alto un pesante blocco, scena ripresa in “Assassinio sul Nilo” e in “Natale sul Nilo”. Il masso, però, cade nel Ramesseum (Fig. 4; min. 42:12). Siamo tornati sulla Riva Ovest con la terza location in poco più di due minuti: comincio ad avere il mal di mare…

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Stessa cosa succede dopo un viaggio in feluca che avrebbe dovuto portare 007 al Cairo, ma che, invece, lo conduce ad Abu Simbel (Fig. 51:06) dove si trova il quartier generale dell’MI6, il servizio di spionaggio britannico per l’estero. Ancora una volta, pochi secondi bastano per spostamenti di miglia perché viene inquadrato prima il II pilone di Medinet Habu (Fig. 6; min. 51:10) e poi, dopo un passaggio segreto, il sancta sanctorum (ricostruito) del Tempio maggiore di Abu Simbel (Fig. 7; min. 51:50) usato come ufficio della segretaria dell’agenzia, Miss Meneypenny. Il labirintico rimbalzare da un posto all’altro continua con una finta tomba tebana (Fig. 8; min: 52:10), decorata con scene tratte dalle sepolture di Tutankhamon, Ramesse VI, Seti I, Sennedjem, Nakht ecc., e con la sala ipostila, di nuovo ricostruita, del tempio di Abu Simbel (Fig. 9; min. 53:25).

Finita la parte in Egitto, il film continua per un’altra mezz’ora, ma mi scuserete se non continuo a parlarne: mi sono perso!

 

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Inglese trova nell’armadio martello di Antico Regno

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Source: hansonsauctioneers.co.uk

È la seconda volta in due anni che scrivo di un inglese qualunque che si ritrova per caso con un martello antico 4500 anni… Non è nemmeno così raro che dalle britanniche soffitte spuntino reperti egizi; la particolarità sta nel fatto che, dopo il mazzuolo acquistato nel 2014 in un mercatino da un abitante di Northumberland per sole 3,5 sterline, un anonimo fortunato del Derbyshire ne ha trovato uno uguale in un armadio ereditato. Si tratta, infatti, di un attrezzo ligneo (immagine a sinistra) risalente all’Antico Regno che un suo parente aveva trovato mentre, durante la seconda guerra mondiale, era accampato in una grotta del Monte Muqattam, nei pressi del Cairo.

L’attuale proprietario, dopo aver fatto autenticare l’oggetto dagli esperti del Natural History Museum di Londra, ha subito deciso di venderlo affidandolo alla  Hansons Auctioneers and Valuers che lo metterà all’asta il 7 ottobre con una valutazione iniziale di 2000-3000 £ (2300-3460 €).

http://www.hansonsauctioneers.co.uk/pages/news-details.php?id=663

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Antinoo ritrova la faccia negli USA grazie a un egittologo

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Source: villaludovisi.org

Quando la deformazione professionale non ti abbandona nemmeno in vacanza! È successo durante un viaggio a Roma nel 2005 a W. Raymond Johnson, direttore dell’Epigraphic Survey dell’Oriental Institute di base presso la Chicago House a Luxor. L’egittologo, visitando il Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps, si era imbattuto nel cosiddetto “Antinoo Ludovisi” (inv. n° 8620; immagine a destra), busto marmoreo del II secolo restaurato nel ‘700. La scultura da subito gli era sembrata familiare e non solo perché Antinoo è un personaggio strettamente legato all’Egitto. Il giovane bitinio, infatti, divenuto l’amante preferito di Adriano, lo accompagnò nei suoi lunghi viaggi d’ispezione nelle province orientali fino alla fine di ottobre del 130, quando annegò nel Nilo. La morte nel fiume sacro portò all’identificazione di Antinoo con Osiride e alla conseguente divinizzazione: l’imperatore fondò una città in suo onore, Antinopoli, nel Medio Egitto, vicino il luogo dell’incidente (sempre che di incidente si sia trattato), e fece diffondere il culto del suo amato in tutto l’impero. È per questo motivo che sono così numerosi i suoi ritratti.

chi_cat_9_11.jpegRitornando all’Antinoo Ludovisi, Johnson si era accorto di un particolare che lo collegava a un frammento di statua (immagine in alto a sinistra) conservato presso l’Art Institute of Chicago. Il pezzo era stato acquistato a Roma nel 1898 da Charles L. Hutchinson, primo presidente dell’AIC, quando era ancora inserito di profilo in un rilievo fittizio. Chiaramente attribuibile ad Antinoo per i ricci voluminosi, il ritratto si adatterebbe proprio all’integrazione settecentesca dell’esemplare di Palazzo Altemps. L’ipotesi è stata confermata da analisi di esperti in arte classica e da rilievi con laser scanner che hanno permesso anche l’elaborazione di un modello virtuale. Infine, grazie a una stampante 3D, sono state realizzate copie a grandezza naturale delle due parti finalmente unite dopo secoli (foto a sinistra) e poi un gesso completo senza le lacune provocate dai vecchi restauri. Il prodotto finale e i due ritratti, insieme ad altre statue di Antinoo e Adriano, saranno esposti a Chicago fino al 5 settembre presso la mostra “A Portrait of Antinous, in Two Parts”: http://www.artic.edu/exhibition/portrait-antinous-two-parts

Aggiornamento: la mostra si sposta a Palazzo Altemps

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La mostra – con la dovuta traduzione del titolo – “Antinoo, un ritratto in due parti” si sposta in Italia e i tre pezzi (le due porzioni di Chicago e Roma più la ricostruzione) saranno esposti dal 14 settembre 2016 fino al 15 gennaio 2017 presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps. Un’occasione imperdibile prima che le metà si dividano di nuovo.

http://archeoroma.beniculturali.it/sites/default/files/CS%20ANTINOO.pdf

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