Come una foto di Kim Kardashian ha smascherato il traffico illegale di un sarcofago egizio

ph. LANDON NORDEMAN/NEW YORK TIMES

Probabilmente avrete già visto questa foto. D’altronde, lo scatto è diventato virale per la presenza di una delle influencer più famose del mondo e per l’evidente accostamento cromatico tra il suo abito e il reperto egizio in vetrina. I più attenti frequentatori del blog non si saranno fermati alla sola Kim Kardashian, ma avranno riconosciuto anche il sarcofago di cui avevo già parlato in precedenza.

La foto era stata scattata durante il Met Gala del 7 maggio 2018, esclusiva raccolta di fondi del Metropolitan Museum, durante la quale le celebrity di tutto il globo ogni anno fanno a gare per sfoggiare l’outfit giusto più appariscente. Il museo newyorkese aveva da poco acquistato, per la cifra monstre di 4 milioni di dollari, il sarcofago dorato di Nedjemankh, sommo sacerdote del dio Herishef vissuto a Eracleopoli nel I sec. a.C. Fra l’altro, era proprio in procinto di lanciare una mostra temporanea dedicata al pezzo, dal titolo “Nedjemankh and His Gilded Coffin”, che è stata interrotta in anticipo il 12 febbraio 2019. A quanto pare, soprattutto a causa di questa foto.

Il Met era infatti venuto a conoscenza che il sarcofago era stato rubato in Egitto nel 2011, nonostante la documentazione – risultata falsa – fornita dalla casa d’aste parigina da cui lo aveva comprato. Il presidente e amministratore delegato del Metropolitan Museum, Daniel Weiss, si era subito scusato con il ministro delle Antichità Khaled El-Enany e con tutto il popolo egiziano, promettendo la restituzione del reperto che effettivamente è avvenuta il 1 ottobre 2019.

In un recente episodio di “Art Bust: Scandalous Stories of the Art World”, podcast del giornalista Ben Lewis, sono emersi i retroscena che hanno portato l’assistente procuratore distrettuale di Manhattan Matthew Bogdanos, specializzato nel traffico di opere d’arte, a far partire l’indagine. L’intervista è piena di particolari curiosi che permettono di ricostruire l’intricato viaggio del sarcofago, dal deserto egiziano alla Grande Mela. L’inizio, in particolare, ricollega la vicenda alla foto della dorata Kardashian. Bodganos è stato infatti contattato via mail da un’anonima gola profonda che si sarebbe irritata vedendo lo scatto ovunque sul web e soprattutto leggendo l’enorme cifra spesa per l’acquisto del pezzo.

L’informatore avrebbe ammesso di essere uno dei ladri che, 7 anni prima, avevano trafugato il reperto nell’area di Minya, 250 km a sud del Cairo, senza però ricevere la ricompensa pattuita. A prova di tale affermazione, in allegato c’era, oltre alla foto di Kim, altre 6 immagini in cui si vedeva il sarcofago appena dissotterrato e ancora sporco di fango. Complice lo scarso controllo dopo la rivoluzione del 2011, i tombaroli avrebbero gettato ignobilmente nel Nilo la mummia di Nedjemankh (di cui resta solo un dito rimasto attaccato al fondo della bara) e trasportato al sicuro il “bottino”, prima sul dorso di un asino e poi con un fuoristrada. Nel 2013 sarebbe stato spedito via nave negli Emirati Arabi Uniti ad Hassan Fazeli, un mercante di antichità della città di Sharjah, e poi – incredibilmente tramite FedEx – ad Amburgo in Germania, presso la Dionysos Gallery. Qui Roben Dib, curatore della galleria, avrebbe creato una licenza di esportazione falsa del 1971, data precedente alla promulgazione della legge 117 del 1983. Infine, il sarcofago sarebbe stato acquistato da Christophe Kunicki, esperto d’archeologia del Mediterraneo e membro del comitato della Société Française d’Égyptologie, che lo ha personalmente proposto al Met.

L’inchiesta di Bodganos ha avuto strascichi anche in Francia dove proprio Kunicki è stato arrestato insieme al marito e socio Richard Sampaire e ad altri altisonanti nomi del settore, come un ex curatore del dipartimento del Vicino Oriente del Louvre, il presidente della celebre casa d’aste Pierre Bergé & Associés e un altro banditore parigino. Tutti quanti sono risultati coinvolti nel traffico di reperti provenienti da paesi in guerra o sconvolti dalla primavera araba, come Egitto, Libia, Siria e Yemen, venduti illegalmente a privati e a inconsapevoli musei, tra cui spiccano il Louvre di Abu Dhabi e, per l’appunto, il Metropolitan di New York.


Il podcast con l’intervista a Bogdanos: https://podcasts.apple.com/ca/podcast/the-golden-coffin/id1576264945?i=1000529556353

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Culti egiziani nel contesto della Campania antica (di Chiara Lombardi)

Tempio di Iside a Pompei, illustrazione a “Viaggio pittoresco di Napoli e Sicilia”, Edouard Gautier-Dagoty, ca. 1781, Metropolitan Museum

Come è noto, alcuni culti nilotici travalicarono i confini egiziani e arrivarono a diffondersi, nel corso dei secoli, in tutto il bacino del Mediterraneo. Tra le divinità egizie “esportate”, la più fortunata (visto il soggetto, definizione non casuale) è senza dubbio Iside che, grazie al sincretismo delle religioni politeistiche del passato, fu spesso accolta negli altri pantheon e identificata con dee locali. Testimonianze di culti isiaci si trovano anche in Italia, praticamente dappertutto, ma il luogo in cui è individuabile il loro primo arrivo è la Campania. I mercanti stranieri che approdavano nelle floride città della costa campana, infatti, trasportavano, insieme alle merci da vendere, una religione egizia ormai filtrata dal mondo ellenistico. Le testimonianze nella regione sono quindi tante così ho chiesto a Chiara Lombardi di fare una panoramica generale, conscio della vastità dell’argomento che, qualora vogliate, si può sempre approfondire. Chiara è laureata all’Università degli Studi di Napoli “L’ Orientale” con una tesi in archeologia egiziana sul ruolo di Iside nel mondo funerario del Nuovo Regno, ha collaborato con la Princeton University per un progetto sulla collezione dei manoscritti etiopici, eritrei ed egiziani dei Miracoli di Maria (tesi triennale) e attualmente è research assistant per il prof. Emeritus M. D. Donalson (Alabama School of Mathematics and Science) e research professor in Storia delle Religioni alla Mellen University. Ha scritto diversi contributi su Iside, nonché una monografia sulla dea di prossima pubblicazione.


Le attestazioni più antiche di Egitto in Campania provengono dagli Aegyptiaca rinvenuti all’interno delle sepolture alla fine dell’VIII sec. a.C. (periodo Orientalizzante), e da una moneta di Tolemeo III Evergete rinvenuta in una tomba sannita di Casamarciano a Nola. Per i culti egiziani ufficiali bisogna attendere il pieno II sec. a.C. Di questi fa senz’altro parte il culto del dio dinastico lagide Serapide a Pozzuoli, il cui tempio è menzionato dalla Lex Parieti Faciendo (CIL X, 1781, 105 a.C.), ed è raffigurato su una fiaschetta in vetro, ora conservata a Praga, che rappresenta in modo schematico i monumenti di Puteoli (fine III/inizi IV sec. d.C.). A Cuma, il riempimento del bacino lustrale del tempio dedicato ad Iside Pelagia e/o Iside Pharia (II sec. a.C.-III/IV sec. d.C.) ha restituito, tra i vari reperti, tre statue egiziane acefale rappresentanti Iside, un sacerdote naoforo, una sfinge e una statua tenente una cornucopia o una torcia da identificarsi con Hecate, Persefone o Iside-Tyche. A Napoli è attestata una comunità alessandrina nella Regio Nilensis, di cui oggi resta la statua del dio Nilo a Largo Corpo di Napoli. Dalla capitale partenopea provengono due statue in stile ellenistico di Iside in lutto (MANN e Kunsthistorisches Museum, Vienna), una statua di Faustina come Iside (MANN) e una Iside Pelagia (Museum of Fine Arts, Budapest). A Ercolano, il rinvenimento di reperti egiziani ed egittizzanti nel vestibolo della cosiddetta Palestra (Insula Orientalis II), la grande quantità di acqua in questa zona e l’ampiezza dell’area, hanno fatto ipotizzare la presenza di un luogo di culto dedicato a Iside a monte del vestibolo, ancora sepolto dall’eruzione. Da Ercolano provengono anche una serie di affreschi raffiguranti cerimonie isiache e l’Inventio Osiridis, dei quali purtroppo si è persa l’originale collocazione. Affreschi di cerimonie isiache provengono anche dall’Iseo pompeiano, l’unico tempio dedicato ad Iside ancora esistente al di fuori dell’Egitto. A Pompei la più antica testimonianza di un Iseo è da ascriversi alla seconda metà del II sec. a.C., come ci testimoniano gli scavi ivi condotti nonché la tipologia di materiali rivenuti. La scoperta negli scavi del 1765-1766 di una coppetta a vernice nera del tipo Lamboglia 16 (I sec. a.C.) con un’iscrizione in greco potrebbe rappresentare la prima e più antica dedica ad Iside a Pompei, qualora De Caro (Novità Isiache dalla Campania, in La parola del passato. Rivista di Studi Antichi XLIX, 1994, p. 8) avesse ragione nell’integrare l’iscrizione con la parola “Εἴσιδος”, Iside. A Benevento, l’ipotesi più recente di Pirelli (Il culto di Iside a Beneventum, in De Caro S. (ed.), Il culto di Iside a Beneventum, Milano 2007, p. 12) identifica un primo tempio dedicato ad Iside “Signora di Benevento” come estensione di una cappella privata forse dedicata ad Iside Pelagia (I sec. a.C.). Il santuario voluto da Domiziano, che mescola gli stili egiziano ed ellenistico tipici dei templi dedicati a divinità egiziane fuori dall’Egitto, possedeva anche un Canopo. La collocazione del tempio è ancora dibattuta.

In tutta la Campania vi sono attestazioni di culti egiziani testimoniati da resti di sacelli privati, santuari, statuine, sistra, amuleti, ushabty, lampade ad olio, nonché un cospicuo numero di affreschi ed epigrafi, provenienti da Acerra, Avella, Boscoreale, Campi Flegrei, Capua, Carinola, Cuma, Ercolano, Napoli, Pompei, Pozzuoli, Sessa Aurunca, Sorrento, Teano. Da Miseno vi sono dediche ad Iside come protettrice dei mari da parte dei marinai della flotta; dall’area del Forum Popilii nell’Ager Falernus proviene un’iscrizione ad Iside Augusta da Caio Novio Prisco (I-II sec. d.C., CIL X, 4717), mentre da Capua il senatore Arrio Balbino dedica ad Iside definendola una quae es omnia (CIL X, 3800, I-II/ III sec. d.C.). Da Eclano una iscrizione della sacerdotessa del culto di Giulia Pia Augusta, figlia di Tito, Cantria Longina pone in forte relazione Iside e Cibele durante l’epoca Flavia (CIL IX, 1153).

Accanto a questi bisogna elencare le numerose attestazioni di quella che viene definita Egittomania, ovvero la “mania” dei Campani di utilizzare motivi egiziani/egittizzanti per decorare le ville vesuviane, tra cui si menzionano la Casa del Fauno, quella del Centenario e quella di Sallustio a Pompei e Villa Arianna a Stabiae. Riprendono invece uno stile egiziano di stampo “imperiale” le Terme Imperiali di Baia e la Villa di Agrippa Postumo a Boscoreale che ricorda la decorazione della Villa di Augusto sul Palatino.

Per concludere, potremmo identificare delle aree di culto ufficiali di tipo egiziano-ellenistico, probabilmente da riconnettersi in origine alla presenza in loco e/o legami con i Lagidi, nella zona flegrea e a Napoli, e dei culti di tipo ellenistico-romano nel resto della Campania, con le opportune modifiche dovute non sono al gusto e alla moda dell’epoca, ma anche al loro valore rituale. Anche gli Aegyptiaca rinvenuti nelle tombe del periodo Orientalizzante vanno collegati alla protezione magica usuale per questa tipologia di reperti funebri.

CHIARA LOMBARDI

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Continuano gli scavi sotto il palazzo di Tawfiq Pasha Andros

Due mesi fa, durante la discussa demolizione del palazzo storico di Tawfiq Pasha Andros, edificio pericolante della fine dell'Ottocento che si trovava a due passi dal Tempio di Luxor, erano stati individuati i resti di quello che in un primo momento era stato definito un tempio di epoca romana (qui il relativo articolo).

Ora, sgomberate le macerie, gli archeologi egiziani hanno cominciato a definire con maggior precisione la pianta delle strutture, seppur i lavori non siano conclusi.  Lo scavo ha rivelato la presenza di testimonianze di diverse epoche, come monete in bronzo risalenti al periodo romano e un magazzino con anfore e lucerne bizantine (V-prima metà VII sec.).

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

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Scoperte tre teste d’ariete nel Viale delle Sfingi di Luxor

Source: see.news

Lo scorso mese vi avevo segnalato che probabilmente a novembre potrebbe tenersi l’inaugurazione ufficiale del Viale delle Sfingi. Infatti, secondo Mostafa Waziry (in foto), segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, i lavori di sistemazione della “Kebash Road” sarebbero al 98%, ma continuano a riservare scoperte archeologiche.

L’ultima risale a poche settimane fa e consiste nel ritrovamento di tre teste di ariete, scolpite nell’arenaria, appartenenti ad alcune delle sfingi che si trovano nei pressi del portale di accesso al Tempio di Khonsu, sul lato sud del recinto di Amon a Karnak. Si tratta di parti delle originarie sfingi criocefale (per l’appunto, “a testa di ariete”) posizionate da Amenofi III (1386-1349 a.C.) ai lati della via processionale che collegava il Tempio di Luxor al complesso di Karnak. A queste si aggiunsero poi quelle a testa umana volute da Nectanebo I (380-363), che portarono il numero complessivo di statue a 1350.

Durante gli scavi sono stati individuati anche altri frammenti, come un ureo sormontato da disco solare e corna, già riposizionato sulla testa di una delle sfingi (foto in basso).

@drmostafawaziry

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Buto, scoperti oggetti di culto legati ad Hathor

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

A Tell el-Farain, sito archeologico del Delta nel governatorato di Kafr el-Sheikh, gli archeologi egiziani hanno effettuato una scoperta veramente rara. Nell’antica città di Buto, consacrata alla dea serpente Uadjet protettrice del Basso Egitto e per questo chiamata in origine Per-Uadjet, sono state individuate testimonianze del culto di un’altra divinità.

Sopra una delle tre colline che compone il sito, nascosti sotto un cumulo di blocchi di pietra, erano riposti diversi strumenti effettivamente usati durante i riti religiosi celebrati in onore di Hathor durante la XXVI dinastia. Si leggono infatti i nomi di faraoni come Psammetico I (664-610 a.C.), Apries (589-570) e Amasis (570-526). In particolare, il cartiglio di quest’ultimo è inciso su quella che viene definita dal dispaccio del Ministero del Turismo e delle Antichità una colonna hathorica in calcare (ma in mancanza di un riferimento metrico, potrebbe essere anche il manico di un sistro; foto in alto). Tra gli altri reperti trovati, spiccano alcuni incensieri in faience, di cui uno è decorato con la testa di Horus (foto nella prima fila in basso a sinistra), statuette della vacca Hathor, di Thot e della dea ippopotamo Tueret, vasi in ceramica e placche in avorio finemente lavorate con scene di portatori di offerte in un ambiente palustre (prima fila in basso, al centro). Inoltre, è stato scoperto anche un amuleto udjat in oro (in basso a destra) e tracce di rivestimento dello stesso materiale prezioso che in origine doveva coprire altri oggetti.

Nella stessa area è stato individuato un vasto edificio più recente, risalente al periodo tolemaico (305-30 a.C.). La struttura doveva avere una funzione religiosa legata a riti purificatori perché comprende un pozzo, una vasca in mattoni rossi foderati in lastre in calcare, un punto per il riscaldamento dell’acqua e un complesso sistema di approviggionamento e drenaggio idrico. Parte del materiale utilizzato per costuire l’edificio è chiaramente di riciclo, come si vede in un blocco in cui ci sono i cartigli del faraone della XXII dinastia Takelot II (850-825 a.C.; in basso a destra).

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Scoperto architrave di Thutmosi III a Karnak

Source: instagram @dr_mostafa_waziry

Durante i lavori di sistemazione del Viale delle Sfingi, nel tratto che si trova nei pressi del grande portale di accesso al Tempio di Khonsu, sul lato sud del recinto di Amon a Karnak, un team egiziano ha individuato 4 grandi frammenti in granito rosa di un architrave. La lettura dei cartigli, inscritti sotto la tipica modanatura a gola egizia, data la scoperta al regno di Thutmosi III (1479-1425 a.C.). Si tratterebbe di un ingresso monumentale della XVIII dinastia, poi sostituito da Tolomeo III (246-222 a.C.) con quello attualmente esistente, chiamato “Bab el-Amara”.

In un video pubblicato da Luxor Times, Mostafa Waziry, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, ha annunciato che i blocchi saranno rimontati ed esposti quando il Viale delle Sfingi sarà inaugurato.

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A Novembre le inaugurazioni del Grand Egyptian Museum e del Viale delle Sfingi di Luxor?

Grand Egyptian Museum – GEM

La domanda che probabilmente mi è stata posta più volte in quasi 8 anni di blog è: “Ma quando apre il GEM?”

Le mie risposte si sono fatte sempre meno sicure col passare degli anni, dal 2014 al 2020, posticipando l’inaugurazione di volta in volta, e si sprecano gli articoli sull’argomento con il punto interrogativo nel titolo.

L’ultima data fornita (in alto a sinistra sul sito ufficiale), spostata ulteriormente a causa della situazione sanitaria globale, è stata “Fine 2021”. Tuttavia, ora potrebbe esserci un’indiscrezione giornalista che confermerebbe – condizionale d’obbligo – l’apertura del Grand Egyptian Museum nel prossimo novembre.

Situato a Giza, a meno di 3 km dalle piramidi, una volta finito sarà il più grande museo archeologico del mondo con 490 mila m² di terreno occupato – comprendenti gallerie, 28 negozi, 10 ristoranti, un centro congressi e un cinema – e 100.000 reperti, di cui la metà sarà esposta. Ormai da anni continuano ad affluire nei depositi della struttura antichità da tutte le parti dell’Egitto, tra nuove scoperte e pezzi già esposti altrove, come l’intero corredo funerario di Tutankhamon. L’ultimo grande trasferimento è stato, per esempio, quello della prima barca solare di Cheope, effettuato poco più di un mese fa.

Secondo quando riportato dalla testata online Egypt Indipendent, che a sua volta riprende un’intervista telefonica di TeN TV al professore di archeologia Ahmed Badran (Cairo University), l’inaugurazione sarebbe stata pensata per Novembre 2021. Badran ha affermato che si terrà un megaevento di 10 giorni e che le celebrazioni comprenderanno anche la già annunciata opera lirica su Tutankhamon scritta da Francesco Santocono su soggetto di Zahi Hawass e musicata da Lino Zimbone. In realtà, ci sono notizie contrastanti anche per la prima teatrale, prevista per il 20 ottobre 2021 all’Opera House del Cairo e in replica – altra data difforme – per l’inaugurazione del GEM. Per questo, in assenza di un annuncio ufficiale da parte del Ministero del Turismo e delle Antichità, aspetterei ancora a prenotare un viaggio in Egitto per il prossimo inverno con l’unico scopo di visitare il Grand Egyptian Museum.

Aggiornamento (17/09/2021):

Qualcuno scherzando aveva commentato sotto il mio post: “Ok novembre, ma di quale anno?”. Ed effettivamente aveva ragione. Zahi Hawass ha smentito tutti i rumors e ha spostato ulteriormente l’inaugurazione del GEM al 4 novembre 2022, in occasione del 100° anniversario della scoperta della Tomba di Tutankhamon. Data definitiva? Beh, questa sarebbe una ricorrenza troppo importante per essere saltata.

https://see.news/zahi-hawass-reveals-expected-opening-date-of-gem-video/

La situazione del Viale delle Sfingi al novembre del 2018 (foto M. Mancini)

Un’altra importante inaugurazione prevista per novembre è quella del Viale delle Sfingi a Luxor. Anche in questo caso non abbiamo ancora un annuncio ufficiale, ma ci sono più certezze rispetto alla situazione del GEM. Dopo numerosi rinvii dell’apertura, infatti, dovremmo essere vicini a un’altra parata spettacolare che attraverserà tutta la Kebash Road, lungo i 2,7 km che uniscono il Tempio di Luxor al complesso di Karnak. Lo scorso 24 agosto, il Primo Ministro Mostafa Madbouly aveva visitato il sito per ispezionare i lavori in preparazione per la cerimonia di apertura che, secondo Mostafa Waziry, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, sarebbero state al 98%.

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Un tempio romano sotto il palazzo storico demolito a due passi dal Tempio di Luxor

Source: cairoscene.com

Nei pressi del Tempio di Luxor, esisteva un bell’edificio affacciato sul Nilo di oltre un secolo, residenza di uno dei protagonisti della rivoluzione egiziana del 1919. Uso il passato perché purtroppo il palazzo di Tawfiq Pasha Andraos è stato buttato giù questa settimana, lasciando posto a macerie e… a un tempio.

I lavori di demolizione sono iniziati lunedì scorso perché, secondo quanto affermato dal Ministero del Turismo e delle Antichità, la facciata si era pericolosamente incrinata a causa di scavi illegali nelle fondamenta – ma immagino anche per la vicinanza al cantiere del Viale delle Sfingi – e minacciava di collassare sui passanti. A nulla sono valse le richieste di restauro e valorizzazione (era stato proposto anche l’utilizzo come hotel di lusso) dell’abitazione di Tawfiq Andraos, deputato dal 1923 al 1935 e importante esponente del partito nazionalista Wafd. Il palazzo, costruito nel 1897, era ormai in stato di abbandono dal gennaio del 2013, quando al suo interno le figlie Sophie, 82 anni, e Ludi, 79, erano state ritrovate uccise da un assassino ancora da identificare.

Come detto, vista l’ubicazione promettente (palese dal video in basso), alcuni tombaroli avevano tentato lo scorso anno di cercare antichità da rivendere ed effettivamente in questi giorni sono stati individuati i resti di un tempio, prima definito faraonico da Mostafa Waziry, segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, ma che ora sembra risalire al periodo romano. Si avranno comunque più informazioni grazie allo scavo darcheologico che inizierà a breve e che si protrarrà per qualche mese, con l’inserimento del tempio nel percorso del Viale delle Sfingi.

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Scoperto ad Alessandria un quartiere residenziale e artigianale di epoca greco-romana

Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Ad Alessandria d’Egitto, nel quartiere costiero di Shatby (dove si trova la celebre Bibliotheca Alexandrina), durante lavori pubblici sono stati casualmente scoperti i resti di un vasto insediamento residenziale e produttivo di epoca greco-romana (II sec. a.C. – IV sec. d.C.).

L’area si trovava appena fuori dalle mura della città e fungeva come stazione di sosta per le persone in attesa del permesso d’ingresso e come punto di controllo della merce in entrata da tassare. Il quartiere si sviluppava lungo una strada principale su cui confluiscono vie laterali secondarie ed era servito da un capillare sistema fognario e di approviggionamento idrico, tra pozzi scavati nella roccia, tunnel e una quarantina di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana (foto in alto).

La zona doveva servire anche come luogo di commercio dei prodotti della pesca e di attività artigianali come la tessitura. Inoltre, è stata savata anche una cappella dedicata ad Atena e Demetra, di cui sono stati ritrovati diversi frammenti di statuette. Tra i laboratori, in alcuni si producevano proprio figurine in terracotta da vendere ai pellegrini come ex-voto e che rappresentavano divinità, ma anche eroi mitologici e imperatori. Oltre a ciò, sono stati scoperti amuleti, lucerne, anfore e altri contenitori ceramici, circa 700 monete e un busto di Alessandro Magno in alabastro (al centro della prima fila in basso).

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Il cuore mummificato di un visir di 4000 anni

Source: elindependiente.com (ph. Patricia Mora)

Nella primavera del 2017, la missione del Middle Kingdom Theban Project, diretta da Antonio Morales (Universidad de Alcalá), aveva effettuato un curioso ritrovamento nell’area tra el-Asasif e Deir el-Bahari, a Tebe Ovest (link al vecchio articolo). Ripulendo l’angolo nord-orientale del cortile della tomba di Ipi (TT 315) – visir sotto il faraone Amenemhat I (1994-1964 a.C.) –, gli archeologi spagnoli avevano individuato un corridoio lungo 8 metri e largo 3, ancora stipato di contenitori di ceramica. All’interno di questo cubicolo si trovavano 56 giare, già scavate nel 1921-22 dall’egittologo americano Herbert Winlock (Porter-Moss I-1, p. 390) che probabilmente aveva valutato poco interessanti questi reperti portandone in patria solo 4. In realtà, grazie a un’indagine più approfondita, è emerso che i vasi sigillati servissero a conservare resti di bende di lino, sudari, oli, resine e circa 200 sacchetti di natron (40/50 kg in tutto). In sostanza, si trattava di un ambiente accessorio atto a immagazzinare tutto il materiale di scarto del processo di mummificazione che, in quanto impuro, non poteva restare nella tomba vera e propria.

Tra i particolari più interessanti c’era un involucro il cui contenuto era stato già allora identificato come un possibile cuore umano; a distanza di oltre 4 anni, in un’intervista al giornale El Indipendiente, Morales ha confermato l’ipotesi e ha sottolineato la rarità del ritrovamento. La notizia è stata presentata da un pezzo (qui per ulteriori dati e foto), ma vale la pena approfondirla anche sul blog. In una delle giare, infatti, tra i vari sacchetti di natron che servivano a far disidratare il cadavere, c’era un pacchetto in lino che racchiudeva il muscolo cardiaco coperto da uno strato di resina. Il trattamento dell’aorta era particolarmente accurato con un bendaggio attento e la chiusura con un rotolo di lino.

L’imbalsamazione a parte del cuore non è di certo una novità, anzi, si hanno diversi esempi soprattutto per il Terzo Periodo Intermedio; tuttavia, l’organo era sempre riposto nella cavità toracica alla fine del rituale. Diverso è questo caso. Il direttore della missione ha affermato che, se si esclude una mummia nubiana in Sudan, quello della TT 135 sarebbe il primo ritrovamento di un cuore all’esterno del corpo.

Ma allora a cosa è dovuta questa particolarità?

Da scartare subito è l’ipotesi damnatio memoriae. Sembra improbabile che la presenza del cuore tra il materiale impuro sia da imputare a un tentativo di punire il defunto privandolo dell’organo più importante e, di conseguenza, impedendo la sua esistenza nell’aldilà. Mancano infatti nella tomba altre tracce di deturpazione e il nome di Ipi sul sarcofago non presenta alcuna cancellazione, come invece ci si sarebbe aspettato in un caso simile. La spiegazione, invece, potrebbe essere molto più prosaica. Secondo Morales, infatti, i sacerdoti preposti alla mummificazione si sarebbero semplicemente sbagliati, confondendo l’involucro del cuore con uno dei tanti sacchetti di natron e riponendolo in una giara.

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