Presentata alla stampa la città dell’Aton abbagliante

Source: Cairo Scene

Questa mattina alle 9.00 circa, è stata presentata ufficialmente la scoperta effettuata dal team di Zahi Hawass a nord del tempio di Medinet Habu. In realtà, la notizia era stata già anticipata due giorni fa insieme alla gran parte delle informazioni, quindi vi rimando all’articolo precedente.

Tuttavia, durante la conferenza stampa sono stati comunque mostrati numerosi oggetti ritrovati in quella che è stata definita dagli archeologi egiziani la città di Tjehen-Aten (THn-Itn), “Aton abbagliante”. Questo era uno degli epiteti di Amenofi III (1388-1350 a.C.), faraone sotto il quale si sviluppò l’insediamento e il cui palazzo nel vicino sito di Malqata era chiamato proprio “Casa dell’Aton abbagliante”.

Oltre a una gran quantità di vasi, tra cui spicca la bella ceramica con decorazioni dipinte in blu tipiche della XVIII dinastia, nelle teche sono stati esposti reperti provenienti sia nella zona residenziale sia nelle tombe della necropoli più a nord: amuleti in faience e i relativi stampi in terracotta, anelli con il cartiglio di Amenofi III (Neb-Maat-Ra) e della sua regina Tiye, tavole d’offerta in calcare, oggetti di vita quotidiana, ushabti e un gigantesco persico del Nilo mummificato.


Source: Cairo Scene


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Source: @MeretsegerWaset

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Source: youm7.com

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Zahi Hawass scopre* a Tebe Ovest un centro amministrativo e produttivo dell’epoca di Amenofi III

Source: see.news

Cercare un tempio e trovare un’intera “città”.

Nei mesi scorsi Zahi Hawass ha fomentato l’hype tra gli amanti dell’antico Egitto parlando di un’importantissima scoperta a Luxor. Ma se la concomitanza con un recente documentario di discovery+ avrebbe potuto far pensare a un’illustre tomba, il ritrovamento si è rivelato molto più grande, almeno dal punto di vista metrico.

La missione del celebre archeologo egiziano, infatti, da Settembre 2020 sta scavando nei pressi di Medinet Habu, il tempio funerario di Ramesse III, per trovare l’omologo santuario di Tutankhamon, ma alla fine ha individuato fortuitamente i resti di un vasto agglomerato tra Medinet Habu e la biglietteria, forse il centro amministrativo più importante di Tebe Ovest.

Il villaggio, che si estenderebbe a ovest verso Deir el-Medina e a nord fino al tempio di Amenofi III a Kom el-Hettan, risale proprio al regno di Nebmaatra (1388-1350 a.C.), come testimoniano ceramica, anelli, scarabei e il cartiglio del faraone impresso sui mattoni crudi. Lo stato di conservazione degli edifici in fango è ottimo, con mura che raggiungono i 3 metri d’altezza e diversi oggetti di vita quotidiana che sembrano essere stati lasciati piuttosto repentinamente con l’abbandono delle case (foto in basso). Infatti, dopo una fase di occupazione che copre anche la co-reggenza e i primi anni di regno di Amenofi IV (un’impronta di sigillo reca il nome del Gempaaton di Karnak), ci sarebbe stato lo spostamento verso Amarna. Tuttavia, si riscontra un ritorno nel sito con Tutankhamon e Ay alla fine della XVIII dinastia.

Questo raro contesto abitativo si divide, almeno per ora, in tre aree con un fulcro centrale che doveva avere una funzione amministrativa oltre che residenziale. Tutta la zona è recintata da un muro sinusoidale (foto in cima all’articolo) che proteggeva unità più ampie accessibili da un solo ingresso, evidentemente per controllare gli ingressi e le uscite dal quartiere.

Nella parte meridionale c’è un settore adibito alla preparazione del cibo per un ingente numero di persone. Qui, infatti, ci sono diversi forni, una panetteria, una zona cottura e un grande deposito per le stoviglie. Eccezionale è poi un ritrovamento che fornisce un preciso riferimento cronologico: un vaso contenente circa 10 kg di carne lavorata, destinata “alla terza festa Sed, nell’anno 37° di regno, dal macello del recinto del bestiame di Kha, preparata dal macellaio Iuwy”. L’iscrizione in ieratico, oltre a menzionare due abitanti della città, parla infatti del terzo Giubileo di Amenofi III, tenutosi intorno al 1351 a.C.

Source: english.ahram.com

La terza area è un centro artigianale multifunzionale. In un settore si producevano mattoni crudi usati per la costruzione di templi e annessi di Amenofi III; in un’altro si creavano amuleti ed elementi decorativi in faience. Ulteriori scorie e arnesi testimoniano attività di filatura, tessitura e lavorazione di metallo e vetro, seppur i relativi edifici non siano stati ancora individuati.

Ulteriore approfondimento necessitano anche due strane sepolture di cui non si conosce ancora la funzione. In una stanza era deposto un bovino, in un’altra un uomo con le braccia distese lungo i fianchi e soprattutto con una corda avvolta alle ginocchia (foto in basso).

Infine, a nord della città si trova un vasto cimitero la cui estensione totale è ancora da determinare poiché sono state indagate solo alcune tombe scavate nella roccia (oggetti di corredo nelle foto in basso).

Come anticipato, l’esistenza di questo centro è sicuramente da collegare ad Amenofi III e ai villaggi degli artigiani impiegati per la costruzione dei suoi templi e palazzi. Per questo potrebbe coincidere con lo sviluppo settentrionale della città-palazzo di Malqata che ebbe l’espansione architettonica definitiva proprio in occasione della terza Festa Sed del faraone. Mi viene in mente poi un’altra ipotesi sulla città di Maiunehes che, seppur citata in uno dei cosiddetti “Papiri dei ladri di tombe” (BM 10068, pubblicato in Peet, Great Tomb-Robberies of the Twentieth Egyptian Dynasty I, 1930, pp. 79-102) che è di epoca ramesside, sarebbe stata un importante centro amministrativo proprio in quella zona.

*Qui fra l’altro già negli anni ’30 del XX secolo le stesse strutture – compresi tratti del muro sinusoidale – erano state individuate e attribuite a un villaggio dei tempi di Amenofi III da archeologi francesi (Robichon C., Varille A., Le temple du scribe royal Amenhotep, fils de Hapou, FIFAO 11, Le Caire 1936, pl. V, XXV, XXVI) e dall’Oriental Institute di Chicago (Hölscher U., The Excavation of Medinet Habu, Volume 2: The Temples of the Eighteenth Dynasty, Chicago 1939, p. 71). Tutto questo porta necessariamente a ridimensionare gli annunci appena effettuati (e che saranno sicuramente ripetuti domani) e a cambiare il verbo nel titolo da “scopre” a “scava”.

In ogni caso, la presentazione ufficiale della “scoperta” ci sarà sabato 10 aprile; si aspettano quindi ulteriori dettagli.

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I faraoni hanno una nuova casa: lo spettacolo di luci e musica della parata delle mummie reali

Si è da poco conclusa la “Pharaohs’ Golden Parade”, la spettacolare parata ufficiale che ha visto il trasferimento di 22 mummie reali dal Museo Egizio del Cairo al Museo Nazionale della Civiltà Egiziana (NMEC). Dopo che lo scorso luglio si era già proceduto a spostare 17 dei sarcofagi che li accompagnavano nelle cachette reali di Deir el-Bahari (TT320) e della tomba di Amenofi II (KV35), i corpi imbalsamati di faraoni e regine delle dinastie 17, 18, 19 e 20 hanno lasciato il luogo dove hanno riposato per oltre un secolo. In realtà l’evento era previsto per la fine del 2020 (e in effetti a dicembre avevo già trovato preparativi avviati), ma la pandemia globale ha costretto le autorità locali a rimandarlo.

Dopo una lunga fase promozionale in cui sono state mostrate le bellezze turistiche egiziane e i nuovi progetti museali in corso, il lungo corteo è partito dal Museo Egizio, ha attraversato il giardino oltrepassando i pesanti cancelli in ferro temporaneamente rimossi, ha girato intorno alla nuova istallazione di Piazza Tahrir, con l’obelisco di Ramesse II e le quattro sfingi di Karnak svelate per l’occasione, fiancheggiato il Nilo lungo la Corniche e si è mosso verso il quartiere Fustat attraverso 8 tappe. 22 vistosi carri motorizzati – in forma di barche che conducevano i defunti nell’aldilà – hanno trasportato sarcofagi dorati con le regali spoglie una volta esposte nelle Sale 52 e 56 del Museo Egizio. Sulle fiancate dei veicoli, il nome di ogni faraone e regina era scritto in geroglifico, arabo e inglese. Il ministro del Turismo e delle Antichità, Khaled el-Anany, aveva comunque rassicurato sulla sicurezza dell’operazione, dicendo che le unità che contengono le mummie, sarebbero state sterilizzate e a prova di vibrazione e che comunque i carri avrebbero raggiunto al massimo i 20 km/h.

Il percorso è stato caratterizzato da giochi di luci e laser, centinaia di ballerini e figuranti in abiti faronici, carri da guerra, cavalli e una scorta di poliziotti in motocicletta. A scandire ogni passo l’Orchestra Filarmonica Unita con brani di epica musica tradizionale araba e addirittura un pezzo in lingua antico-egiziana (un inno a Iside di epoca tolemaica dal Tempio di Deir el-Shelwit a Luxor).

Infine, le mummie sono state accolte al NMEC da 21 salve di cannone e dal presidente egiziano Al Sisi. Qui sono state inaugurate la Sala centrale e la nuova Sala delle Mummie reali. Quest’ultima in particolare, dove erano già stati collocati i 17 sarcofagi, è stata progettata per ricordare l’ingresso in una tomba nella valle del re, con un pendio da superare e una stanza dipinta di nero scarsamente illuminata. Le mummie, però, saranno esposte solo fra due settimane dopo un periodo d’incubazione e tutti i controlli del caso.

La lista delle mummie:

  • Seqenenra Tao (1560 a.C. circa, XVII din.)
  • Ahmose-Nefertari (Grande Sposa Reale di Ahmosi I)
  • Amenofi I (1524-1503, XVIII din.)
  • Ahmose Meritamon (Grande Sposa Reale di Amenofi I)
  • Thutmosi I (1503-1493, XVIII din.)
  • Thutmosi II (1493-1479, XVIII din.)
  • Hatshepsut (1479-1458, XVIII din.)
  • Thutmosi III (1479-1425, XVIII din.)
  • Amenofi II (1427-1397, XVIII din.)
  • Thutmosi IV (1397-1388, XVIII din.)
  • Amenofi III (1388-1351, XVIII din.)
  • Tiye ? (Grande Sposa Reale di Amenofi III; la cosiddetta Elder Lady della KV35)
  • Seti I (1290-1279, XIX din.)
  • Ramesse II (1279-1213, XIX din; in foto)
  • Merenptah (1213-1203, XIX din.)
  • Seti II (1203-1197, XIX din.)
  • Siptah (1197-1191, XIX din.)
  • Ramesse III (1186-1155, XX din.)
  • Ramesse IV (1155-1149, XX din.)
  • Ramesse V (1149-1145, XX din.)
  • Ramesse VI (1145-1137, XX din.)
  • Ramesse IX (1129-1111, XX din.)

Potete riguardare l’intera parata qui: https://www.youtube.com/watch?v=bnlXW7KZl0c&ab_channel=ExperienceEgypt

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Pharaohs’ Golden Parade: quando e dove si potrà vedere la sfilata delle mummie reali

Source: Egypt Today Magazine

Domani si terrà la tanto attesa parata delle mummie reali, il trasferimento al Museo Nazionale della Civiltà Egiziana (NMEC) dei corpi imbalsamati di 22 tra re e regine che attualmente si trovano presso il Museo Egizio del Cairo. Prevista inizialmente per il 15 giugno 2020, la parata è stata poi spostata al 3 aprile 2021 a causa del covid-19. L’evento è stato pensato, più che per rendere onore alle spoglie di antichi sovrani deceduti, come una celebrazione della grandezza dell’Egitto, quindi ci si aspetta uno spettacolo sfarzoso. L’aspetto promozionale della “Pharaoh’s Golden Parade” è infatti sottolineato dal fatto che sarà ripresa e trasmessa in diretta YouTube, perciò visibile in tutto il mondo.

Le mummie partiranno su speciali carri motorizzati dal Museo Egizio e arriveranno in circa un’ora alla nuova sede espositiva attraverso 6 tappe principali: il giro attorno all’obelisco di Ramesse II in Piazza Tahrir, Piazza Simon Bolivar, la sfilata lungo la Corniche del Nilo, il quartiere di Al-Sayeda Zainab, il quartiere Fustat e infine il NMEC (immagine in basso). Ad accompagnare il corteo ci saranno soldati a cavallo, ballerini e musicisti in abiti tradizionali e figuranti in costumi faraonici. A quanto pare, poi, le facciate di tutti gli edifici raggiunti è stata dipinta d’oro e a conclusione della sfilata ci saranno fuochi d’artificio e giochi di luci.

Come detto, la parata sarà in live streaming a partire dalle 18:00 del Cairo (attualmente stesso orario dell’Italia) sui canali youtube del Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità (https://bit.ly/3dmCpp8) e dall’Agenzia egiziana per la promozione turistica (https://bit.ly/3tUErDu).

Io commenterò l’evento in diretta sul mio gruppo Telegram (https://t.me/djed_medu) e, qualora vogliate, sarete i benvenuti. Aspetto anche i vostri commenti!

  • LA LISTA DELLE MUMMIE:
  • Seqenenra Tao (1560 a.C. circa, XVII din.)
  • Ahmose-Nefertari (Grande Sposa reale di Ahmosi I)
  • Amenofi I (1525–1504, XVIII din.)
  • Meritamon (Grande Sposa Reale di Amenofi I)
  • Thutmosi I (1504–1492, XVIII din.)
  • Thutmosi II (1492–1479, XVIII din.)
  • Hatshepsut (1479-1452, XVIII din.)
  • Thutmosi III (1479–1425, XVIII din.)
  • Amenofi II (1425-1397, XVIII din.)
  • Thutmosi IV (1397-1390, XVIII din.)
  • Amenofi III (1390–1352, XVIII din.)
  • Tiye (Grande Sposa Reale di Amenofi III)
  • Seti I (1294–1279, XIX din.)
  • Ramesse II (1279-1213, XIX din; in foto)
  • Merenptah (1213–1203, XIX din.)
  • Seti II (1200–1194, XIX din.)
  • Siptah (1194–1188, XIX din.)
  • Ramesse III (1184–1153, XX din.)
  • Ramesse IV (1153–1147, XX din.)
  • Ramesse V (1147-1143, XX din.)
  • Ramesse VI (1143–1136, XX din.)
  • Ramesse IX (1125-1107, XX din.)

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Bufale eGGizie*: esperimenti sulla ghiandola pituitaria nell’antico Egitto

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Ormai non ci si può stupire più di niente. Se le fake news dilagano tra giornali e tv, rendendo spesso difficile valutare l’attendibilità di alcune notizie, assurdità diffuse in internet, che una volta avrebbero strappato solo una risata, trovano oggi dignità in strette cerchie di persone che, tuttavia, si allargano sempre di più. Esemplari sono le varie teorie cospirazionistiche basate su idiozie come terra piatta, rettiliani, Nuovo Ordine Mondiale, scie chimiche, 5G. Succede quindi che un divinità egizia in forma di rana diventi simbolo dell’alt-right (ne ho parlato qui) o che una scherzosa reinterpretazione di una pittura di Nuovo Regno venga presa sul serio.

L’immagine di un egizio che sembra infilare un bastoncino nell’occhio di un altro uomo in realtà gira già da parecchio come meme, in relazione a improbabili tamponi covid che sarebbero stati usati anche nell’antichità. Ma come sempre accade, seppur sia palesemente una trovata goliardica fondata sulla somiglianza di gesti che tra loro c’entrano poco, qualcuno ha creduto nella sua veridicità.

Ultimamente però c’è stata un’evoluzione. Cospirazionisti no-vax hanno addotto il meme a prova “inconfutabile” di fantomatici esperimenti bioingegneristici compiuti ai danni della popolazione inconsapevole. I tamponi infilati nel naso e nella gola per verificare la presenza del coronavirus, infatti, sarebbero invece un tentativo di ripetere una millenaria tecnica di tortura in voga tra gli Egizi. Andando così a danneggiare la ghiandola pituitaria, o ipofisi, si intaccherebbe la corretta produzione di diversi ormoni con un conseguente stato di infertilità, crescità rallentata, affaticamento, vertigini, nausea a vita.

Ovviamente non sono qui per spiegare quanto tutto ciò sia scientificamente assurdo (chiedete a un medico), ma vorrei fare una riflessione prima di andare ad analizzare nello specifico la scena. Che senso ha depotenziare uno schiavo, cioè una tua “proprietà” che dovrebbe invece lavorare al meglio per te? Tanto varrebbe eliminarlo definitivamente a questo punto. Insomma, una punizione più masochista che sadica.

Il disegno in cui l’aguzzino tormenterebbe il naso del povero schiavo (per la questione schiavi vi rimando a un vecchio articolo) è una copia moderna su papiro di una scena dipinta sulla parete nord della camera funeraria della tomba di Ipuy (TT217), scultore di Deir el-Medina vissuto durante il regno di Ramesse II (1279-1212 a.C.).
Nel registro inferiore del muro, sono rappresentati alcuni carpentieri che costruiscono un naos e un catafalco per il tempio funerario di Amenofi I.
Purtroppo l’intonaco è danneggiato proprio nella parte che c’interessa (immagini in basso), ma è comunque visibile uno degli artigiani che si sta occupando del catafalco voltarsi verso un altro uomo, forse un medico, che lo trucca con un bastoncino. Il kohl, infatti, oltre ad essere un cosmetico, serviva a prevenire le infezioni dell’occhio. In alto si vede proprio il tipico doppio tubetto per il kohl, insieme a una cassetta che forse conteneva le materie prime in polvere.

Quindi niente a che vedere con torture, ipofisi o esperimenti bioingegneristici.

L’attuale stato delle pitture (https://bit.ly/2Koe07H) e la ricostruzione della scena di Norman de Garis Davies (“Two Ramesside tombs at Thebes”, New York 1927, pp 66-70, pll. XXXVII-XXXVIII).

[Ringrazio Melissa e Matteo per avermi segnalato il post]

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Sharuna (Medio Egitto), scoperti blocchi di un tempio di Tolomeo I

Source: Museu Egipcio de Barcelona

A Kom el-Akhmar/Sharuna – sito nel Medio Egitto, 40 km a nord di el-Minya – la missione congiunta dell’Università di Tübingen, del Museu Egipcio di Barcellona e del Consiglio Supremo delle Antichità egiziane ha individuato le tracce della presenza di un tempio tolemaico. Ad annunciarlo è stata oggi la fondazione privata che gestisce il museo catalano. Durante le campagne di scavo del 2019 e 2020 è stata scoperta una sessantina di blocchi in calcare, ognuno del peso di circa 500 kg, che originariamente componevano 4 delle 13 file delle pareti di un edificio fatto realizzare da Tolomeo I (305-282 a.C.).

Il nome e il prenome del faraone sono infatti chiaramente leggibili nei cartigli che si trovano in alcuni finissimi rilievi, tra teste della dea Hathor. Oltre a questi fregi, ci sono porzioni di elementi archittonici, come gole egizie, e testi geroglifici. Tuttavia i blocchi, che vanno a unirsi ad altri trovati già in precedenza, non erano nella loro posizione originaria perché riutilizzati nel VI secolo d.C. per la costruizione di fondamenta e pavimento di una chiesa copta. Nonostante ciò, sembrerebbe possibile ricostruire la pianta del tempio grazie allo studio dei rilievi.

https://www.lavanguardia.com/cultura/20210325/6605551/museu-egipci-encuentra-restos-templo-faraon-ptolomeo-i.html

Per sapere qualcosa in più sul sito di Sharuna: https://www.academia.edu/40366019/Sharuna

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Un antico insediamento monastico nell’oasi di Bahariya

CQA1 – Source: © V. Ghica/D. Lainsney (ifao.egnet.net)

L’ultimo comunicato del Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità, seppur non riguardi proprio una nuova scoperta archeologica come indicato ma il frutto di anni di scavi già pubblicati (in fondo trovate i link ad alcuni articoli per approfondire), mi dà modo di parlare di epoca copta, periodo storico più recente che raramente compare su questo blog.

A Ganub Qasr el-Aguz, sito archeologico situato nell’oasi di Bahariya, a 2 km da un villaggio di epoca romana, la missione franco-norvegese diretta da Victor Chiga (MF Norwegian School of Theology, Religion and Society, Oslo) sta indagando sulle tracce del primo insediamento monastico nella zona che risale al IV secolo d.C. In un’area desertica piuttosto isolata, si trovava infatti una laura, un piccolo insediamento a metà strada tra il monachesimo eremitico e cenobitico (cioè tra la vita solitaria e quella comunitaria dei membri), con agglomerati di celle attorno a una o più chiese e a luoghi condivisi come refertori. In questo caso, i nuclei erano 6 – occupati fino alla fine del VI secolo, con utilizzi successivi che arrivano all’VIII – comprendenti edifici in parte scavati nella roccia e in parte costruiti con blocchi di basalto e mattoni di fango.

Il più grande e antico di questi, risalente alla prima metà del IV secolo, si sviluppava sul fianco di una collina (foto in alto) ed era composto da una chiesa centrale, annessi con funzioni liturgiche, due celle, un refertorio-cucina e un locale di distribuzione. Alla prima fase rupestre dell’agglomerato, si aggiunsero poi un’ulteriore chiesa e altri tre spazi. Qui alcuni muri conservano ancora iscrizioni in copto con brani biblici.

CQA2 – Source: Ministry of Tourism and Antiquities

Il secondo edificio aveva una funzione più prettamente residenziale comprendendo 14 vani, per lo più stanze da letto, ma anche magazzini, cucine e stalle dove venivano allevate pecore e capre (foto in alto). I settori CQA3 e CQA6, invece, sono ancora in fase di scavo. In ogni caso, è stato possibile risalire alle datazioni proposte grazie a monete, iscrizioni in copto e greco anche su ostraka (foto in basso) e dalla ceramica che denota contatti commerciali con altre aree dell’impero bizantino.

Source: Ministry of Tourism and Antiquities
Source: Ministry of Tourism and Antiquities

https://www.ifao.egnet.net/archeologie/tell-ganub/

https://www.academia.edu/45075673/Ganub_Qasr_el_Aguz_Bahariya_Oasis_

https://www.academia.edu/41452950/Ganoub_Qasr_el_Agouz_oasis_de_Bahariya_

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Identificato il più antico manuale di mummificazione, con un trattamento del volto finora sconosciuto

disegno di Ida Christensen; foto papiro: The Papyrus Carlsberg Collection, University of Copenhagen

Sappiamo tutti quanto fosse importante per gli antichi Egizi la mummificazione. L’integrità del corpo fisico del defunto, infatti, era fondamentale perché l’anima continuasse a vivere nell’aldilà. Tuttavia, nonostante la mole di documenti scritti che sono arrivati fino a noi, conosciamo veramente poco del processo d’imbalsamazione e paradossalmente le principali fonti sulle tecniche impiegate dai sacerdoti per trattare i cadaveri sono indirette. Nelle “Storie” di Erodoto (II, 86-88), in particolare, leggiamo dei tre tipi di mummificazione in base al prezzo/qualità, dell’estrapolazione del cervello dal naso, dell’estrazione degli organi dall’addome, dei canonici 70 giorni nel natron; Diodoro Siculo, invece, nella “Biblioteca storica” (I, 91), dice che il cuore veniva lasciato nel petto, descrive i tipi di oli e unguenti usati per profumare il corpo e aggiunge il particolare delle ingiurie e della sassaiola rituale nei confronti di chi incideva il fianco del morto.

Al di là dei resoconti degli storici classici, finora le testimonianze egizie originali erano pochissime, e in particolare ricordiamo il “Rituale d’imbalsamazione”, disponibile in tre versioni di epoca romana (P. Boulaq 3, P. Louvre 5158, P. Durham 1983.11+P.San Pietroburgo 18128), i papiri demotici di epoca tolemaica dei cosiddetti “Archivi degli imbalsamatori” da Hawara e, seppur riferito a un animale, il “Rituale d’imbalsamazione di Api” (P. Vindob 3873). Per questo colpisce la recente scoperta di un nuovo manuale di mummificazione, effettuata da Sofie Schiødt, egittologa dell’Università di Copenaghen. Nella sua tesi di dottorato, la Schiødt si è occupata dell’edizione di un papiro medico di Nuovo Regno, il cosiddetto Papiro Louvre-Carlsberg, chiamato così perché una metà è conservata a Parigi e l’altra appartenente alla collezione Carlsberg, oltre 1400 manoscritti – molti dei quali ancora da studiare – conservati presso l’università danese. Il testo, dedicato all’erboristeria e a malattie della pelle, ha inaspettatamente rivelato anche tecniche finora sconosciute per la conservazione dei corpi; così oltre ad essere il secondo papiro medico più lungo con i suoi 6 metri, è quindi il più antico manuale sulla mummificazione conosciuto risalendo al 1450 a.C..

Tale definizione non è impropria perché il testo sembra un vero e proprio promemoria per chi effettivamente doveva occuparsi dei vari procedimenti, tanto che i passaggi più semplici, come l’uso del natron, sono omessi. Colpisce in particolare l’attenzione rivolta nel trattamento del viso con tecniche quasi da moderna estetista. A intervalli di quattro giorni, dopo una processione rituale, il volto veniva coperto da un panno di lino rosso imbevuto in una soluzione profumata e antibatterica di oli vegetali e leganti cotti insieme. È la prima volta che si legge di questo procedimento che, tuttavia, trova corrispondenza archeologica nelle mummie dell’epoca che spesso presentano resina e stoffa incollata sulla faccia. Tornano poi i famosi 70 giorni di Erodoto, questa volta a coprire l’intero periodo di mummificazione che è diviso in due fasi: 35 giorni per l’essicazione e 35 per il bendaggio. Mantenendo l’ulteriore partizione dei 4 giorni, al 68° la mummia era pronta ed era collocata nel sarcofago, dando il tempo per gli ultimi rituali prima della chiusura della tomba.

Questa è la prima volta che viene letta la metà “danese” del papiro (P. Carlsberg 917), mentre la parte della del Louvre (P. Louvre E 32847) è stata pubblicata una traduzione preliminare nel 2018 (Bardinet T., “Médecins et magicient à la cour du pharaon”); ma l’edizione finale completa è prevista per il 2022.

https://news.ku.dk/all_news/2021/02/ancient-egyptian-manual-reveals-new-details-about-mummification/

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“Valley of the Kings. The Lost Tombs”: il documentario sulle ‘ultime’ scoperte di Zahi Hawass nella Valle delle Scimmie

Ieri è stato lanciato sulla piattaforma discovery+ “Valley of the Kings: the Lost Tombs”, il tanto atteso documentario sugli scavi di Zahi Hawass nella Valle dei Re e in particolare nel ramo occidentale chiamato “Valle delle Scimmie”. Vi dico subito che non è disponibile, almeno per il momento, sul catalogo italiano di Discovery Channel e per vederlo ho dovuto usare una VPN e abbondarmi al servizio americano.

Inizialmente si era parlato di una docuserie prevista per i primi mesi del 2019, tanto che, già nell’agosto del 2018, era stato rilasciato il trailer ufficiale. Il prodotto che invece è stato pubblicato ieri, con un ritado di due anni, è uno speciale di quasi un’ora e mezza in cui si racconta la ricerca da parte di Hawass delle tombe perdute di alcuni familiari di Tutankhamon. Ma se in origine l’attenzione, come si vede nel primo trailer, era rivolta alla moglie Ankhesenamon, questa volta il focus è completamente incentrato sulla matrigna Nefertiti. D’altronde, fino a poco tempo fa il celebre archeologo egiziano asseriva con certezza che la tomba della regina amarniana non fosse da cercare a Luxor; al contrario, fin dalla scoperta di quattro depositi di fondazione nella Valle delle Scimmie era convinto di essere vicino all’ultima dimora di Ankhesenamon.

Ma tutto questo hype si è poi effettivamente concretizzato in scoperte inedite?

Purtroppo no. Il documentario non presenta niente che non si conoscesse già. Si raccontano infatti i risultati della campagna 2017-2018, finanziata fra l’altro da Discovery Channel, già annunciati nell’ottobre del 2019 (link 1, 2): il centro funerario con 30 capanne, ognuna specializzata nella produzione di un oggetto del corredo funerario; due anelli in argento e bronzo; le placchette in oro e pasta vitrea appartenute a un sarcofago di XVIII dinastia; un frammento di mummia umana; attrezzi di costruttori di tombe; due assi in legno con il titolo reale di “Signore delle Due Terre”; un taglio nella roccia di una sepoltura incompiuta.

L’idea di scavare nella Valle delle Scimmie, quasi mai indagata tra le uniche due tombe complete, quelle di Amenofi III e Ay, è sicuramente stimolante; tuttavia la gran parte degli oggetti ritrovati, seppur di origine elitaria, è fuori contesto, frutto dell’attività dei tombaroli, e quindi di scarsa utilità per ricavare dati definitivi. Nonostante non si arrivi a niente di concreto, l’intero documentario è intervallato da continui riferimenti a Nefertiti, fin dal palese utilizzo del suo busto nella locandina. Vengono trovate ceramiche di XVIII dinastia? Potrebbero essere un collegamento a Nefertiti. Emerge il fianco di una donna con una buona mummificazione? Potrebbe essere una regina, quindi Nefertiti. Viene scoperto un anello con un’iscrizione promettente? Potrebbe leggersi Nefer-t-t. Peccato che subito dopo ci si corregga dicendo che, invece, il castone presenta un titolo di Amenofi III (rettifica che è ovviamente omessa nel trailer). L’impressione generale è che, viste le premesse (“Sono sicuro al 100% che Nefertiti sia qui. Ma la domanda è dove”), i risultati siano stati al di sotto delle aspettative e per questo i produttori del documentario abbiano voluto puntare su una figura storica più conosciuta, affascinante e dibattuta, soprattutto dopo il recente polverone scoppiato per le teorie di Nicholas Reeves.

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Il Re Scorpione (bloopers egittologici – con Paolo Medici)

Nel 2001, il secondo capitolo della trilogia cult della Mummia con Brendan Fraser aveva lanciato un personaggio che, nonostante il minutaggio limitato, aveva attirato il favore del pubblico. Il mostruoso villain del film, l’ibrido Re Scorpione – metà uomo metà aracnide – fu così riutilizzato l’anno dopo per uno spin-off della saga, che tuttavia reinterpretava completamente la storia. Infatti, il malvagio guerriero che aveva venduto l’anima ad Anubi ne “La Mummia – Il ritorno” divenne un mercenario accadico – buono – destinato a uccidere il vero cattivo della pellicola e a regnare per primo sull’Egitto unificato.

“Il Re Scorpione” è fra l’altro il debutto da protagonista di Dwayne Johnson, il wrestler meglio noto come The Rock, che, dopo la breve comparsata nella Mummia (dove spesso è sostituito dal suo orribile doppione in CGI) iniziò così una fortunata carriera da attore. Il film ebbe anche buoni incassi, tanto da essere seguito da un prequel e tre sequel per l’home video… che non ho il coraggio di vedere. È stata infatti già un’impresa finire di guardare questo blockbusterone da 60 milioni di dollari, figuriamoci i seguiti prodotti a basso costo.

Come detto, la storia si svolge più o meno nel 3000 a.C., quando un’armata inarrestabile guidata da Memnone porta morte e distruzione in tutto il Vicino Oriente. Nella mitologia greca, Memnone è un eroe semidivino, re degli Etiopi, che combattè la guerra di Troia al fianco di Priamo. L’Etiopia era il termine con cui, ad esempio, Erodoto indicava le terre a sud di Assuan; per questo i Greci ribattezzarono le due gigantesche statue del tempio funerario di Amenofi III a Tebe Ovest come “Colossi di Memnone”, credendo ritraessero proprio il personaggio. Questo è il primo blooper storico perché convenzionalmente guerra di Troia si colloca nel XII secolo a.C.

In ogni caso, le poche tribù rimaste libere assoldano un mercenario accadico, Mathayus – il futuro Re Scorpione -, per uccidere la maga indovina Cassandra (altro riferimento omerico buttato a caso) che indirizza le campagne militari di Memnone grazie alle sue visioni. Ed ecco il secondo di un’infinita serie di anacronismi perché l’impero accadico parte dal 2334 a.C. con Sargon di Akkad; e pur considerando la precedente fase nomadica delle popolazioni semitiche corrispondenti, siamo comunque fuori strada.

Per farla breve, Mathayus riuscirà più o meno da solo a sbaragliare tutti i nemici, sopravvivere al veleno di uno scorpione, conquistare il cuore della bella Cassandra e diventare il legendario re che, da lì a breve, avrebbe regnerato sull’Egitto unificandolo. Questa volta non vale nemmeno la pena fare un’analisi più accurata perché gli errori storici sono fin troppi: spade in ferro nell’antica Età del bronzo; shuriken e altre armi giapponesi; polvere da sparo; cavalli con selle e briglie; tigri; obelischi e statue di Anubi; menzioni di popolazioni e città molto più recenti come Micenei e Pompei. Più interessante è invece conoscere meglio la figura storica che ha ispirato – almeno nel nome – il protagonista del film. Chi era veramente Re Scorpione? Lo chiediamo a un esperto del periodo, Paolo Medici, laureato in Archeologia del Vicino Oriente a Venezia con tesi triennale sulla nascita della scrittura egizia e magistrale sul ruolo di Hierakonpolis nella formazione dello stato egizio, infine dottorato in Egittologia presso la Freie Universität di Berlino sulla formazione statale egizia e sull’evoluzione della complessità sociale nel periodo Pre e Protodinastico.

Baines, J. and Malek, J. 1980. Atlas of Ancient Egypt, p. 79. Disegno: Adams, B. 2008. Protodynastic Egypt, p. 8

Quale dei due?

Eh sì perché ce ne sono addirittura due! Quello che si vede nel film dovrebbe fare riferimento al secondo cioè quello della Dinastia 0 che si colloca verso la fine del IV millennio a.C, mentre il primo sarebbe un regnante Predinastico di due secoli precedente. Prima però è bene chiarire il quadro storico in cui sarebbe dovuto vivere il re Scorpione (II).

Il primo a definire il concetto di Dinastia 0 fu l’archeologo inglese James Quibell durante gli scavi condotti a Hierakonpolis. La definizione di Dinastia 0, però, presentò fin dall’inizio alcune criticità. In primo luogo suscita perplessità la scelta dei confini cronologici e la lista dei sovrani che vi figurano all’interno. Una seconda problematica riguarda la definizione stessa di dinastia che risulta impropriamente applicata a tali re. Con il termine dinastia ci si riferisce normalmente a un corpo omogeneo di governanti legati fra loro da legami famigliari e più in generale di parentela. La cosiddetta Dinastia 0, al contrario, include governanti e capi non collegati fra loro e riferibili a siti diversi e distanti, come Abydos, Buto, Helwan, Hierakonpolis, Qustul, Tura e Tarkhan. L’unico tratto ad accomunare questi personaggi è, dunque, è la cronologia: tutti i governanti elencati nella Dinastia 0 appartengono, infatti, al un periodo che va da Naqada IIIA/B a Naqada IIIC1 (circa 3350-3100 a.C.), o fino a Narmer per alcuni autori, sebbene Narmer sia spesso considerato il primo monarca della I Dinastia. I dibattiti su questi regnanti sono ancora in corso e, in particolare, il re Scorpione è uno dei più discussi; ci sono ad oggi poche prove archeologiche di questo sovrano e scarse rappresentazioni che lo ritraggono. L’unica tra queste che è collegata a un contesto reale potrebbe essere la testa di mazza di Scorpione trovata nel deposito principale di Hierakonpolis (foto in alto).

Friedman, R. 2008. The Cemeteries of Hierakonpolis, in Archeo-Nil, p. 13

Purtroppo, non sono state trovate tombe chiaramente collegate a lui, anche se alcuni autori gli attribuiscono il complesso della tomba 1 nel cimitero d’élite HK6 di Hierakonpolis (nell’immagine in alto, la tomba più a destra).

Stevenson, A. 2015. Locating a Sense of Immortality in Early Egyptian Cemeteries. In Renfrew, C., Boyd, M. and Morley I. (Eds.). Death Rituals, Social Order and the Archaeology of Immortality in the Ancient World: ‘Death Shall Have No Dominion’, pp. 371-381

L’egittologo tedesco Günter Dreyer, invece, ha sostenuto che la tomba B50 di Abydos sia il luogo di sepoltura di Scorpione. Tuttavia, non ci sono prove certe a sostegno di ciò e, come la maggior parte degli autori ritiene, non ci sono testimonianze che Scorpione avesse alcun potere su Abydos. D’altra parte, Kemp sostiene che sia Scorpione sia Narmer provenissero da Hierakonpolis.

In realtà la stessa lettura del segno dello scorpione come nome del sovrano è controversa. Vale la pena soffermarsi prima sul segno della rosetta. Quest’ultima, paragonabile alla rosetta vicino al nome di Narmer nella sua tavolozza e vicino ad altre figure dominanti su altri oggetti, indicherebbe la parola “re”, sebbene ciò non sia mai stato definitivamente dimostrato. Tenuto conto che il simbolo non è mai stato trovato in periodi successivi tra i geroglifici standard, non ci sono elementi che vengano in aiuto per la sua comprensione. Alcuni hanno avanzato anche l’ipotesi che il simbolo dello scorpione possa indicare una divinità locale di Hierakonpolis. La mancanza di documenti amministrativi che portano il suo nome ci impedisce di svelare la vera natura di questo ipotetico “re Scorpione”. Gli unici oggetti rinvenuti, ipoteticamente, riferibili a lui sono alcune placchette d’avorio trovate ad Abydos, Minshat Abu Omar e Tarkhan e recanti un simbolo estremamente stilizzato che mette in disaccordo gli studiosi. Questi si dividono su due interpretazioni: Scorpione o Ka (le braccia alzate messe in orizzontale; foto in basso).

È abbastanza chiaro che, da un punto di vista sia archeologico sia storico, permangono ancora alcune perplessità sull’esistenza di questi due sovrani. Ma cerchiamo di tirare le fila e riassumere il discorso.

Il nome Scorpione sembra fare riferimento a due possibili regnanti: uno teoricamente vissuto attorno al 3400-3200 a.C. e seppellito nella tomba U-j, mentre l’altro vissuto tra il 3200 e il 3000 a.C. e deposto ad Hierakonpolis nella tomba 1 del cimitero HK6, oppure, meno facilmente, nella tomba B50 di Abydos.

Per il primo le testimonianze sono alcune placchette ritrovate nella sua tomba con il simbolo di uno scorpione, a cui si aggiunge un’iscrizione presente nel deserto Tebano in cui è rappresentato il simbolo di uno scorpione che sconfigge non meglio identificati nemici, forse rivali del proto-regno di Naqada.

Il re Scorpione II compare invece sulla testa di mazza a cui si è precedentemente accennato, di cui però non si conosce la provenienza tombale originaria. La stessa lettura della rosetta e dello scorpione come “re scorpione” è dubbia, considerando che potrebbe essere interpretabile come un altro titolo o addirittura come una divinità locale.

In conclusione se si accettasse l’esistenza di questi due regnanti, di origine certamente egizia, allora sarebbe necessario specificare che il primo potrebbe aver avuto un ruolo legato principalmente ad Abydos, dove sarebbe anche stato sepolto, probabilmente come regnante locale quando ancora vi erano 3 proto-regni nell’Alto Egitto (Abydos, Hierakonpolis e Naqada). Il secondo re Scorpione, invece, dovrebbe aver avuto Hierakonpolis come area d’influenza e il sito HK6 come luogo di sepoltura. Nella definizione dei re Scorpioni emerge con chiarezza la complessità politica di questo periodo storico. Un momento in cui si assiste al passaggio dalla presenza contemporanea di diverse figure che esercitarono il potere su territori limitati all’accorpamento progressivo di queste entità politiche in veri e propri proto-regni. È proprio da questo magma di forze politiche in contrasto che emergerà infine la figura Narmer, che regnò sicuramente su un Alto Egitto unito, e forse anche su un Egitto completamente unificato, ma questa è un’altra storia.

Wildung, D. 1981. Ägypten vor den Pyramiden, Mainz
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