Erodoto aveva ragione nel descrivere i battelli del Nilo?

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Ph: Christoph Gerigk/Franck Goddio/Hilti Foundation

Le fonti storiche letterarie – si sa – non possono essere prese come oro colato a causa del loro contenuto contaminato da luoghi comuni, intenti propagandistici o semplicemente da una diversa visione del mondo rispetto a quella nostra attuale. Un chiaro esempio è la descrizione, spesso fantasiosa, che Erodoto fa nelle sue “Storie” dell’Egitto, paese che visitò intorno al 450 a.C. ma che rimase comunque estraneo – o meglio, strano – per la sua formazione culturale. Molte sono le cose raccontate dallo storico di Alicarnasso che non hanno avuto una conferma dall’archeologia, come le “baris”, particolari imbarcazioni fluviali mai ritrovate. Almeno fino a qualche anno fa.

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Ph: Christoph Gerigk/Franck Goddio/Hilti Foundation

Nel 2003, infatti, il team dell’Institut Européen d’Archéologie Sous-Marine diretto da Franck Goddio ha individuato nella baia di Abukir, dove una volta sorgeva la città di Heracleion, un relitto che confermerebbe quanto scritto da Erodoto nel Libro II, 96 1-5:

96 1) I loro battelli mercantili sono costruiti in legno di acacia; un albero somiglia molto al loto di Cirene, eccetto per la gomma che ne sgocciola. Tagliano da questa acacia tavole di circa due cubiti, che mettono insieme come mattoni, costruendo il battello come segue: 2) Collegano le tavole, di due cubiti, con lunghe e fitte costole; e quando hanno costruito in questo modo vi tendono sopra delle traverse. Nessun uso di tavole laterali. Turano le giunture con papiro; 3) apprestano un solo timone, che passa attraverso la carena. Per l’albero adoperano l’acacia e per le vele il papiro. Questi battelli non possono risalire il fiume se non soffia un forte vento, e vengono tirati da terra. Invece quando seguono la corrente, ecco come vanno: 4) c’è un graticcio costruito di tamerici, tenuto insieme da una stuoia di canne, e una pietra forata del peso di circa due talenti. Il graticcio viene gettato, legato a una fune, avanti al battello, così che il fiume lo porti in superficie, e dietro, con un’altra fune, la pietra. 5) La tavola, sotto la spinta della corrente, avanza veloce trascinando la “baris” – tale è il nome che hanno appunto questi battelli -, e la pietra, trascinata dietro e stando sul fondo del fiume, mantiene dritto il corso della navigazione. Gli egiziani hanno una grande quantità di questi battelli, di cui alcuni trasportano molte migliaia di talenti”.

csm_Ship_17_Cover_c6d2a7486dCome detto, la scoperta non è recente e le prime pubblicazioni sulla cosiddetta “Ship 17” risalgono al 2014, ma la notizia è tornata alla ribalta grazie all’uscita del volume (immagine a sinistra) di Alexander Belov, direttore dell’Oxford Centre for Maritime Archaeology e già autore di uno studio sul battello per il suo dottorato.

Quella che, secondo Belov, è proprio una baris risale alla metà del V-metà del IV sec. a.C. ed ha ancora il 70% della chiglia integro, un eccezionale stato di conservazione che ha permesso una comparazione con i dati forniti da Erodoto. La nave presenta un vasto scafo, in origine lungo 27-28 metri, a forma di mezza luna che non ha precedenti archeologici. La tipologia con timone assiale, seppur nota fin dalla VI dinastia in rilievi e modellini, non era mai stata documentata in un vero esemplare. Come nel testo sopra riportato, il fasciame è assemblato trasversalmente da “lunghe e fitte costole” in acacia che raggiungono i 2 metri, simili nel loro incastro a “mattoni”. Lungo l’asse centrale, invece, due fori a poppa servivano per il timone e un gradino sopraelevato per l’albero. Tuttavia, ci sono due differenze tra il relitto e la baris delle Storie: le dimensioni quasi doppie (2 cubiti corrispondono a 1,04 m) e la presenza di travi laterali atte a rinforzare punti particolarmente delicati della chiglia.

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ARCHEOLOGIA INVISIBILE: la nuova mostra del Museo Egizio di Torino racconta la “biografia degli oggetti” grazie alla scienza

Archeologia Invisibile, Museo Egizio di Torino

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Fotogrammetria, tomografia neutronica, indagine multispettrale, spettroscopia Raman, radiografia, TAC, modellazione 3D: astrusi tecnicismi rubati* agli scienziati, paroloni che, di tanto in tanto, leggete singolarmente sul mio blog ma che, tutti insieme, potrebbero spaventare i non addetti ai lavori. Non è questo il caso. Perché la nuova mostra temporanea del Museo Egizio di Torino, “ARCHEOLOGIA INVISIBILE” (13 marzo 2019 – 6 gennaio 2020), è tutto tranne che autoreferenziale, mirata ai soli esperti; al contrario, riesce nel difficile compito di spiegare al grande pubblico, in maniera semplice e pratica,  l’apporto della scienza al campo dell’archeologia. 

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La prima sala della mostra durante l’inaugurazione

Premetto che non è semplice descrivere ciò che ho visto ieri durante l’anteprima stampa dell’inaugurazione perché l’esposizione è realmente innovativa – soprattutto per l’Italia -, e non solo negli strumenti tecnologici adottati. L’attenzione è rivolta verso gli “oggetti”, volutamente pochi per valotizzarli con più spazio e per non caricare il visitatore di troppi dati che dimenticherà appena uscito dall’edificio. Prima dell’ingresso della mostra vera e propria, vengono addirittura fatti parlare in prima persona con discorsi diretti usciti dalla “bocca” di moderni pezzi di vita quotidiana che, in futuro, diventeranno a loro volta reperti archeologici. La ormai anacronistica funzione meramente espositiva dei musei è superata fornendo alle persone tutte quelle informazioni che l’Egizio ha acquisito negli ultimi anni grazie a progetti di studio dei reperti che hanno visto l’apporto di discipline scientifiche quali la fisica, la chimica e/o l’informatica. Informazioni non percepibili ad occhio nudo – ed ecco il significato del titolo – che spiegano la vera storia dei pezzi svelandone l’origine, la composizione, la funzione, gli eventuali rimaneggiamenti. Informazioni nate grazie alla collaborazione con università e istituti di ricerca di tutto il mondo (MIT di Boston, Università di Oxford, Centro Conservazione e Restauro della Venaria Reale, Musei Vaticani, CNR ecc.), già pubblicate sulle principali riviste scientifiche ma ora finalmente divulgate in modo intuitivo per tutti. Una tale collaborazione è esemplificata dalle parole del direttore Christian Greco: “Lo scienziato e l’umanista devono lavorare sempre di più assieme per cercare di dipanare la complessità del mondo contemporaneo”.

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Foto d’epoca della tomba di Nerfertari

Il coordinatore scientifico della mostra, Enrico Ferraris, durante la conferenza stampa si è definito un sarto per aver cucito insieme i contributi dei vari curatori che hanno portato le proprie esperienze e specializzazioni. Il percorso espositivo, infatti, si divide in tre macro-settori, ognuno dedicato alla vita archeologica di un reperto: scoperta, studio e conservazione. Si inizia quindi con la documentazione degli scavi che va dalle belle foto d’epoca – anche se qui proposte in 3D – della Missione Archeologica Italiana in Egitto (1903-1920) ai prodigi della fogrammetria – tecnica utilissima per rilevare velocemente i contesti archeologici e riportarli in modelli digitali – applicata agli scavi di Saqqara.

I sette contenitori di alabastro ancora sigillati dalla tomba di Kha e Merit

Poi si passa alle analisi diagnostiche effettuate, nell’ambito del “TT8 Project”, al corredo funerario della tomba di Kha e Merit, vero fiore all’occhiello del Museo Egizio. Ed ecco che, grazie a strumenti scientifici, si può guardare l’invisibile: XRF e ultravioletti permettono di studiare i pigmenti, le pennellate, le varie mani di pittura sovrapposte; la tomografia neutronica sbircia all’interno di vasi in alabastro sigillati da oltre 3400 anni (foto in alto); radiografie e TAC ‘sbendano’  mummie senza il pericolo di danneggiarle, scoprendo lo stato fisico dei defunti, le tecniche d’imbalsamazione e la presenza di amuleti.

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La radiografia alla mummia di Kha mette in evidenza la presenza di gioielli…

…gioielli poi riprodotti con la stampa 3D

Così, i corpi dell’architetto Kha e della moglie Merit sono affiancati da schermi che mostrano quest’autopsia virtuale che sfoglia, strato dopo strato, la copertura delle mummie. Grazie a questa tecnica è stato perfino possibile ricreare i gioielli dei coniugi, senza toccarli, grazie alla stampa 3D (foto a destra). Non siamo più di fronte alla caccia all’oggetto o agli “unwrapping party” vittoriani, ma a uno studio più etico e rispettoso dell’integrità del reperto. Stesso ragionamento si applica anche alle mummie animali che testimoniano pratiche religiose tipiche soprattutto del Periodo Tardo. Ma accanto a gatti, coccodrilli, ibis e babbuini, non è inusuale incontrare anche falsi, realizzati – come mi racconta Federica Facchetti, curatrice della sala dedicata all’argomento – sia nell’antico Egitto che, a scopo di truffa commerciale, in epoche più vicine a noi. Quella che, ad esempio, sembra una mummia di un feto si è invece rivelata essere il corpo di un rapace, evidentemente meno appetibile di un bambino nel mercato antiquario ottocentesco (foto in basso).

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La mummia di feto è in realtà un falso

Il terzo settore illustra il fondamentale ruolo dell’indagine archeometrica nello studio dei materiali e nella scelta delle tecniche da adottare per conservazione e restauro dei reperti più delicati, come le superfici parietali dipinte (esempio principale è la decorazione della tomba di Iti e Neferu da Gebelein), papiri (e l’unica pergamena conservata all’Egizio) e antichi tessuti che possono essere toccati con mano, ovviamente in riproduzioni moderne.

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L’istallazione finale del sarcofago di Butehamon

SPOILER ALERT: il percorso si conclude con una vera e propria sorpresa. Tutte le esperienze mostrate finora, infatti, vengono riassunte in un caso studio emblematico, quello del sarcofago di Butehamon, nella maniera più scenica e, aggiungerei, didattica possibile. La cassa antropoide dello scriba reale di III Periodo Intermedio (1070-712 a.C.) all’apparenza sembra un oggetto omogeneo, ma in realtà è il frutto dell’assemblamento di pezzi riciclati da almeno cinque sarcofagi più antichi e della sovrapposizione di diverse stesure di pittura ormai non più visibili. Ma tutti questi interventi, riscoperti grazie a indagini diagnostiche non invasive, tornano a palesarsi direttamente su una copia a grandezza naturale, sulla quale vengono proiettate immagini. Così, mentre i due schermi laterali spiegano tutte le fasi di realizzazione dell’oggetto, il sarcofago si trasforma e il nudo legno si ricopre gradualmente di geroglifici, scene, colori. Una scelta museale sicuramente innovativa, quasi spaziale… e non è un caso che la proiezione sia accompagnata dalla colonna sonora del film “Interstellar”.

 

*Cito la divertente provocazione di Andrea Augenti che scrive nel catalogo della mostra (da notare la geniale trovata della sopracopertina opaca che rende quasi invisibili le immagini della copertina): “gli archeologi rubano. […] Rubano agli altri mestieri gli attrezzi e il lessico; rubano persino le leggi che regolano il metodo del loro stesso lavoro!”

 

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Luxor Museum, (Ri)scoperte parti di modellino di barca appartenuto a Tutankhamon

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Source: Lost Treasurs of Egypt, ep.1 (National Geographic)

Lo scorso 4 marzo, in contemporanea in diversi paesi tra cui l’Italia, National Geographic ha lanciato una serie di documentari che illustrano le ultime novità delle missioni archeologiche in Egitto finanziate dalla National Geographic Society.  Proprio nel primo episodio, dedicato in particolare a Tutankhamon, si è parlato di una scoperta, o per meglio dire di una riscoperta riguardante il faraone bambino.

Durante le operazioni di trasferimento verso il nuovo Grand Egyptian Museum di alcuni reperti conservati nel Luxor Museum, il direttore di quest’ultimo, Mohamed Atwa (foto in basso a sinistra), e i suoi collaboratori hanno notato una vecchia scatola di legno impolverata di cui non si avevano dati. Aprendola, è arrivata una vera sorpresa, a conferma che non si finisce mai di ‘scavare’ nemmeno nei depositi museali. Sopra un foglio di giornale del 5 novembre 1933, infatti, si trovavano alcuni pezzi – creduti perduti – di uno dei 18 modellini d’imbarcazioni scoperti nella KV62: un albero, corde e sartiame vario e una testa osiriaca con ancora tracce di doratura.

Più precisamente, è stata trovata una chiara corrispondenza con la barca che ho indicato con la freccia rossa nella una foto (colorata) di Burton della cosiddetta Camera del Tesoro, in primo piano nell’immagine in basso a sinistra dai magazzini del GEM. Si tratta del reperto che Carter aveva registrato con il numero 321 e che, dopo essere stato portato al Cairo, era stato inventariato con la sigla JE 61330.

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Visitando la tomba di Tutankhamon in realtà virtuale: la Macchina del Tempo

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Source: lamacchinadeltempo.eu

Quando lo scorso ottobre, trovandomi a Luxor per una missione archeologica, sono passato per la Valle dei Re, ho puntato diretto sulla splendida tomba di Seti I. Non c’era tempo per le altre sepolture, men che meno per la tanto celebrata KV62 che invece, spogliata dei suoi tesori, è forse una delle meno spettacolari della necropoli tebana.

sdrPoco male; l’avevo già vista anni fa e me la sono comunque ritrovata a Firenze (se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto), anche se in versione virtuale. Durante tourismA – Salone Archeologia e Turismo Culturale, infatti, tra i tanti stand che affollavano il Palazzo dei Congressi c’era quello del Museo Realtà Virtuale di Bologna che, tramite La Macchina del Tempo, permette ai visitatori di passeggiare tra le strade della città felsinea del XIII secolo o di volare tra le torri medievali che non esistono più. Dallo scorso dicembre, inoltre, il Museo ha sviluppato una nuova ‘attrazione’ che ci riguarda da più vicino: la scoperta della Tomba di Tutankhamon.

Ho avuto modo di provare l’esperienza (eccomi a sinistra) e di parlare con i responsabili che mi hanno gentilmente illustrato il progetto: Massimo Sinigaglia (cofounder “La Macchina del Tempo”), Mario di Bernardo (programmatore e responsabile IT) e Pasquale Barile (egittologo, cofounder HistroyLab, consulente scientifico). Con l’ausilio di un visore e due controller, si prende il posto di Howard Carter e si entra nella tomba così come era nel 1922, cioè ancora piena di oggetti del corredo.

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La posizione dei reperti si basa sulle foto originali di Harry Burton, mentre le dimensioni sono reali perché – e qui si vede la presenza di un esperto – concidono con quelle riportate sui giornali di scavo ancora conservati presso l’archivio del Griffith Institute. Oltre a muoversi nella struttura, si può interagire con l’ambiente picconando le porte sigillate (devo ammettere di aver provato a buttar giù la parete nord della camera funeraria, ma niente…), prendendo in mano gli oggetti, ascoltando spiegazioni e leggendo traduzione e traslitterazione di alcuni testi geroglifici.

Nonostante ci sia ancora qualche bug – soprattutto nella maneggevolezza dei pezzi – e un paio di licenze che comunque migliorano il percorso, l’esperienza è sicuramente realistica: le proporzioni delle stanze sono aderenti all’originale (o almeno posso assicurarlo per l’anticamera perché oltre non si accede nella vera tomba) e la modellazione degli oggetti è stata effettuata con cura. Poi c’è anche qualche chicca, come la possibilità di ascoltare la registrazione  del suono delle due trombe, in argento e bronzo, scoperte nella KV62 che la BBC trasmise in diretta radio nel 1939.

I responsabili mi hanno assicurato che stanno lavorando per correggere i bug e per aggiungere nuovi oggetti, nuovi testi geroglifici e l’Annesso che, come potete vedere nell’immagine in alto, non è raggiungibile. Inoltre, è prevista un’ulteriore ricostruzione virtuale che permetterà di mostrare tutti i reperti non visibili con questa esperienza: il “Museo Carter”, un’esposizione del tesoro di Tutankhamon – soprattutto maschera e sarcofagi – all’interno della vicina tomba di Seti II (KV15), effettivamente usata dai membri della missione dell’egittologo britannico come magazzino e laboratorio fotografico.

www.lamacchinadeltempo.eu

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Gebel el-Silsila, scavata sfinge colossale dalla testa di ariete

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Source: luxortimes.com

Se negli ultimi anni ci eravamo abituati soprattutto a ritrovamenti di contesti funerari, con l’ultima scoperta si torna alla funzione più nota di Gebel el-Silsila, cioè quella di sito di cave di arenaria. Infatti, il team diretto da Maria Nilsson e John Ward (Lund University, Svezia) ha individuato un centro di lavorazione della pietra di Nuovo Regno, probabilmente databile al regno di Amenofi III (1386-1349 a.C.).

Numerosi sono gli scarti di produzione e oggetti non finiti che, per un motivo o l’altro, sono stati abbandonati nella cava. Spicca una gigantesca criosfinge (sfinge dalla testa di ariete) di arenaria, lunga circa 5 metri, larga 1,5 e alta 3,5, appena sbozzata e pronta per il trasporto – le operazioni di fino avvenivano nel luogo di destinazione – se non si fosse fratturata prima del completamento. La statua è stata poi ricoperta, salvo per la sommità della testa, per 2000 anni dai detriti d’estrazione di epoca romana. Nelle vicinanze è stato ritrovata anche una porzione di un modello più piccolo della sfinge (foto in basso), simile ad altri esempi già noti da tempo a Silsila. All’esemplare più grande, invece, apparterrebbe anche un ureo considerato parte della corona.

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Source: National Geographic

Inoltre, gli archeologi hanno scavato diversi frammenti iscritti attribuibili a un naos distrutto di Amenofi III, una parte di obelisco con il pyramidion e pezzi di sculture come quella di un falco.

http://gebelelsilsilaepigraphicsurveyproject.blogspot.com/

 

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Mummie in casse acustiche: bloccato il tentativo d’esportazione illegale all’aeroporto del Cairo

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Source: MoA

Niente da dichiarare? No, solo qualche arto mummificato.

È da un po’ che ho deciso di non scrivere più articoli di sequestri di antichità effettuati all’aeroporto del Cairo perché, purtroppo, se ne registrano quasi settimanalmente. Ma ci sono eccezioni che meritano di essere segnalate, per l’importanza dei reperti recuperati o per la singolarità dell’evento. Alla seconda categoria appartiene decisamente l’ultimo caso che ha visto le autorità doganali dell’aeroporto, in collaborazione con i funzionari del Ministero delle Antichità, trovare parti di mummie umane in due casse altoparlanti.

Grazie ai controlli a raggi X, infatti, sono state individuate due gambe e due braccia, di cui una attaccata a una porzione di torace, nascoste negli speaker e pronte per essere spedite per il Belgio. I resti, probabilmente appartenenti a due mummie, sono stati trasferiti al Museo Egizio per il restauro.

 

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Gli Oscar dell’Egittologia

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Statuetta di Ptah, legno dorato, dalla tomba di Tutankhamon (Museo Egizio del Cairo, JE 60939)

Questa notte si terrà la 91ª edizione degli Academy Awards durante la quale verranno assegnati oltre 20 Oscar. Nella storia del premio, qualche statuetta è finita anche a film che, in un modo o nell’altro, si sono occupati dell’antico Egitto e che ho recensito per la rubrica “Blooper egittologici”. Ovviamente, per la tipologia di pellicole in questione, si tratta di quasi tutti riconoscimenti di carattere tecnico. Ecco quali (tra parentesi, l’anno di assegnazione):

Cleopatra (1935)

  • Miglior fotografia: Victor Milner

I Dieci Comandamenti (1957)

  • Migliori effetti speciali: John Fulton

Cleopatra (1964)

  • Miglior fotografia (colore): Leon Shamroy
  • Miglior scenografia (colore): John DeCuir, Jack Martin Smith, Hilyard Brown, Herman Blumenthal, Elven Webb, Maurice Pelling, Boris Juraga, Walter M. Scott, Paul S. Fox e Ray Moyer
  • Migliori costumi (colore): Irene Sharaff, Vittorio Nino Novarese e Renié
  • Migliori effetti speciali: Emil Kosa Jr.

Assassinio sul Nilo (1979)

  • Migliori costumi: Anthony Powell

I Predatori dell’Arca Perduta (1982)

  • Miglior scenografia: Norman Reynolds, Leslie Dilley e Michael Ford
  • Miglior montaggio: Michael Kahn
  • Miglior sonoro: Bill Varney, Steve Maslow, Gregg Landaker e Roy Charman
  • Migliori effetti speciali: Richard Edlund, Kit West, Bruce Nicholson e Joe Johnston
    • Miglior montaggio degli effetti sonori: Ben Burtt e Richard L. Anderson

Il Principe d’Egitto (1998)

  • Miglior canzone: “When You Believe”, musica e testo di Stephen Schwartz
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Alberto Angela: “CLEOPATRA: la regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità” (recensione)

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Ho da poco terminato di leggere il libro di Alberto Angela e sono davvero deluso. Ma andiamo per ordine.

Il 25 novembre 2018, alla presenza della consueta folla di ammiratori, è stata presentata a Roma l’ultima fatica editoriale del divulgatore televisivo più amato d’Italia: “Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità”. Da subito è parso evidente che per la HarperCollins – che ha ‘strappato’ Angela da Rizzoli per tre libri – questa operazione sarebbe stata un vero affare. Infatti, la popolarità dell’autore, la sua ferrea fanbase in costante crescita, ma anche la scelta di scrivere di una delle figure storiche più iconiche di sempre (tema già trattato in una puntata di Ulisse) non potevano che tradursi in un successo di vendite. 

Anch’io sono tra quelli che hanno acquistato il libro, spinto ovviamente dal tema trattato e dalla voglia di parlarne qui sul blog. Come già detto, “Cleopatra” è pubblicato da HarperCollins – la casa editrice degli Harmony (particolare che, come vedrete, non cito a caso) – in collaborazione con RaiEri, per un prezzo di 20 euro e 446 pagine. La seguente recensione sarà divisa in paragrafi, alcuni più oggettivi altri meno, per questo occorre fare un paio premesse:

  • è la prima volta che leggo qualcosa di Alberto Angela quindi il mio giudizio non è estendibile a tutta la sua bibliografia; 
  • anticipo sul nascere eventuali accuse di ‘snobismo da archeologo’ affermando tranquillamente – qualora non bastasse la mia attività di divulgazione – che stimo tutti coloro che parlano seriamente, ma in modo semplice, di storia e archeologia in TV, tra i quali Alberto è senza dubbio il più efficace. 

Copertina

Lo so, non si giudica un libro dalla copertina, ma sfido qualsiasi grafico a scontornare peggio una figura… Vabbè, passiamo alle cose serie.

Contenuto storico

Sull’attendibilità dei dati presentati non posso dir nulla non avendo rilevato errori importanti (tuttavia, c’è da specificare che mi riferisco solo alla minuscola parte egittologica; anzi, invito i colleghi classicisti a dire la loro). Infatti, seppur accompagnate – come vedremo – da una cospicua componente romanzata, le vicende sono tutte descritte seguendo fonti archeologiche, testi di storici antichi (con i riferimenti indicati in fondo al libro) e recenti lavori di studiosi contemporanei. Nei ringraziamenti, leggiamo che l’autore si è avvalso della consulenza di esperti quali Romolo Augusto Staccioli (professore di Epigrafia alla “Sapienza” di Roma), Giovanni Brizzi e Francesca Cenerini (professori di Storia romana all’Università di Bologna) e di “una squadra di egittologi” (sic) di cui purtroppo non cita i nomi. D’altronde, i programmi degli Angela ci hanno abituati bene e, anche se non scevri da topiche ed eccessive semplificazioni, sono una boccata di aria fresca nel panorama televisivo italiano e la prova che si può fare ascolti anche con la cultura.

Stile di scrittura

Tornando a valutazioni più soggettive, trovo che lo stile di Alberto si adatti poco alla forma scritta. In sostanza, l’autore utilizza lo stesso linguaggio parlato con cui riesce a coinvolgere il pubblico televisivo ma che, riportato su carta, rischia di far perdere il lettore. Il ritmo è spezzato da numerose subordinate e continue digressioni/spiegazioni che funzionano solo se nel frattempo passano in onda immagini che aiutano a comprendere il senso e a riprendere il filo del discorso. Allo stesso modo, trovo meno accattivante il tentativo di avere un rapporto diretto con chi legge tramite domande dirette e ‘ammiccamenti’ vari che hanno senso solo se accompagnati dal cambiamento del tono della voce, dall’espressività del volto o dalla gestualità delle mani. Anche gli onnipresenti puntini di sospensione risultano più fastidiosi che funzionali nel ricreare le tipiche pause allusive della narrazione ‘angeliana’.

Stile narrativo

Anche in questo caso, la formula adottata si rifà chiaramente al format televisivo. La classica descrizione degli eventi storici si accompagna a una narrazione più romanzata, proprio come quando, terminato di parlare, Alberto Angela lascia spazio a brevi filmati di sceneggiati in costume. In sostanza, c’è una continua alternanza tra spiegazione e fiction. Nel primo caso, l’autore fa ampio uso delle fonti e cita studiosi, ma utilizza anche rifermimenti moderni – a volte forse un po’ troppo azzardati (vedasi Cleopatra paragonata a Lady Gaga) – per rendere più chiari i concetti. A tal proposito, ho trovato forzata la continua volontà di presentare la regina come una donna moderna (“oggi sarebbe una top manager”) che riuscì ad imporsi in una società iper-maschilista. Ovviamente non furono molti i sovrani di sesso femminile a governare l’Egitto, ma Cleopatra VII non fu nemmeno l’unica. Spesso si rischia di miticizzare troppo personaggi che, al di là dei loro effettivi meriti, devono il loro posto nella memoria collettiva all’incrocio degli eventi in cui sono vissuti. Quindi, se proprio vogliamo dare un peso alle azioni dei protagonisti della storia, toglierei qualche oncia dal piatto di Cleopatra e la metterei su quelli di Cesare e Marco Antonio, troppo spesso presentati nel libro – soprattutto il secondo – quasi come succubi delle decisioni della regina.

Ma davvero vogliamo credere che due tra i più grandi generali e politici di Roma si siano mossi, seppur in minima parte, per amore o passione? Con il rischio di sembrare cinico, credo che in liaison di un certo livello i sentimenti contino poco o niente. Lo stesso Angela scrive: “Va ricordato comunque che le unioni in questo periodo non sono guidate tanto da un’attrazione fisica o sentimentale, quanto, anzi soprattutto, dalla volontà di suggellare unioni di politica, potere e ricchezze”. Tuttavia, per il resto del libro sembra dimenticarsene virando verso qualcosa che è stato definito da alcuni ‘soft porn’. Non so se questa sia una deriva recente più o meno voluta per avvicinarsi al target femminile di pubblico che si è creato come effetto della sua fama collaterale da sex symbol, ma in molte pagine sembra veramente di leggere un Harmony. Certo, aggiungere un po’ di pepe (Q.B.) al racconto storico può destare l’attenzione dei più riluttanti alla materia, ma in questo libro le dosi di spezie sono spesso ‘indiane’. In effetti, già gli scrittori latini ci erano andati pesanti con Cleopatra ingigantendo la sua fama di donna ammaliatrice, di prostituta orientale, ma lo facevano per mera propaganda pro-Ottaviano. D’altronde, anche Marco Antonio è screditato dalle fonti e presentato come schiavo del sesso e rammollito dalle attenzioni della meretrice straniera. Ma di certo si rimane un po’ perplessi quando si legge che al triumviro, incontrando a Tarso Cleopatra “forse nuda”, sarebbe “cascata a terra la mandibola come nella scena di The Mask”.

Nella narrazione più romanzata, si finisce spesso in descrizioni accurate – sia chiaro, mai volgari – degli incontri amorosi di Cleopatra. Prima si fa riferimento alla probabile rasatura pubica della regina, poi si fanno ipotesi su chi abbia preso la sua verginità trovando in Cesare il candidato più attendibile (e, poverina, le viene anche imputata una scarsa esperienza amatoria al cospetto del più anziano dittatore) e infine si indugia sulla foga scoppiata già al primo incontro con Antonio (“con il petto ampio e muscoloso, le spalle larghe, il corpo possente e massiccio di un Ercole”) che non riesce a tenere a posto le mani nonostante si stia giocando il dominio del Mediterraneo: “quasi certamente tra loro scatta la scintilla del sesso dalle prime serate”. Gli esempi di questo genere sono molti di più e mi fanno storcere il naso non perché io sia puritano ma perché così si rischia di banalizzare troppo gli intricati giochi di alleanze politiche che portarono – citando il titolo che originariamente era stato deciso per il libro – al tramonto di un regno e all’alba di un impero.

Titolo

A proposito del titolo, la prima scelta sarebbe stata sicuramente più aderente al contenuto perché la vera protagonista non è tanto Cleopatra ma Roma. Infatti, bisogna aspettare quasi un terzo del volume (in cui viene descritto, passo dopo passo, l’assassinio di Cesare) per cominciare a leggere le vicende strettamente inerenti alla regina, mentre i successivi approfondimenti della sua figura vengono quasi soffocati dal racconto della guerra civile tra Ottaviano e Antonio. Certo, è giusto occuparsi di eventi così importanti che, fra l’altro, furono influenzati dalla stessa Cleopatra, ma il titolo lasciava presagire una maggiore attenzione sulla sua figura che io non ho rilevato. Inoltre – e qui parlo per interesse personale – l’Egitto è quasi del tutto assente con rarissimi paragrafetti dedicati alla descrizione del regno tolemaico e della città di Alessandria. Eppure in 423 pagine lo spazio ci sarebbe stato. 

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Il Metropolitan di New York restituirà all’Egitto un sarcofago rubato

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Source: metmuseum.org

Si chiude in anticipo la mostra del Metropolitan Museum “Nedjemankh and His Gilded Coffin” perché – colpo di scena – il museo newyorkese si è accorto che il pezzo principale dell’esibizione era stato rubato dall’Egitto nel 2011. Due giorni fa, infatti, il MET ha comunicato la decisione di restituire al governo egiziano il sarcofago dorato di Nedjemankh, sommo sacerdote del dio dalla testa di ariete Herishef vissuto a Eracleopoli nel I sec. a.C., dopo essere venuto a conoscenza dell’origine illecita dell’oggetto.

Il sarcofago era stato acquistato nel luglio 2017 per 3,5 milioni di euro da una casa d’aste parigina che, a quanto pare, aveva fornito una documentazione falsa comprendente anche una licenza di esportazione del 1971, data precedente alla promulgazione della legge 117 del 1983 sulla tutela delle antichità egiziane. Invece, dalle indagini del Procuratore distrettuale di Manhattan è emerso che il sarcofago sarebbe stato rubato dopo la rivoluzione del 2011; da qui le scuse ufficiali del presidente del MET, Daniel Weiss, al ministro delle Antichità El-Enany e a tutto il popolo egiziano e la non così ovvia – soprattutto in riferimento a istituzioni statunitensi – restituzione.

https://www.metmuseum.org/press/news/2019/metropolitan-museum-of-art-returns-coffin-to-egypt

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Scoperto arsenale greco-romano nei pressi del Canale di Suez

Source: MoA

A Tell Abu Sefeh, località situata nel nord-ovest del Sinai, 3 km a est del Canale di Suez, gli archeologi egiziani hanno individuato un piccolo arsenale di epoca greco-romana. Nel sito si costruivano e riparavano imbarcazioni che venivano trasportate a secco in almeno due bacini di careneggio. Le due vasche in questione erano rettangolari e realizzate con muri in blocchi di calcare che, tuttavia, sono stati quasi tutti asportati e riutilizzati in epoche successive quando, a causa dell’insabbiamento del ramo pelusiaco del Nilo, la struttura perse la sua utilità. Il bacino più grande, quello est, è largo 6 metri e lungo 25.

La funzione del centro è stata confermata anche dai reperti ritrovati che, oltre a ceramica locale e importata e a resti di pesci, comprendono materiali e attrezzi tipici di un’officina navale come tavole di legno e chiodi in bronzo e ferro.

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