Scoperto sarcofago di un sindaco di Tebe della XXV dinastia

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Source: MSA

Come di consueto, con l’avvicinarsi della fine dell’estate, tornano attive le missione archeologiche in Egitto e fioccano notizie di scoperte. Così, partiamo con quella effettuata dai membri del South Asasif Conservation Project che, sotto la direzione di Elena Pischikova, lavorano allo studio, alla pulizia e al restauro di tombe già note ma mai pubblicate in modo appropriato nella necropoli di el-Asasif Sud, a Tebe Ovest. Nella TT391 (già segnalata da Champollion e Rosellini), la sepoltura di Karabasken – Quarto Profeta di Amon e Sindaco di Tebe sotto il faraone Shabaka (715-705; XXV dinastia) – , durante lo scavo della sala cultuale più interna, è venuta alla luce una rampa discendente di 9 metri che porta alla camera sepolcrale. Qui si trova un sarcofago di granito rosa (altezza 241, larghezza 163, lunghezza 306 cm) senza iscrizioni né raffigurazioni. Il pesante coperchio reca tracce di almeno due tentativi di apertura in antichità, mentre l’interno si presentava allagato al momento della scoperta. Ora si aspetta uno scavo più approfondito per verificare la presenza di frammenti lignei o del corpo del defunto.

https://southasasif.wordpress.com/2016/08/25/the-discovery-of-the-burial-chamber-and-sarcophagus-of-the-mayor-of-thebes-and-forth-priest-of-amun-karabasken-tt-391-25th-dynasty/

Per maggiori nformazioni sulla tomba: http://www.southasasif.com/Karabasken-Entrance.html

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Cédric Gobeil nuovo presidente dell’Egypt Exploration Society

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Source: adul.ulaval.ca

Cédric Gobeil è il nuovo presidente dell’Egypt Exploration Society. Lo studioso francese, membro dell’IFAO e direttore della missione transalpina a Deir el-Medina, è stato eletto dal Comitato Direttivo della gloriosa società britannica (fondata nel 1882) ed entrerà in carica all’inizio di ottobre. Succede a Chris Naunton che si era dimesso lo scorso 31 maggio per concentrarsi, tra le altre cose, sul suo nuovo ruolo di presidente dell’International Association of Egyptologists.

Qui il suo profilo su academia.edu: https://egnet.academia.edu/C%C3%A9dricGobeil

http://ees.ac.uk/news/news/369.html

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“Agente 007 – La spia che mi amava” (blooper egittologici)

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Ebbene sì: l’agente di Sua Maestà con licenza di uccidere è andato in missione segreta anche tra piramidi e templi egizi. Nemmeno 007 poteva rimanere impassibile di fronte al fascino della Valle del Nilo e delle sue bellezze (non solo monumentali); così, in Egitto è ambientato, almeno in parte, il decimo film ispirato dalla penna di Ian Fleming: “La spia che mi amava”. Il ruolo di James Bond è ricoperto da Roger Moore, mentre la regia è affidata a Lewis Gilbert che aveva già diretto “Si vive solo due volte” con Sean Connery. In piena Guerra Fredda (siamo nel 1977), viene raccontata un’alleanza anglo-sovietica contro un nemico comune, Karl Stromberg, che minaccia di cancellare l’intera umanità per creare una nuova civiltà atlantidea nel profondo degli abissi; il tutto, condito con l’ironia tipica delle pellicole di 007 con Moore.

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La storia si sviluppa in diverse parti del mondo compreso, come anticipato, l’Egitto che, in poco più di mezz’ora, viene mostrato in tutti i suoi luoghi più iconici (e scontati). Due sottomarini nucleari, uno inglese e uno russo, vengono catturati da Stromberg grazie a un sistema di telerilevamento satellitare che, per un tradimento interno, viene rivenduto in segreto. Così, James Bond si reca proprio al Cairo dove si trova la persona venuta in possesso del microfilm con i codici per rintracciare i sommergibili. Si inizia subito con un cliché perché l’agente, vestito come Lawrence d’Arabia, cavalca nel deserto fino a un accampamento in un’oasi a pochi chilometri dalle piramidi di Saqqara (immagine in alto). La scena, poi, si sposta nei vicoletti della Vecchia Cairo, nel cortile della moschea di Ibn Tulun e nelle magnifiche stanze del Gayer-Anderson Museum. L’incontro decisivo con il contatto di 007, però, è a Giza, durante uno dei famosi spettacoli serali di luci e suoni che, tutt’oggi, colorano piramidi e sfinge con un sottofondo musicale. Tuttavia, all’appuntamento si presentano anche il Maggiore Amasova del KGB (Barbara Bach), anch’essa interessata ai codici, e uno dei nemici più popolari dell’intera saga, Squalo o, nella versione originale, Jaws (Richard Kiel; in basso a destra).

Le riprese in notturna a Giza devono essere state problematiche, tanto che il regista fu costretto a rigirare gli spezzoni dei primi piani utilizzando finti fondali e modellini delle piramidi (come è evidente nell’immagine in alto a sinistra). In ogni caso, il killer dalle fauci d’acciaio recupera il microfilm, uccide tutti coloro che ne erano venuti in contatto e fugge verso sud con un furgone nel cui retro s’intrufolano le due spie. Un viaggio che dura una notte con destinazione Luxor. Ed è qui che iniziano i blooper, sostanzialmente dovuti al menefreghismo del regista che incolla nella stessa sequenza luoghi lontani anche centinaia di chilometri.

Il veicolo entra nel tempio funerario di Ramesse III a Medinet Habu attraversando il cosiddetto migdol (Fig. 1; min. 39:53); subito dopo, però, passa sotto il portale (Fig. 2; min. 39:55) che è sul lato est del migdol, non dietro. Si tratta, infatti, dell’ingresso del piccolo tempio di Amon costruito sotto la XVIII dinastia (Amenofi I, Hatshepsut e Thutmosi III), inglobato nel grande complesso ramesside e ampliato in epoca greco-romana. Scesi dal furgone, Bond e la compagna (in questo caso, termine di doppia valenza) si aggirano tra le colonne della grande sala ipostila di Karnak (Fig. 3; min. 40:39) che, in realtà, si trova sull’altra sponda del Nilo. Qui Squalo tende loro un agguato scagliando dall’alto un pesante blocco, scena ripresa in “Assassinio sul Nilo” e in “Natale sul Nilo”. Il masso, però, cade nel Ramesseum (Fig. 4; min. 42:12). Siamo tornati sulla Riva Ovest con la terza location in poco più di due minuti: comincio ad avere il mal di mare…

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Stessa cosa succede dopo un viaggio in feluca che avrebbe dovuto portare 007 al Cairo, ma che, invece, lo conduce ad Abu Simbel (Fig. 51:06) dove si trova il quartier generale dell’MI6, il servizio di spionaggio britannico per l’estero. Ancora una volta, pochi secondi bastano per spostamenti di miglia perché viene inquadrato prima il II pilone di Medinet Habu (Fig. 6; min. 51:10) e poi, dopo un passaggio segreto, il sancta sanctorum (ricostruito) del Tempio maggiore di Abu Simbel (Fig. 7; min. 51:50) usato come ufficio della segretaria dell’agenzia, Miss Meneypenny. Il labirintico rimbalzare da un posto all’altro continua con una finta tomba tebana (Fig. 8; min: 52:10), decorata con scene tratte dalle sepolture di Tutankhamon, Ramesse VI, Seti I, Sennedjem, Nakht ecc., e con la sala ipostila, di nuovo ricostruita, del tempio di Abu Simbel (Fig. 9; min. 53:25).

Finita la parte in Egitto, il film continua per un’altra mezz’ora, ma mi scuserete se non continuo a parlarne: mi sono perso!

 

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Inglese trova nell’armadio martello di Antico Regno

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Source: hansonsauctioneers.co.uk

È la seconda volta in due anni che scrivo di un inglese qualunque che si ritrova per caso con un martello antico 4500 anni… Non è nemmeno così raro che dalle britanniche soffitte spuntino reperti egizi; la particolarità sta nel fatto che, dopo il mazzuolo acquistato nel 2014 in un mercatino da un abitante di Northumberland per sole 3,5 sterline, un anonimo fortunato del Derbyshire ne ha trovato uno uguale in un armadio ereditato. Si tratta, infatti, di un attrezzo ligneo (immagine a sinistra) risalente all’Antico Regno che un suo parente aveva trovato mentre, durante la seconda guerra mondiale, era accampato in una grotta del Monte Muqattam, nei pressi del Cairo.

L’attuale proprietario, dopo aver fatto autenticare l’oggetto dagli esperti del Natural History Museum di Londra, ha subito deciso di venderlo affidandolo alla  Hansons Auctioneers and Valuers che lo metterà all’asta il 7 ottobre con una valutazione iniziale di 2000-3000 £ (2300-3460 €).

http://www.hansonsauctioneers.co.uk/pages/news-details.php?id=663

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Antinoo ritrova la faccia negli USA grazie a un egittologo

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Source: villaludovisi.org

Quando la deformazione professionale non ti abbandona nemmeno in vacanza! È successo durante un viaggio a Roma nel 2005 a W. Raymond Johnson, direttore dell’Epigraphic Survey dell’Oriental Institute di base presso la Chicago House a Luxor. L’egittologo, visitando il Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps, si era imbattuto nel cosiddetto “Antinoo Ludovisi” (inv. n° 8620; immagine a destra), busto marmoreo del II secolo restaurato nel ‘700. La scultura da subito gli era sembrata familiare e non solo perché Antinoo è un personaggio strettamente legato all’Egitto. Il giovane bitinio, infatti, divenuto l’amante preferito di Adriano, lo accompagnò nei suoi lunghi viaggi d’ispezione nelle province orientali fino alla fine di ottobre del 130, quando annegò nel Nilo. La morte nel fiume sacro portò all’identificazione di Antinoo con Osiride e alla conseguente divinizzazione: l’imperatore fondò una città in suo onore, Antinopoli, nel Medio Egitto, vicino il luogo dell’incidente (sempre che di incidente si sia trattato), e fece diffondere il culto del suo amato in tutto l’impero. È per questo motivo che sono così numerosi i suoi ritratti.

chi_cat_9_11.jpegRitornando all’Antinoo Ludovisi, Johnson si era accorto di un particolare che lo collegava a un frammento di statua (immagine in alto a sinistra) conservato presso l’Art Institute of Chicago. Il pezzo era stato acquistato a Roma nel 1898 da Charles L. Hutchinson, primo presidente dell’AIC, quando era ancora inserito di profilo in un rilievo fittizio. Chiaramente attribuibile ad Antinoo per i ricci voluminosi, il ritratto si adatterebbe proprio all’integrazione settecentesca dell’esemplare di Palazzo Altemps. L’ipotesi è stata confermata da analisi di esperti in arte classica e da rilievi con laser scanner che hanno permesso anche l’elaborazione di un modello virtuale. Infine, grazie a una stampante 3D, sono state realizzate copie a grandezza naturale delle due parti finalmente unite dopo secoli (foto a sinistra) e poi un gesso completo senza le lacune provocate dai vecchi restauri. Il prodotto finale e i due ritratti, insieme ad altre statue di Antinoo e Adriano, saranno esposti a Chicago dal 5 settembre presso la mostra: “A Portrait of Antinous, in Two Parts”: http://www.artic.edu/exhibition/portrait-antinous-two-parts

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Bufale eGGizie*: la “mummia sfortunata” che affondò il Titanic

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Source: wikipedia.org

(*A scanso di equivoci, il nome della rubrica contiene volutamente un errore ortografico per sottolineare il carattere a dir poco ridicolo di alcune notizie riguardanti l’Egitto che circolano nel web e non solo)

Dopo aver avuto il piacere di intervenire sul n° 287 di Focus (settembre 2016), intervistato da Maria Leonarda Leone sulla maledizione di Tutankhamon, colgo l’occasione per approfondire il discorso parlando di un’altra leggenda metropolitana che riguarda antico Egitto e superstizioni. Sì, perché, ancor prima della scoperta della KV62 e della conseguente ‘tutmania’, circolavano già storie su misteriose morti da imputare all’influenza maligna delle centinaia di mummie egizie arrivate nell’Inghilterra vittoriana.

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Source: britishmuseum.org

Una di queste è ancora ricordata con l’appellativo di “Unlucky Mummy” e si trova nella Sala 62 del British Museum (n° inv. EA22542). In realtà, non è un corpo mummificato ma un coperchio di sarcofago appartenuto a una donna della XXI dinastia (950 a.C. circa) e donato al museo nel luglio 1889 da Mrs. Warwick Hunt a nome di Arthur Wheeler. Non si conosce il nome della defunta, anche se, guardando la fattura dell’oggetto, è probabile che appartenesse a un’alta classe sociale. In ogni caso, nei primi cataloghi del British, è indicata come sacerdotessa di Amon-Ra. A incutere timore nei londinesi dell’epoca era soprattutto l’espressività del volto della maschera che fece nascere una serie di superstizioni e dicerie sulla presunta cattiva sorte toccata a tutti coloro che, per un motivo o l’altro, erano venuti a contatto con il reperto; voci che incuriosirono Bertram Fletcher Robinson, giornalista del Daily Express e amico/collaboratore di Sir Arthur Conan Doyle (curioso notare come siano nate leggende anche sul rapporto tra i due secondo le quali il padre di Sharlock Holmes avrebbe copiato il romanzo “Il mastino dei Baskerville” a Robinson e poi avrebbe avvelenato il vero autore per coprire il misfatto).

Robinson passò anni a raccogliere materiale da pubblicare sulle colonne del quotidiano per cui lavorava e continuò anche dopo il 1904, quando passò a Vanity Fair. Purtroppo, però, non riuscì a completare la sua inchiesta perché morì a soli 36 anni, il 21 gennaio 1907. La causa dell’improvviso decesso fu una febbre tifoide che portò a peritonite, ma Doyle, spiritista convinto, l’attribuì a uno spirito elementale intrappolato nel coperchio (spiegazione che userà successivamente anche per la maledizione di Tutankhamon). Fra l’altro, lo scrittore stesso aveva compiuto ricerche presso il British Museum nel 1891 per il suo racconto breve “Lot No. 249” in cui una mummia si risveglia a Oxford dopo la lettura di una formula magica su un papiro.

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Source: wikipedia.org

L’attenzione mediatica provocata dalle parole di Doyle convinse l’editore del Pearson’s Magazine, proprietario anche del Daily Express, a riprendere gli appunti di Robinson (nella foto qui accanto) e a farli riscrivere da G. Russel nell’agosto del 1909 (in alto a sinistra, l’iconica copertina del numero): intorno alla metà degli anni ’60 del XIX secolo, 5 ricchi britannici intraprendono un viaggio lungo il Nilo fino ad arrivare a Luxor dove sarebbe stato scoperto il coperchio. Già in Egitto, uno dei componenti della spedizione sparisce nel deserto e a un altro viene amputato il braccio per un colpo di pistola accidentale. Tornati in Inghilterra, un terzo uomo riceve un altro proiettile e l’anonimo Mr. W. (il Wheeler che donò il pezzo al British?), venuto in possesso del reperto, si accorge di aver perso gran parte dei suoi averi e muore poco dopo. Lo sfortunato oggetto passa alla sorella che, a sua volta, subisce gravi perdite finanziarie pur non credendo alla maledizione. Ma, dopo la morte dell’amico fotografo che aveva immortalato nella maschera il volto di una donna vivente e dopo che la celebre chiaroveggente Madame Helena Blavatsky aveva percepito una presenza malvagia, Mrs. W. si convince a cedere il coperchio al museo londinese. Perfino il trasferimento fa le sue vittime, con i due poveri facchini che ci lasciano le penne durante il trasporto della cassa. Appare ovvio che si trattasse di un mucchio di congetture non verificabili per mancanza di nomi e dati oggettivi.

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Source: wikipedia.org

Tuttavia, la storia non finisce qui intrecciandosi, 3 anni dopo, con la tragica vicenda del Titanic. Poco dopo il naufragio, infatti, quotidiani e riviste riportarono la notizia secondo la quale l’Unlucky Mummy sarebbe stata nella stiva del transatlantico, imbarcata da un archeologo americano. Successivamente, il coperchio, messo su una scialuppa di salvataggio e portato negli USA, sarebbe finito su un’altra nave protagonista di un grave incidente, il piroscafo inglese Empress of Ireland affondato il 29 maggio 1914 con oltre 1000 vittime. Insomma, un po’ troppo anche per l’internauta più fantasioso, ma i giornali dell’epoca (e non solo) approfittavano spesso della curiosità morbosa e della credulità dei lettori.

Questo improbabile collegamento nacque a causa delle credenze esoteriche di William T. Stead, giornalista che perse realmente la vita sul Titanic. Stead, durante le cene sul transatlantico, intratteneva i commensali con racconti di mummie e maledizioni, alcuni dei quali vissuti in prima persona. Come quella volta in cui, invitato a casa di amici per vedere il loro nuovo ‘acquisto’ d’antiquariato, avrebbe assistito all’esplosione di rabbia di uno spirito maligno, uscito dall’ormai noto sarcofago poi finito al British, che avrebbe infranto tutti i vetri della stanza e che avrebbe portato malattie e sfortuna tra i presenti. Uno dei sopravvissuti al naufragio, poi, rilasciò un’intervista al New York World riportando come vere proprio queste storie e ipotizzando l’influenza negativa della sacerdotessa di Amon-Ra sulla tragedia.

Bufale simili continuarono a propagarsi nel mondo per anni, tanto da costringere nel 1934 (ben 22 anni dopo; ma, d’altronde, c’è ancora chi ci crede ora…) Sir Wallis Budge, curatore della sezione egizia e assira del British dal 1894 al 1924, a scrivere: «[…] no mummy which ever did things of this kind was ever in the British Museum. […] The cover never went on the Titanic. It never went to America». Effettivamente, l’Unlucky Mummy non ha mai lasciato Londra fino al 1990, quando fu prestata per una mostra temporanea in Australia, e poi nel 2007 per un evento a Taiwan. Inutile aggiungere che, in entrambi i casi, non è stato riscontrato alcun incidente durante il trasporto.

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“Voci e volti dall’antico Egitto”, prossima mostra a Benevento

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ph. L. Coviello

Continuando la collaborazione con il Museo Egizio di Torino e cercando di sfruttare il successo de “Il Nilo a Pompei”, anche Benevento avrà la sua mostra egittologica. “Voci e volti dall’antico Egitto” è il progetto lanciato dalla Provincia che ha già chiesto alla Regione Campania di finanziare i 200.000 € necessari alla realizzazione: da ottobre 2016 fino a luglio 2017, presso l’ARCOS (Museo d’Arte Contemporanea Sannio), saranno esposti i reperti egizi ed egittizzanti scoperti nella città e alcuni pezzi prestati dal museo torinese come ringraziamento per le 10 antichità beneventane che attualmente si trovano nella Sala 4 della mostra dell’Egizio. Inoltre, saranno organizzati convegni sul tema e altri eventi collegati.

A Benevento, infatti, si trovava uno dei più importanti templi di Iside dell’Impero romano, costruito nell’88-89 d.C. in onore di Domiziano. La quantità e la qualità dei ritrovamenti nilotici compiuti soprattutto nel 1903 testimoniano la presenza di un santuario fuori dalla norma, in particolare per l’apparato decorativo che, diversamente dagli altri esempi italiani, s’ispira direttamente all’arte egiziana. Un viale fiancheggiato da sfingi e statue di Horus-falco (in foto), Thot-babbuino, sacerdoti e sacerdotesse di culti faraonici conduceva all’edificio sacro che, tuttavia, non è mai stato individuato. Il primo ad accorgersene fu addirittura Champollion che, nel 1826, tradusse i testi geroglifici dei due obelischi beneventani che parlano proprio della fondazione del tempio da parte del legato Marco Rutilio Lupo. Uno dei monoliti di granito si trova in Piazza Papiniano mentre l’altro, frammentario, è esposto presso l’ARCOS e sarà restaurato da esperti del Getty Museum in cambio del prestito di alcuni reperti per una mostra a prevista a Los Angeles per il 2018.

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Verso la riqualificazione della Piana di Giza

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Source: wikipedia.org

Si va verso il completamento dei lavori di valorizzazione dell’area archeologica di Giza… almeno secondo le ottimistiche dichiarazioni del ministro delle Antichità, Khaled el-Enany, e del direttore generale del sito, Ashraf Mohi, che hanno parlato della fine dell’anno. In realtà, il progetto originario prevedeva la conclusione per il 2012, ma, per adesso, si è ancora fermi al 70%.

La Piana di Giza, con le Piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, la Sfinge e le altre tombe che gravitano attorno alla necropoli reale, è sicuramente uno dei luoghi più visitati d’Egitto che, tuttavia, non è fornito di strutture recettive adeguate. Inoltre, la situazione è peggiorata dai venditori ambulanti un po’ troppo pressanti e da spazzatura ed escrementi di animali da trasporto che deturpano la splendida vista. Per dare un taglio a quest’andazzo, nel 2009 si è pensato a un piano di riqualificazione dell’area che, però, si è fermato alla sola costruzione di un secondo ingresso, dalla strada per il Fayyum, che diventerà la principale entrata in modo da decongestionare il traffico che si crea sempre sulla Shar’ia el-Ahram (“Via delle Piramidi”). Entro dicembre 2016, sarà costruito un visitor center con modelli in scala, pannelli esplicativi e monitor con un video introduttivo di 6 minuti. Da qui, un servizio di auto elettriche porterà i turisti ai diversi luoghi d’interesse, mentre bancarelle e conducenti di cavalli e dromedari saranno spostati in una zona apposita. Inoltre, sono previsti un incremento delle forze di polizia e delle fonti d’illuminazione.

Parte della cifra stanziata per queste migliorie (349 milioni di sterline egiziane equivalenti a 37,8 milioni di euro) rientrerà con i biglietti il cui prezzo attualmente ammonta a: 40 EGP (4 €, la metà per gli studenti) per l’ingresso alla Piana; 200 per la Piramide di Cheope (20,5 €); 40 per la Piramide di Micerino; 50 (5 €) per la tomba di Meresankh, moglie di Chefren la cui piramide è chiusa per la consueta rotazione di ristrutturazione.

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Presto un abbonamento annuale per tutti i siti e musei d’Egitto

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Continuano i tentativi del Ministero delle Antichità per risollevare la crisi del turismo in Egitto. A Settembre, sarà disponibile un abbonamento annuale che garantirà libero accesso a tutti i musei e i siti archeologici del Paese, ad eccezione delle tombe di Seti I e Nefertari (la cui apertura è stata recentemente annunciata per il prezzo di 1000 lire egiziane = 102 euro). L’iniziativa è rivolta agli stranieri residenti in Egitto – che pagherebbero così 3400 LE (348 €) o 4400 (450 €) includendo anche le due tombe ‘speciali’ – e agli appartenenti ai corpi diplomatici e alle organizzazioni internazionali – 2900 LE (297 €) o 3900 (399 €) – .

I turisti, invece, da novembre potranno acquistare il “Luxor Pass”, versione limitata alla sola città e che durerebbe 5 giorni per un costo di 1000 LE o 500 per gli studenti; 2400 (246 €) e 1200 con la KV17 e la QV66.

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Hazor (Israele), scoperto frammento di statua egizia

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Source: jpost.com

A distanza di tre anni, nello stesso luogo, un altro importante e inaspettato ritrovamento. A Tel Hazor, sito UNESCO israeliano a nord del Mar di Galilea, gli archeologi dell’Hebrew University of Jerusalem hanno scoperto un frammento di base di una statua egizia, proprio nello stesso edificio dove, nel 2013, era stato individuato un pezzo di sfinge di Micerino. Probabile, quindi, che il palazzo fosse il centro amministrativo di Hazor, una delle più importanti città cananee del Tardo Bronzo e Stato vassallo dell’Egitto. Il forte legame con la Valle del Nilo è testimoniato dai 18 frammenti di statue egizie scavati nel tell in 30 anni che corrispondono alla più cospicua quantità di ritrovamenti del genere in Israele.

Il reperto di calcare misura 45 x 40 cm e ritrae un funzionario, forse di Menfi, in una posizione abbastanza rara, cioè seduto con la gamba sinistra piegata sul petto e la gamba destra poggiata a terra. Questa iconografia (qui un esempio) fu introdotta nell’Antico Regno, periodo cui è collocato l’oggetto dai membri della missione. Se fosse confermata questa datazione, si tratterebbe – insieme alla sfinge di Micerino – dell’unica statua egizia di III millennio ritrovata nel Levante. In ogni caso, maggiori informazioni in tal senso arriveranno dalla traduzione dalle iscrizioni geroglifiche perché, al momento, si sa solo che contengono formule funerarie che assicurano offerte per l’uomo raffigurato di cui ancora non si conoscono nome e carica. Invece, la distruzione della scultura, come quella delle altre del palazzo, è probabilmente deliberata da parte di chi (Popoli del Mare?) ha conquistato e raso al suolo la città nel XIII secolo a.C.

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